Il filosofo Spaemann: «i cattolici difendono la vera potenza della ragione»

Come sappiamo “L’Anno della Fede”, voluto da Benedetto XVI, si è aperto giovedì 11 ottobre in Piazza San Pietro a 50 anni esatti dall’inizio del Concilio Vaticano II. Come riporta l’ottimo blog di Antonio Sanfrancesco su “Linkiesta”, il Papa a conclusione della celebrazione eucaristica ha affidato dei messaggi ai governanti, agli uomini di scienza e pensiero, di sport e a diversi artisti.

Tra questi Fabiola Giannotti, fisico di ricerca del Cern e tra le maggiori responsabili della scoperta del “bosone di Higgs”, il compositore scozzese James MacMillan, lo scultore Arnaldo Pomodoro, il regista Ermanno Olmi, l’atleta paralimpica Annalisa Minetti, o Jocelyne Khoueiry, fondatrice di un movimento di donne libanesi che hanno a cuore l’educazione dei giovani. I messaggi ai lavoratori sono stati consegnati a Luis Alberto Urzúa Iribarren, uno degli operai cileni rimasti intrappolati per più di due mesi nella miniera di San José, ma anche a Renato Caputol e Flor Ventura con i loro quattro figli, lavoratori immigrati in Italia dalle Filippine 23 anni fa ecc.

A rappresentare gli intellettuali e scienziati, tra gli altri, c’era anche il prestigioso filosofo e teologo tedesco Robert Spaemann, professore emerito di filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera e amico intimo di Benedetto XVI. Intervistato da “Radio Vaticana”, il filosofo ha sottolineato che l’Anno della fede è anche un anno della ragione: «Una persona deve essere, in ultima analisi, coerente con la sua ragione, e se la sua ragione e la sua fede gli dicono qualcosa di opposto, questo significa che c’è qualcosa che non va. Non può costringersi ad una alternativa al ribasso: “o la fede o la ragione”, ma deve cercare di trovare una unità. L’apostolo Paolo definisce la fede “rationabile obsequium”, ovvero un’obbedienza ragionevole».

Oggi lo scientismo, ha continuato Spaemann, «indebolisce la ragione fino a dire che non è capace di raggiungere la verità. Così oggi l’ultima parola dovrebbe essere quella del relativismo che in realtà è incapace di vedere la verità. Ora, paradossalmente, è chi ha fede che oggi difende le capacità della ragione. Se oggi trovate qualcuno che afferma con forza la capacità della ragione di raggiungere la verità, allora si può quasi essere certi che si tratti di un cattolico».

E in conclusione, ha affermato che la fede è amica della ragione «perché dove Dio è negato, alla fine anche la ragione è negata». Ancora una volta ecco spiegato in modo semplice e convincente il poco simpatico, ma molto provocatorio, titolo di questo semplice sito web: “Unione Cristiani Cattolici Razionali”.

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35 commenti a Il filosofo Spaemann: «i cattolici difendono la vera potenza della ragione»

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  1. Pino ha detto

    correttissimo quanto detto. Infatti la ragione è l’unico strumento di conoscenza fornito all’uomo dalla natura. Il credere è un atto di ragione, non può essere contro la ragione. Separare fede e ragione porta alle tragiche esperienze storiche che ben conosciamo.

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  2. Uomovivo ha detto

    I critici, quando notano la pace che contraddistingue i convertiti, con un’alzata di spalle e un paio di righe di blog sono disposti a concedergliela sicuri che abbiano trovato la pace rinunciando alla ragione. È davvero curioso invece che i convertiti siano destinati a passare il resto delle loro vite in interminabili discussioni appellandosi continuamente alla logica, più di chiunque altro.

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    • Michele Silvi ha detto in risposta a Uomovivo

      Te ce scherzi, io ho studiato più filosofia e approfondito più logica rispondendo a laicisti su internet che sui libri di scuola…

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      • Alèudin ha detto in risposta a Michele Silvi

        verissimo, fortuna che ci sono gli ateisti come palestra che ci spingono ad approfondire.

