La fisica non è tutto, parola di Thomas Nagel

Mind & Cosmos 
 
di Giorgio Masiero*
*fisico

 

Lo scientismo è la convinzione che 1) soltanto la scienza sperimentale ci dà conoscenza e che  2) ogni questione può essere risolta col metodo scientifico.

Nel mainstream dominante nei media lo scientismo è anche l’unico modo di pensare razionale e adulto, quando invece l’assunzione 1. è auto-contraddittoria e la 2. è un pio desiderio smentito dai limiti inerenti al metodo scientifico, che per es. “non insegna che cosa è bene e che cosa è male” (Richard Feynman) e, all’interno di quei limiti, dal teorema di Gödel, che afferma l’esistenza di proposizioni vere indimostrabili già nell’aritmetica e quindi possibilmente anche in scienza naturale. L’assunzione 2. è la negazione apodittica, instillata dall’apparente onnipotenza della tecnica, del mistero dell’essere, che da sempre suscita lo stupore all’origine della religiosità umana. In quanto tale, lo scientismo è il fondamento teoretico (si vede quanto solido) dell’ateismo di massa nell’Occidente contemporaneo.

La sua vulgata standard, l’evoluzionismo neodarwiniano, comincia narrando il portento assurdo di un Universo sorto “da nulla, casualmente, per la legge di gravità” (Stephen Hawking, 1983), ed evolutosi poi sotto l’azione delle forze fisiche a formare stelle, galassie, pianeti. 4 miliardi di anni fa, per una coincidenza di distanze, masse, età, velocità e parametri d’impatto rispetto a una stella e a un satellite (e ad altri astri vicini), si stabilirono in un Pianeta condizioni di temperatura e di pressione adatte alla nascita d’ogni sorta di molecole stabili, quante un puzzle ricco di tessere e tempo poteva produrre. Le più abbondanti e varie contenevano il carbonio a cagione del suo “polimerismo”, avrebbe chiosato molti evi dopo una struttura macromolecolare, intelligente e parlante del Pianeta. Il quale si riempì così di oceani d’acqua ribollenti come grandi fabbriche chimiche dove accadde – prosegue il racconto –, quasi subito e naturalmente per caso, un secondo portento statisticamente implausibile (a dir poco): l’autoassemblaggio di miliardi di quelle molecole in una macchina “avente la caratteristica di riprodurre copie di sé” (Richard Dawkins, 1986), catturando materia ed energia dall’ambiente circostante: fu l’inizio della vita nel Pianeta, “avvenimento forse unico in tutto l’Universo” (Jacques Monod, 1970). Attraverso errori casuali di copiatura e la selezione naturale di quelli più adatti alla sopravvivenza, sempre per caso e fuori di ogni intenzionalità, crebbero “alleanze” tra i robot replicanti, che si trovarono organizzati in strutture sempre più complesse, in competizione per la spartizione delle risorse locali: sono le milioni di specie vegetali ed animali che oggi occupano mare, terra e cielo del Pianeta. Il bello però, il terzo portento doveva ancora avvenire: un centomila anni fa (o 2 milioni?! v. i fossili di Dmanisi), in un altro giro della “roulette di Montecarlo” (J. Monod, 1970), “non per evoluzione, ma per un evento improvviso da exaptation” (Ian Tattersall, 2013) comparve l’uomo, l’unica specie ad interrogarsi con stupore su tutto ciò, dando un nome alle cose. Il Pianeta fu chiamato Terra.

Questi, in estrema sintesi, i 3 grandi miti (“fantascienza in senso buono”, Joseph Ratzinger) passati a scuola nelle ore dedicate alle scienze naturali. Oggi non farò una critica scientifica alla cosmogonia di Hawking, né all’abiogenesi di Dawkins che, come ho mostrato in altri articoli, nulla guadagnano in veridicità (e neanche solo in verisimiglianza) nel confronto con la “Teogonia” di Esiodo (VII sec. a.C.), mentre tutto vi perdono in stile, metrica e godibilità. Intendo invece ricordare il libro di uno dei maggiori filosofi viventi, l’ateo impenitente Thomas Nagel, la cui uscita un anno fa scosse d’improvviso la palude conformistica, mostrando l’impossibilità “costitutiva” (cioè inerente al suo metodo) della scienza a spiegare il terzo grande evento: la mente umana. Il libro s’intitola “Mente e cosmo. Perché la concezione materialistica neodarwiniana della natura è quasi certamente falsa” ed è stato pubblicato dalla Oxford University Press (e ciò ha l’apparenza d’un quarto portento…).

