Emanuela Orlandi: tre riflessioni sui nuovi sviluppi

Emanuela OrlandiDopo aver pubblicato una cronologia dettagliata, e aggiornata fino ai giorni attuali, sul caso della sparizione di Emanuela Orlandi, torno a parlarne per proporre una riflessione personale sui molteplici fatti che stanno accadendo in questi giorni. Dovendo dare molte cose per scontato, ovviamente, invito chi non riesce a seguire il filo del discorso ad approfondire con la cronologia dei fatti a cui ho accennato.

Come dicevo, il “caso Orlandi” sembra veramente essere arrivato ad una svolta grazie alla decisione di Marco Fassoni Accetti a comparire davanti ai magistrati autoaccusandosi di essere uno dei “cinque o sei” telefonisti che chiamarono la famiglia Orlandi nei primi mesi dopo la sparizione di Emanuela. Ha affermato di aver fatto parte dal ’79 all’83 di un «nucleo di controspionaggio» incaricato di «lavori sporchi» all’ombra del Vaticano, formato da giovani vicini ad ambienti ecclesiali, da elementi del Sisde (servizi segreti) e da esponenti della Magliana con lo scopo di condizionare la politica di papa Wojtyla, «per tutelare il dialogo con l’Est», nonché intervenire con attività di dossieraggio, «anche su impulso di personalità ecclesiastiche», nell’ambito di contrasti e guerre di potere all’interno delle Mura Leonine. Il sequestro di Emanuela e Mirella sarebbe servito per la liberazione di Alì Agca -il quale si sarebbe sdebitato ritrattando le accuse ai bulgari di complicità nell’attentato al papa- e, sfruttando il clamore planetario della vicenda, per indurre il presidente dello Ior, Paul Marcinkus, a restituire i 400 milioni di dollari della Magliana affondati con il crack del Banco Ambrosiano.

Innanzitutto occorre dire che lo scenario descritto appare realistico in linea generale, sbaglia chi liquida velocemente Fassoni Accetti come uno dei tanti ciarlatani spuntati fuori (volontariamente o indotti/ricattati a farsi vivi per ennesimi depistaggi da una sorta di “mastermind”?) in questi trent’anni. La spiegazione offerta, seppur abbozzata e filtrata dai quotidiani, risulta la più convincente mai formulata fin’ora. Se si vuole assumerla per vera rimangono però i soliti punti deboli: come può il “peso” di una quindicenne figlia di un messo pontificio essere barattato con la scarcerazione dell’attentatore del Pontefice, il quale -anche volendo- non potrebbe in nessun caso interferire con la giustizia italiana? E poi, rispetto al secondo presunto obiettivo del sequestro: la vita di Emanuela vale 400 milioni? Se i soldi sono stati restituiti (si dice nel 1984) dov’è finita Emanuela? E se non sono stati restituiti dov’è Emanuela e perché i ricattatori avrebbero interrotto il ricatto?

 

LE “AMICHE” DI EMANUELA PRONTE A TESTIMONIARE?
Emanuela, ha rivelato Fassoni Accetti, si sarebbe allontanata con la complicità di un giro di amiche creato appositamente dai sequestratori. Ieri l’uomo ha inviato un’e-mail a Pietro Orlandi in cui accusa (giustamente, a mio avviso) il programma televisivo “Chi l’ha visto” di stare speculando su questo caso per meri motivi di audience. Non voglio entrare in questa battaglia tra giornalisti, Pietro Orlandi, programmi televisivi e supertestimoni (c’è tutto aggiornato nella cronologia, per chi è interessato). Mi interessa solo una frase di questa e-mail, quando Marco Fassoni Accetti spiega di aver «sospeso la mia collaborazione coi magistrati. Innanzitutto perché questi gravi fatti di depistaggio [l’accusa è contro la trasmissione “Chi l’ha visto”] possono aver intimidito le persone a cui mi ero appellato per presentarci insieme e raccontare. Si può pensare che delle donne sui 40-45 anni con figli si prestino ad entrare in una tale tensione mediatica che racconta solo di pedofilia e omicidi? Questi testimoni sono coscienti che non vi è stata alcuna pedofilia né tanto meno omicidi». Fassoni Accetti ha appositamente scelto di rivelare pubblicamente in questa frase una informazione importante: queste donne di 40-45 anni a cui lui «si sarebbe appellato per presentarci insieme e raccontare» altro non possono essere che le “amiche” e coetanee di Emanuela (e di Mirella) complici del suo allontanamento. Ovviamente sto assumendo che l’uomo dica la verità ma, al contrario degli altri presunti supertestimoni come Sabrina Minardi, sono con il passare dei giorni sempre meno scettico nei suoi confronti.

