I goffi tentativi di proselitismo di Corrado Augias… II° parte


di Michele Forastiere*
*insegnante di matematica e fisica in un liceo scientifico.


Nella parte precedente avevamo cominciato a esaminare l’ennesimo tentativo di proselitismo di Corrado Augias. Come ricorderete, Augias metteva in atto, nel corso della trasmissione televisiva “Le Storie – diario italiano” del 13 giugno 2011, una serie di CLIC (momenti salienti in cui si vuole specificamente “Creare L’Impressione Che…”); nel mio articolo proponevo, per ognuno di essi, un possibile Contro-clic.


1) Riprendiamo il filo del discorso. Eravamo arrivati al punto in cui il presentatore introduce il “terrificante” libro di Boncinelli (“Che fine ha fatto l’io?”, Editrice San Raffaele 2010). Secondo l’autore, le moderne neuroscienze tendono a escludere l’esistenza dell’io. A sostegno di questa affermazione parte un filmato sulla corteccia cerebrale. Si intuisce che questo dovrebbe essere il secondo piatto forte della trasmissione; è qui, infatti, che Augias pone la spiazzante domanda: “In tutto questo, la religione che fine fa?”. Lasciamo per il momento il quesito in sospeso e vediamo qual è l’impressione che con esso si vuole creare.
CLIC: LA SCIENZA PROVA CHE LA NOSTRA PERSONALITÀ È ILLUSORIA; QUINDI NON HA SENSO PARLARE DI UN’ESISTENZA DOPO LA MORTE, E NEANCHE DI UNA RESPONSABILITÀ PERSONALE NELLE NOSTRE AZIONI.
Contro-clic: nonostante le apparenze, le idee sostenute da Boncinelli non si possono definire una novità dirompente. Intanto va chiarito che il dialogo con Di Francesco, che forma il testo del suo libro, non giunge a conclusioni definitive sulla questione dell’autocoscienza – né potrebbe farlo. I due coautori, in effetti, si limitano a rimasticare vecchi concetti filosofici e psicoanalitici sull’io, giustapponendoli a ricerche neurologiche alquanto datate. Il riferimento scientifico principale, per esempio, è rappresentato dagli esperimenti di Benjamin Libet, svolti a partire dalla fine degli anni ‘70 (sebbene nel libro vengano citati solo attraverso una pubblicazione di compendio apparsa in Italia nel 2007, “Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza”, Raffaello Cortina Editore). L’altro riferimento appare essere costituito dalle tesi che Daniel C. Dennett – noto ateo-scientista e sodale di Richard Dawkins – manifestò più di un quarto di secolo fa nel libro “L’Io della mente” (Adelphi 1985). È su queste basi che Boncinelli fonda la sua convinzione che l’io – il soggetto dell’autocoscienza – sia solo il frutto illusorio del lavorio incessante dei neuroni: un vortice transitorio privo di centro e di unità, e in quanto tale incapace di libero arbitrio.

Sinceramente, non riesco a vedere la rilevanza scientifica di questa opinione: principalmente perché gli esperimenti di Libet non hanno un’interpretazione univoca, come hanno evidenziato Roger Penrose (ne “La mente nuova dell’imperatore”, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 2000) e altri. Del resto, l’idea che la mente umana sia solo il risultato di un “calcolo” neurale – opinione attivamente sostenuta dai paladini dell’intelligenza artificiale, un campo di ricerca ad alta densità di investimenti – non è oggi tanto assodata quanto si vorrebbe far credere (vedere qui, qui e qui). Non capisco, infine, come una qualsiasi spiegazione del funzionamento del cervello possa avere conseguenze sulle concezioni religiose: la fede cristiana ritiene infatti l’Uomo un’unità di corpo materiale e anima trascendente.