Nella concezione materialistica neodarwiniana”, scrive Nagel, “la fisica è tutto”: ogni cosa che esiste o accade è riconducibile al comportamento di particelle e campi di energia, insomma all’armamentario dei fisici. Il successo della fisica si deve al metodo di ridurre i propri fenomeni ai loro costituenti fondamentali e di studiare matematicamente come questi interagiscono. Dove nello studio della materia inanimata la procedura è stata applicata, le spiegazioni appaiono complete, come confermano tremende applicazioni: per i fisici è del tutto implausibile che le proprietà d’un pezzo di ferro o d’una goccia d’acqua, d’una stella o d’un atomo non siano deducibili per questa strada. Dalla metà del secolo scorso poi, la biologia molecolare ha esteso tramite la chimica la riduzione della biologia alla fisica, e con un certo successo se iniziamo ad avere una qualche comprensione anche dei processi vitali. La questione però, è se anche la mente può essere compresa con questi metodi e qui Nagel argomenta di no e che quindi lo scientismo neodarwiniano deve essere falso.

In particolare, secondo Nagel, il fisicalismo non può spiegare tre facoltà della mente: la coscienza, la cognizione intellettuale e l’intenzionalità, da cui deriva anche la responsabilità etica. E se pure arrivasse a spiegare come le menti possano coesistere con un mondo fisico, esso non potrà mai spiegare come di fatto siano arrivate ad esistervi. Nel linguaggio di Nagel, il materialismo non fornisce una spiegazione né “costitutiva” né “storica” dei fenomeni mentali. E per giunta lascia inspiegata la stessa intelligibilità del mondo: “Non solo appaiono in natura esseri coscienti dotati di mente, ma la natura risulta comprensibile alle menti”. La conclusione di Nagel è che la mente è una proprietà del mondo naturale altrettanto fondamentale degli oggetti usuali della fisica come le particelle e i campi.

Tutti i padri della scienza moderna, da Galileo a Cartesio a Newton, ed anche molti della rivoluzione quantistica del XX secolo, come Niels Bohr ed Erwin Schrödinger, concorderebbero. Anzi, dalla distinzione metodologica (non necessariamente ontologica) tra res cogitans e res extensa nacquero l’una e l’altra. Perché? Limitiamoci alla questione della coscienza. Nelle famose lezioni di Dublino del 1943 che hanno insegnato la chimica, la fisica e l’informazione ai biologi, Schrödinger scrive: “Escludo il soggetto della conoscenza dal dominio della natura che ci sforziamo di conoscere […] la mente non può far fronte a questo compito gigantesco, se non al prezzo di una comprensione semplificata che la escluda” (“What is life?”). Questo perché la mente (l’osservatore, in gergo) ha un ruolo asimmetrico rispetto ai fenomeni naturali sottoposti ad osservazione. La mente in fisica classica come in meccanica quantistica è il Grande Fratello, che tutto osserva e da nessuno è osservabile. Se la distinzione è implicita nella fisica classica, è esplicita nella meccanica quantistica, la cui assiomatica – ci ricorda Schrödinger, che quegli assiomi aveva collaborato a scrivere –, separando le osservabili dall’osservatore, si nega “costitutivamente” l’universalità scientifica per spiegare il “soggetto”.

E se domani una nuova teoria scientifica della fisica superasse la dicotomia della meccanica quantistica possiamo aspettarci di spiegare la coscienza? La risposta è ancora no, perché parimenti al “nulla” (donde nessuna teoria scientifica può trarre alcunché) anche la mente non è un fenomeno. Le neuroscienze misurano nel cervello flussi sanguigni, correnti elettriche ed altre grandezze chimico-fisiche, che vengono nell’analisi statistica correlate agli stati psichici descritti (nel modo necessariamente incompleto ed ambiguo delle lingue parlate, che non sono formalizzabili) dal soggetto il cui cervello è l’oggetto delle osservazioni, ma ciò che esse misurano nel corpo fisico non sono i pensieri vissuti dall’anima: ciò che la mente ha vissuto pensando quei pensieri appartiene all’Io interno ed è altro dalle grandezze fisiche osservate dall’Io (esterno) del neurologo. Se per le ragioni di Schrödinger il problema è inaccessibile alla meccanica quantistica, per questa alterità ontologica la mente è inaccessibile all’osservazione tout court.

Lo scientismo ha la pretesa di eliminare lo stupore verso il mistero dell’essere? Nagel ha constatato che esso può solo togliere lo stupore a qualcuno, lasciando intatto il mistero. Col che non risolve una questione universale, di tutti gli uomini, ma al più ne apre una psicanalitica, per i suoi adepti.

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