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      • EquesFidus ha detto in risposta a Michele Silvi

        E’ la triste verità. Guai a voi, cultura italiana ed europea che, in cambio del consenso di blasfemi ed anticlericali, sacrificaste voi steste contro Dio! E’ dal dopoguerra (ma pure prima) che in molti tentano di propagandare una cultura nichilista ed ignorante, contrapposta alla gloriosa cultura cristiana. La cultura cattolica ha prodotto Alighieri, Tasso, Manzoni e tanti altri, dottori della Chiesa con San Tommaso in testa, artisti e così via. Detta cultura anticlericale anticattolica, invece, propugna una sorta di iconoclastia moderna: non arricchisce, desidera distruggere ciò che è stato costruito. E quindi partono i miti neri da Voltaire in poi, dimenticando che, per esempio, senza le Crociate oggigiorno noi saremmo sotto il giogo della mezzaluna islamica e che tali critiche verrebbero represse nel sangue sul nascere. Ma questo è il meno: anche definire letterati come l’Alighieri ed il Manzoni dei visionari, quando non dei veri e propri beoti in nome della presunta superiorità ateo-anticlericale dell’ideologia anticattolica di cui sopra, che considera la Fede al più qualcosa da tollerare in privato, una curiosa eccentricità anacronistica da stroncare con i mezzi del dileggio quando non della violenza non appena tenta di emergere alla luce del sole. Quindi quando scrittori, filosofi ed artisti proclamano, urlano a gran voce “noi predichiamo il Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani” costoro devono essere denigrati ed oscurati. Ed allora ecco che l’Alighieri, da colui che spiegò il nascente tomismo diviene un povero plagiato che voleva terrorizzare il mondo, il Manzoni da eccelso storico e finissimo romanziere uno stolto con tendenze asociali e così via. Questa ideologia non è cultura, anzi propone la distruzione della cultura mostrando gli autori come dei superstiziosi relitti di una passata era. Fratelli, noi dobbiamo essere fieri della nostra cultura, nonostante tutte le manipolazioni (non ultima, il fatto che tutti i grandi artisti rinascimentali quali Da Vinci e Bonarroti fossero omosessuali) dobbiamo ricordare la verità ed indicarla ai gentili, mostrando e dimostrando come la cultura cattolica sia grande e come abbia dato e darà tanto.

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    • Vincenzo ha detto in risposta a Uomovivo

      In qualità do convertito attesto che quanto dici è vero. Da quando sono cattolico mi impegno (e anche mi diverto) ad approfondire le mie ragioni del credere,cercando il più possibile di utilizzare la logica e cercando anche , come auspicava Jean Guitton, di effettuare una “Critica della critica “alle motivazioni della fede. Inoltre cerco di instillare qualche dubbio a conoscenti su posizioni ateistiche, i quali, spesso, rimangono sorpresi (e a volte infastiditi)da questa “critica della critica”.

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  3. Mum ha detto

    Molto giustamente Spaemann riconosce che fede e ragione possono entrare in conflitto, però il credente deve trovare la maniera di conciliarle. Riconosce quindi alla fede uno status non inferiore alla ragione e, se le manteniamo sullo stesso piano, allora possiamo affermare che mai la ragione può portare ad abbandonare la fede (quindi un musulmano non potrà mai convertirsi al cristianesimo nè viceversa).

    Anche il paradosso per cui sarebbe chi ha fede che oggi difende le capacità della ragione gioca su un equivoco, perchè non è un limite la caratteristica della scienza (ma anche della filosofia) il non poter raggiungere la verità assoluta, altrimenti avremmo già dentro di noi le informazioni necessarie per la nostra sopravvivenza e non ci sarebbe bisogno nè di superarci nè di imparare nulla di nuovo.