2) Andiamo avanti. Pievani risponde ad Augias dichiarando di credere che il senso religioso sia solo uno “straordinario adattamento” evolutivo teso a favorire la coesione sociale. Qui però il conduttore sembra accorgersi di una difficoltà di fondo del ragionamento appena esposto da Pievani – vale a dire, l’impossibilità di spiegare in modo soddisfacente, dal punto di vista materialistico, il comportamento etico. Sottopone perciò agli ospiti un altro quesito: “Se la religione è solo uno strumento pratico per tenere insieme le società senza farle divorare fra di loro, da dove viene il senso morale?”.
CLIC: LA SCIENZA DIMOSTRA CHE DIO NON ESISTE, PERCHÉ IL SENSO MORALE ESISTE A PRESCINDERE DA DIO, E SOLO GRAZIE AGLI ACCIDENTI EVOLUTIVI.
Contro-clic: credo che ogni ateo scientista farebbe bene a tenersi alla larga da siffatti tentativi di dimostrazione, per evitare il rischio di inciampare nella tautologia. Mi spiego: se parto dall’ipotesi che Dio non esiste, allora posso motivare tutti gli aspetti dell’esistenza umana mediante il materialismo e la selezione darwiniana. Mi invento allora una narrazione darwinista, logicamente coerente con l’ipotesi di partenza, che dia conto di qualche comportamento osservato; tanto per dire, mi immagino un ipotetico “circuito neurale” che, evolutosi per selezione naturale, spiega un certo atto morale. Porto quindi questa narrazione a riprova dell’idea che non c’è realmente bisogno di Dio per spiegare la morale; infine affermo di aver fornito, in tal modo, una prova a favore dell‘ipotesi di partenza, vale a dire l’inesistenza di Dio (vedere qui per un tipico esempio di tale modo di procedere). Come si capisce facilmente, argomentazioni del genere sono puri e semplici esercizi di logica. Una dimostrazione convincente richiederebbe infatti prove scientifiche concrete; e in ogni questione sull’origine dei comportamenti umani è impossibile addurre testimonianze empiriche valide, dal momento che gli stati mentali non lasciano fossili.


3) E la risposta alla fatidica domanda di Augias? Intanto osserviamo che, secondo Boncinelli, l’Uomo non ha libero arbitrio: non ha quindi, in definitiva, alcuna responsabilità morale assoluta. D’altra parte, a nessuno dei partecipanti alla trasmissione sfugge il fatto che quest’ultima conseguenza si può legittimamente sostenere solo nel caso in cui si sia sicuri che Dio non esista. Dunque, secondo le buone regole della “strategia dell’impressione”, si rende necessario rinfocolare la sensazione viscerale che effettivamente Dio non esiste. A questo scopo viene mandato in onda un documento filmato sulla contrapposizione tra darwinismo e creazionismo. Alla ripresa della discussione in studio, passa in sovrimpressione la scritta: “Il 99% del DNA umano è uguale a quello dello scimpanzé”.
CLIC: L’UOMO DISCENDE DALLE SCIMMIE, E SOLO POCHI ILLUSI CREDONO ANCORA NELLA CREAZIONE DIVINA.
Contro-clic: ci vuole proprio pazienza. Nelle loro numerose pubblicazioni, Pievani e Boncinelli di solito affermano, correttamente, che la scienza non può dimostrare né l’esistenza, né l’inesistenza di Dio. Nonostante ciò, ogni loro ragionamento viene invariabilmente articolato dando per scontata la seconda alternativa – magari schivando gli indizi che possano dare adito al dubbio, col rischio di far propendere per la prima. Vale la pena di continuare? Non credo: il sito dell’UCCR è pieno di contro-clic adatti.


Da questo momento in poi, la trasmissione entra in fase calante, e non merita secondo me ulteriori commenti. Che dire, dunque, in conclusione? Trovo che la “strategia dell’impressione” sia un modo di procedere scorretto per chiunque – come Augias – si consideri un paladino della razionalità umana. Sono convinto che, se si ritiene vera una qualunque convinzione personale, non si dovrebbe mai ricorrere a scorciatoie “di pancia” per sostenerla. Anche a rischio di annoiare. Forse, però, per agire così bisognerebbe avere più fiducia nel prossimo e, in ultima analisi, nella verità delle proprie idee.

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