Se “love is love” perché non concedere il matrimonio ai poligamici?

PoligamiaDue anni fa abbiamo posto una domanda a cui nessun sostenitore del matrimonio omosessuale ha ancora saputo rispondere: se è sufficiente avere una relazione romantica, basata sul consenso reciproco, per essere riconosciuti come coppia da parte dello Stato, con che diritto si dovrebbe dire “sì” a due omosessuali e “no” ad un padre e ad un figlio (maggiorenne o minorenne) che intendono veder riconosciuta la loro relazione romantica-sessuale, godendo dei conseguenti privilegi? Non è forse una distinzione e dunque una discriminazione? E perché limitare il numero a “due”? Forse “l’amore” che lega sei (o trentaquattro, perché mettere limiti discriminatori?) persone vale meno di quello di due omosessuali?

Affermazioni assurde? Non proprio dato che, esattamente un anno fa, il prof. Ugo Ruffolo, ordinario di Diritto Civile presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, ha condiviso la stessa preoccupazione: «se il matrimonio (o il patto di convivenza) diventa “pour tous”, eliminando le discriminazioni per sesso, perché allora resta limitato solo alle “coppie”, mantenendo invece la discriminazione per numero?», si è domandato. «La disciplina prossima ventura delle unioni di fatto rischia dunque d’essere, in prospettiva, il cavallo di Troia per rivendicare la legalizzazione di unioni anche poligamiche? Potrà sembrarci retrogrado ed antistorico, ma non sarà facile, in lungo periodo, negarne la estensione alle tante famiglie poligamiche immigrate, le quali volessero essere da noi giuridicamente regolate, almeno, come «famiglie di fatto».

Il giudice federale dello Utah, Clark Waddoups, ha infatti scelto la coerenza abrogando alcune norme che proibivano la poligamia nello stato. Il “New York Times” ha spiegato che la battaglia per il riconoscimento legale della poligamia non è infatti così diverso da quella per il riconoscimento dei matrimoni gay. A forza di “diritti civili” siamo arrivati alla poligamia, ha spiegato Mario Giordano, una volta distrutte le fondamenta del matrimonio non c’è più nessuna ragione valida per limitarne l’accesso a qualunque tipo di unione tra uomini. Se limitare è discriminatorio (vietato vietare ci insegnano i sessantottini), allora non si dovrebbe limitare più nulla: in Norvegia, infatti, le nozze gay sono legalizzate da tempo ed è stato il partito del Progresso, formazione di destra, a chiedere che la poligamia venga anch’essa legalizzata attraverso «una legge neutrale che affermi che ognuno può sposare chiunque voglia e quante persone voglia».

Ricordiamo anche che anche la pederastia è stata presa in esame qualche anno fa quando l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, istituito all’interno del Dipartimento per le Pari Opportunità) ha pubblicato le direttive del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa in cui si invitano gli Stati membri ad abrogare «qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali». Il delegato d’aula del Movimento 5 stelle, Carlo Sibilia, ha invece proposto, oltre al matrimonio omosessuale, anche la discussione «di una legge che dia la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consenzienti».

In tutto questo c’è una coerenza ultima: se il matrimonio viene concepito come un contratto privato tra soggetti consenzienti legati da una relazione romantica, chi e con quali argomenti si potrà vietare di riconoscere la poligamia, l’incesto, la pederastia (a patto che lo psicologo accerti la maturità di intenzioni del minore, come avviene già per i minorenni che chiedono l’eutanasia in Belgio) e la zooerastia (quando gli animalisti riusciranno a far definire gli scimpanzé persone legali)?

“Difendere la famiglia” significa invece proteggere le fondamenta giuridiche del matrimonio. Come ha ricordato la docente di diritto pubblico presso l’Università di Rennes, Anne-Marie Le Pourhiet, lo scopo dell’istituzione legale del matrimonio è quello di «garantire la stabilità della coppia e la tutela della loro prole». Allo Stato interessa la stabilità della coppia perché si crei un luogo equilibrato e adeguato per la crescita di un nuovo cittadino. Questo è  l’unico senso giuridico del matrimonio, il resto è un attacco alla sua stabilità giuridica creando un danno all’intera società. Ha quindi aggiunto: «La pretesa della lobby gay tende a distorcere la definizione del matrimonio per fargli perdere il suo significato e la sua funzione. L’amore non ha nulla a che fare con il codice civile. Questo argomento è sciocco, ma anche pericoloso, perché può essere usato contro tutte le norme che regolano il matrimonio. Se un uomo ama tre donne, si sosterrà che il divieto di poligamia è discriminatorio, lo stesso se un fratello e una sorella si amano, si toglierà il divieto di matrimonio tra adolescenti ecc».

La redazione

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