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    • Pino ha detto in risposta a Mum

      quella del musulmano che non può diventare cristiano altrimenti contraddirebbe la ragione me la segno come la barzelletta dell’anno. Certo che se i laici fanno funzionare la ragione in questo modo diventano veramente divertenti

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      • Michele Silvi ha detto in risposta a Pino

        Penso intendesse che un musulmano (fedele, non geografico) non possa convertirsi grazie alla cruda ragione, poiché fede e ragione sarebbero “equipotenti” (so che il termine in sé non centra na mazza, ma me piaceva).
        E beh, io ne ho visti pochi di convertiti grazie al discorso o alla ragione, di solito serve un calcio in culo più doloroso.

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    • Daniele Borri ha detto in risposta a Mum

      Ovviamente entrano in conflitto se escono dai loro ambiti, come cucina e fede e come politica e scienza.

      Il credente deve conciliarle nel senso che deve saper “rendere ragione della speranza che è in voi” (San Pietro), ovvero deve aderire ad una fede razionale abbandonando il pericoloso fideismo.

      Un musulmano si convertirà se troverà più razionale aderire al cattolicesimo e viceversa, eviterei comunque cadute di stile come questa. Di fatto oggi il cattolicesimo, e non l’Islam, difendono culturalmente la vera natura della ragione che è quella di arrivare alla verità (per il musulmano Dio è un’evidenza a cui sottomettersi, con tutto il rispetto c’è ben poca fede ragionevole).

      Spaemann, che difficilmente si lascerà correggere da te, dice una cosa ottima: la scienza (come la filosofia) per essere tale dev’essere antirelativista, ovvero deve presupporre l’esistenza della verità.

      Probabilmente di fronte alla tuo commento il filosofo tedesco si metterebbe a ridere leggendo di “verità assoluta”, come se potesse esistere l’ossimoro della “verità relativa” 😀

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      • Mum ha detto in risposta a Daniele Borri

        Invece la differenza c’è e cerco di spiegartelo con un semplice esempio: per un credente l’esistenza di Dio è una verità assoluta, su questo penso che possiamo trovarci d’accordo. Per l’insieme di tutte le genti l’esistenza di Dio è invece una verità relativa, perchè taluni credono e talaltri no. In effeti basta che una persona o un guppo di persone abbia degli argomenti ragionevoli per non condividere l’opinione dell’altra schiera, che la verità diventa relativa. Con questo non dico che non possa esistere una verità assoluta ma finchè ci sarà qualcuno che ragionevolmente non la ritiene tale, questa sarà necessariamente relativa. Allora anche filosofo cattolico dovrà riconoscere il valore relativo delle sue parole, non a caso sbaglia a chiamare “incapace di vedere la realtà” colui il quale invece la realtà potrebbe conoscerla così bene da sapere che certi aspetti non sono al momento conoscibili.

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        • Michele Silvi ha detto in risposta a Mum

          No.
          Alla domanda “Dio esiste?” si può rispondere in due modi (più un terzo che lascia la domanda lì, vabbè), e logicamente SOLO UNO può essere giusto, mentre l’altro è necessariamente sbagliato per il principio di non contraddizione.
          Non c’è verità relativa che tenga, o è sì o è no, non è che può essere sì per me e no per te, uno dei due sbaglia per forza.

          Se poi ti riferisci all’incapacità di conoscere perfettamente la risposta sono d’accordo con te, ma con questo la “verità relativa” centra poco, la verità resta lì e resta quella, a prescindere dal grado di conoscenza del soggetto.

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          • Mum ha detto in risposta a Michele Silvi

            Infatti ho specificato che al di fuori delle nostre convinzioni la verità assoluta può esistere. Però non è detto che chi ha scommesso sul bianco ha ragione e chi ha scelto il nero ha torto, ci sono terze possibilità: l’esistenza di un essere superiore che non interferisce minimamente con la nostra esistenza porterebbe la verità di cui discutiamo più vicina alla posizione dell’agnostico o dell’ateo, senza però toglierla del tutto al credente. Se il filosofo cattolico afferma che il “relativismo è l’incapacità di raggiungere la verità”, allora in questo caso si sarebbe sbagliato.