 

LA PINETA, IL GRUPPO PHOENIX E GIULIO GANGI
Una seconda riflessione: Marco Fassoni Accetti nel dicembre 1983 (sei mesi dopo la sparizione di Emanuela) ha ucciso in zona Ostia, a Roma, in circostanze misteriose un bambino, José Garamon, investendolo con il suo furgone in una strada che costeggia una pineta. E’ stato condannato per omicidio e omissione di soccorso e assolto con formula piena dall’accusa di volontarietà. Al giudice Giancarlo Capaldo, che oggi indaga sulla scomparsa Emanuela e che lo ha interrogato, ha rivelato di aver mentito ai magistrati che lo hanno indagato nell’83, spiegando di essere stato in compagnia di un’altra persona su quel furgone, di essersi accorto di aver investito un bambino e di averne constatato la morte ma «dovevo coprire sia la persona sia le nostre intenzioni in quell’area», ha spiegato. Secondo la sua versione questo incidente sarebbe stato appositamente provocato dalla fazione opposta alla sua in quest’opera di “controspionaggio”. Infatti -dice oggi Fassoni Accetti- pochi mesi prima del dicembre 1983 alla redazione del TG2 dagli Stati Uniti arrivò un messaggio firmato “Gruppo Phoenix” in cui venivano proprio minacciati gli «elementi implicati nel prelevamento di Emanuela Orlandi» ed in particolare i primi telefonisti che chiamarono la famiglia Orlandi, Pierluigi e Mario. A quest’ultimo dicono: «vogliamo generosamente ricordare a Mario che nella pineta c’è tanto posto per aumentare la vegetazione». Marco Fassoni Accetti spiega oggi: «All’epoca vi fu questo comunicato del Phoenix che noi sapevamo essere opera di alcuni, almeno, agenti del Sisde che parlava di una pineta come luogo in cui si sarebbe verificata una presunta punizione nei nostri confronti». L’uomo ci sta dicendo indirettamente che lui dunque era il Mario che ha chiamato gli Orlandi pochi giorni dopo la sparizione di Emanuela? Si possono confrontare le due voci per verificare dato che quella telefonata è stata registrata dagli Orlandi?

E’ Pietro Orlandi, nel suo libro “Mia sorella Emanuela” (Edizioni Anordest 2012), ad aver rivelato per la prima volta che il gruppo “Phoenix” era collegato ai servizi segreti italiani (Sisde), lo venne a sapere in circostanze fortuite a casa sua nei mesi successivi alla sparizione: era infatti in cucina assieme all’agente segreto del Sisde, Giulio Gangi, che da subito aiutò gli Orlandi nelle ricerche su Emanuela, e al telegiornale stavano parlando dell’ultimo comunicato di questo “gruppo Phoenix”. Gangi si è girato di scatto e facendo l’occhiolino ha detto: «Quelli siamo noi» (“Mia sorella Emanuela”, pag. 129). Pietro Orlandi cita solo questo episodio ma si presuppone che abbia fatto altre domande a Gangi, per lo meno per capire il motivo per cui il Sisde si fosse intromesso in questa vicenda confondendo le acque. Fino a ieri spiegavo questa intrusione come un modo geniale di confondere i veri sequestratori giocando al loro stesso gioco (i comunicati anonimi), aspettando un loro passo falso. Ma oggi le cose cambiano con la testimonianza (da verificare) di Fassoni Accetti: Giulio Gangi sapeva dunque che una parte del Sisde era implicata in prima persona in questa vicenda come fazione opposta a quella di Fassoni Accetti? Oppure ha solo orecchiato qualcosa ignorando i giri loschi del Sisde? Informazioni che potrebbe offrire oggi ai magistrati, sempre che non l’abbia già fatto, per chiarire meglio il quadro, usandole anche come verifica dell’attendibilità di Fassoni Accetti.

 

QUEL NOME SUL DIARIO….
Un’ultima considerazione che però non si collega direttamente agli ultimi avvenimenti: nel giugno 2008 Max Parisi, un ottimo giornalista che si è occupato a sua volta del “caso Orlandi”, ha invitato gli inquirenti, piuttosto che concentrarsi sulla tomba di De Pedis, ad analizzare il diario di Emanuela Orlandi (sequestrato dal Sisde, cfr. “Mia sorella Emanuela”, pag. 59) su cui la ragazza avrebbe scritto il nome di una persona con la quale intratteneva una relazione ma, dice Parisi, «da quel nome le indagini non sono riuscite a risalire -o non si è voluto che accadesse- all’individuo in carne e ossa, e questo sebbene Emanuela Orlandi l’avesse scritto chiaramente più volte. A quel nome -inoltre- non corrisponde nessuno degli amici della ragazzina e neppure dei conoscenti. Questo porta a dire che Emanuela Orlandi aveva una relazione sconosciuta a tutti con una persona completamente estranea al suo mondo adolescenziale. Quel nome l’ho saputo e mi ha colpito. Non intendo divulgarlo, ma ritengo sia arrivato il momento di riprendere le indagini anche su questo versante». Il giornalista Pino Nicotri nel suo libro “Emanuela Orlandi: la verità” (Dalai Editore 2008, pag. 24 e 25) spiega che sul diario di Emanuela c’è la frase “sto da nove mesi con Marcello. Si tratta di Marcello Marinis ed a scrivere quella frase è stata la sorella Federica, effettivamente fidanzata con Marcello. Di quale nome sta parlando dunque Max Parisi? E perché lo avrebbe “colpito”? Ho rivolto a lui queste domande ma con gentilezza ha risposto così: «Mi dispiace, ma su questo specifico punto NON intendo dire nulla, al momento. Grazie, comunque». Riservatezza più che giustificata, ritengo comunque utile non lasciar cadere l’attenzione su questo.

Simone Fossati

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