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            • Michele Silvi ha detto in risposta a Mum

              Beh, come direbbe Antiseri, esiste relativismo e relativismo.
              Ne esiste uno che postula che la verità non esista, un altro che postula l’impossibilità di raggiungerla, un altro che postula l’impossibilità di trasmetterla come essa è.
              Sono del tutto avverso al relativismo del primo tipo, ma considerare la possibilità dell’errore mi è sempre sembrato fondamentale per permettere, paradossalmente, proprio l’avvicinamento a quella Verità.

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        • Daniele Borri ha detto in risposta a Mum

          Guarda che stai sbagliando Mum, la questione è verità assoluta contro falsità. La verità relativa non può esistere…gli atei pensano che i credenti siano nell’errore non che affermino una verità relativa (ossimoro)!

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          • Mum ha detto in risposta a Daniele Borri

            Nel caso di un Dio non interventista invece ho dimostrato come la verità del dell’ateo, del credente e dell’agnostico potrebbero essere entrambe verità relative, cioè ognuno avrebbe ragione però solo in maniera parziale ed ognuno con gradi diversi di aprossimazione a tale verità.

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    • Antonio ha detto in risposta a Mum

      Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la superano…e questo è un fatto. Quindi lo scontro fede-ragione rimane solo nella testa degli atei, e solo perchè hanno il cervello bloccato e gli occhi chiusi.

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      • Mum ha detto in risposta a Antonio

        L’ateo può avere il cervello bloccato tanto quanto un credente, non capisco dove vuoi arrivare. Comunque Spaemann riconosce che fede e ragione possono scontrarsi, lo dice chiaramente, per questo parla di “rationabile obsequium”. Gli unici che non hanno mai vissuto questo conflitto sono probabilmente coloro che hanno accettato la dottrina religiosa senza chiedersi mai il reale perchè delle cose.

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        • Alèudin ha detto in risposta a Mum

          si è vero, un po’ come l’ateo che non ha mai avuto il coraggio di pensare che magari c’è un senso al tutto che gli sfugge.

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          • Mum ha detto in risposta a Alèudin

            E’ semplicemente un senso diverso, non una mancanza di senso.

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            • Alèudin ha detto in risposta a Mum

              spiegalo per favore.

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              • Mum ha detto in risposta a Alèudin

                La frase non lascia spazi a dubbi: ognuno può avere una propria idea del senso della vita, dalla morte o dell’esistenza intera.
                Se invece vuoi conoscere la mia personale opinione ti potrei dire che la consapevolezza del nascere, vivere e morire è già di per sè un sentire molto profondo. Ma un argomento del genere richiederebbe una discussione a parte…

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                • G.T. ha detto in risposta a Mum

                  Il credente è colui che accetta il significato della vita, se ne fa carico e prosegue nel proprio cammino.
                  Non si sostituisce a Dio.
                  Ma cerca di scavare a fondo con sempre più determinazione, fino ad arrivare alla “pancia” del leone, che è in ognuno di noi.
                  Perché per essere liberi bisogna dominare sé stessi.

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                • Alèudin ha detto in risposta a Mum

                  sarà, ma secondo me la tua frase voleva dire tutto e nulla.

                  Il fatto di essere consapevoli di esistere e sapere di dover morire è ottimo e molto intenso, a volte troppo intenso da sopportare.

                  Manca il perchè, e mancando il perchè c’è un serio rischio di noia come diceva Sartre o di perdersi in “vani ragionamenti” come diceva S. Paolo.

                  Alla fine perchè si va avanti? per quel briciolo di fede che ognuno di noi porta dentro, che in fondo tutto questo serva a qualcosa ed abbia un significato.

                  Ma è sufficiente?

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                • Daniele Borri ha detto in risposta a Mum

                  Si parla di senso adeguato all’esigere umano. Nessun non credente riesce a rispondere alla immensa domanda di senso che si trova dentro, semmai affermerà che si tratta di un’illusione.

                  Senza Dio c’è un senso circoscritto (il senso della vita è la famiglia, il senso della vita è il mio cane, il senso della vita è la torta), dunque inesistente nel quadro generale perché “niente può bastare al cuore dell’uomo” (sant’Agostino), niente risponde davvero se non Cristo.

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                  • Mum ha detto in risposta a Daniele Borri

                    Penso invece che pecchi di presunzione nel pensare che il non credente abbia una vita più vuota o con meno senso d’essere, mi basta ricordarti come invece può appartenere ad un livello umanamente più alto il “saper di non sapere”.

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                    • Alèudin ha detto in risposta a Mum

                      il fatto è che il non credente non è poi così tanto non credente.

                      per quanto riguarda il “saper di non sapere”, stai dicendo che appartieni ad un livello umano più alto perchè sei conscio della tua ignoranza? parlavi di presunzione? non si capisce bene.

                      comunque ora che sai di non sapere inizia a metterti in cammino altrimenti farai del “sapere di non sapere” un idolo/prigione o un anestetico.

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                    • Mum ha detto in risposta a Mum

                      Essere consci della propria ignoranza può portare a tutto tranne che alla presunzione.

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    • Pino ha detto in risposta a Mum

      sei sicuro di aver capito bene l’articolo? Spaemann dice “Una persona deve essere, in ultima analisi, coerente con la sua ragione, e se la sua ragione e la sua fede gli dicono qualcosa di opposto, questo significa che c’è qualcosa che non va” il conflitto denota che c’è qualcosa che non va, perchè fede e ragione non possono esntrare in conflitto.

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  4. Pino ha detto

    vediamo cosa era la fede per Dante così come espressa nel canto XXIV del Paradiso:

    Così spirò di quello amore acceso;
    indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
    d’esta moneta già la lega e ‘l peso;

    ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
    Ond’io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
    che nel suo conio nulla mi s’inforsa»

    la fede è paragonata ad una moneta “lucida e tonda” che Dante possiede e ne conosce bene il valore, al punto che Dante crea il verbo “inforsare” per mettere in evidenza che su di essa e sul suo valore non ha alcun dubbio “nulla mi s’inforsa”.

    Prosegue poi Dante:

    E io rispondo: Io credo in uno Dio
    solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
    non moto, con amore e con disio;

    e a tal creder non ho io pur prove
    fisice e metafisice, ma dalmi
    anche la verità che quinci piove

    per Moisè, per profeti e per salmi,
    per l’Evangelio e per voi che scriveste
    poi che l’ardente Spirto vi fé almi;

    nella prima terzina Dante coniuga la filosofia aristotelica del motore immobile con l’amore predicato da Cristo, unisce cioè la ragione aristotelica con la fede cristiana. Nella seconda e terza terzina ribadisce che la sua fede si fonda non solo su prove fisiche e metafisiche ma soprattutto sulle Sacre Scritture, sui libri dell’Antico Testamento, i Vangeli e i libri del Nuovo Testamento, che voi Apostoli scriveste dopo essere stati ispirati dallo Spirito Santo.

    Poi Dante conclude dicendo

    e credo in tre persone etterne, e queste
    credo una essenza sì una e sì trina,
    che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’

    importante la declinazione del verbo essere che per la Trinità può essere declinato sia al singolare che al plurale, sono le tre persone ed è un solo Dio.

    Sarebbe bene che UCCR proponesse anche una lettura del Paradiso della Divina Commedia commentata non da un dilettante come me ma, per esempio, da qualche professore della Cattolica che possa meglio spiegare il significato della fede ed il suo legame con la ragione.

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    • Mum ha detto in risposta a Pino

      Si, infatti più sopra avevo citato il “rationabile obsequium”, la condizione in cui il conflitto fede-ragione verrebbe superato. Capirai però che l’obbedienza, più o meno ragionevole che sia, può essere una soluzione pratica al conflitto ma non elimina certo la causa del conflitto.

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      • Pino ha detto in risposta a Mum

        non capisco perchè tu debba insistere con una cosa che non esiste, e cioè il presunto conflitto fra fede e ragione. Il conflitto non esiste, fede e ragione sono complementari, una non può viaggiare disgiunta dall’altra.

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