Vito Mancuso offende la memoria del card. Martini pur di promuovere l’eutanasia

«Il diavolo sa ben citare la Sacra Scrittura per i suoi scopi», diceva William Shakespeare. L’aforisma rende abbastanza l’idea se si pensa che negli ultimi secoli i più grandi nemici della Chiesa e del cristianesimo non sono stati laicisti o anticlericali di professione -essi non hanno la forza e gli argomenti per tentare di abbordare le certezze della fede-, ma teologi, esegeti ed esperti delle Sacre Scritture.

Pensiamo ai danni sulla credibilità della fede cristiana causati dal teologo evangelico Rudolf Bultmann  o dal teologo cattolico Hans Küng, , per non parlare dei preti mediatici Andrea Gallo e Antonio Mazzi. Impossibile da trascurare il teologo cattolico Vito Mancuso, reso famoso dal prete-imprenditore don Luigi Verzé, nominandolo come docente di teologia, dal quale non soltanto non ha preso le distanze dalle sue anticristiane megalomanie, ma ne ha difeso la libertà intellettuale. Questo perché –come è stato fatto notare– Mancuso (e altri docenti dell’Università San Raffaele) sono «profeti di un cristianesimo antidogmatico e antichiesastico, in grado di conquistarsi il credito laico-progessista, ammantato di quell’aura di battagliera indipendenza dalla gerarchia che tanto piaceva a don Verzé, perché in fondo è stata la sua cifra esistenziale».

Mancuso, spretatosi negli anni ’80, ha definito il card. Carlo Maria Martini “il mio padre spirituale” e non ha trovato un modo migliore per onorare la sua vita strumentalizzando la sua morte per tirare acqua al mulino dell’eutanasia, pratica da lui ampiamente sostenuta. Chissà se il card. Martini sarebbe stato contento che il suo “figlio spirituale” sfruttasse la sua morte per motivi ideologici, sostenendo ad esempio che egli «ha dato estrema testimonianza staccando, quando lo ha ritenuto inevitabile, le macchine che lo tenevano artificialmente in vita». Mancuso ha riportato questa amenità sul suo “padre spirituale” -secondo la recensione realizzata da Roberto Esposito– nel suo ultimo libro “Conversazioni con Carlo Maria Martini” (Fazi 2012) realizzato assieme a Eugenio Scalfari. Ovviamente è chiaro a tutti che il card. Martini non era attaccato a nessuna macchina (già altri hanno provato questo tentativo) e che ha soltanto chiesto di interrompere le terapie inutili per evitare l’accanimento terapeutico e -come fanno decine di malati terminali ogni giorno nel mondo- ha chiesto una sedazione palliativa per attendere la morte nel sonno, decisione condivisa anche dal dal cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della pontificia Accademia per la vita, che ha affermato: «Anch’io come Carlo Maria direi no a quelle terapie». Apprezzabile anche l’onestà intellettuale di Carlo Flamigni -ci si è ridotti a valorizzare le parole di un presidente onorario dell’UAAR che contraddice quelle di un teologo cattolico!- quando afferma: «Qualora Martini avesse rifiutato l’accanimento terapeutico che differenza farebbe? Non mi sembra che la Chiesa si opponga. Il cardinale ha soltanto rifiutato le cure che riteneva inutili, sicuramente non ha chiesto di essere lasciato morire. L’unico accanimento è piegarlo alla propria ideologia». 

Anche Vito Mancuso -com’era prevedibile- si è dunque accodato agli squallidi tentativi di Paolo Flores D’Arcais (Eugenio Scalfari e tanti altri, confutati dal medico personale del cardinale) di strumentalizzare la vita e la morte del card. Martini. Dopo essersi scagliato contro presunte “operazioni anestesia” compiute dalla Chiesa nei confronti di Martini (tesi confutata anche da “Il Foglio”, da Andrea Tornielli, da Antonio Spadaro, da Antonio Socci, oltre che da tutti gli articoli apparsi sul compianto biblista sull‘”Osservatore Romano” e su “Avvenire”) ha contribuito a «compiere un’incredibile distorsione della realtà, rimasticata e ripubblicata quasi con la meccanica convinzione che “ripubblicando ripubblicando alla fine si avvererà”, almeno nella testa della gente. Ma vera la “eutanasia dell’Arcivescovo” non è mai stata né mai potrà diventarlo, e rappresenta – l’ho già scritto e, qui, lo ripeto – un’autentica bestemmia, un ingiustificabile ed estremo oltraggio a un uomo di Dio che ha servito la verità e coltivato, da cattolico, le virtù della chiarezza, del rispetto e del dialogo», secondo il duro e condivisibile commento del direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio.

 

AGGIORNAMENTO 25/09/12, ore 15:00
Mentre questo articolo veniva realizzato, Vito Mancuso ha scritto al direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, prendendo le distanze dalle affermazioni a lui attribuite da Esposito e affermando: «lei ha perfettamente ragione nel rimarcare l’infondatezza dell’affermazione di Eugenio Scalfari nell’articolo su “Repubblica” del 1 settembre, ripresa da Roberto Esposito sempre su “Repubblica” nell’articolo del 21 settembre, secondo cui il cardinal Martini avrebbe “deciso di essere staccato dalle macchine che ancora lo tenevano in vita”». Mancuso ha continuato: «Si tratta di un’inesattezza che va smentita con chiarezza e che per quanto mi riguarda non ho sostenuto in nessun modo, essendo ben al corrente delle condizioni del cardinale che visitavo con una certa regolarità». Dunque il “teologo” ha confutato apertamente le subdole affermazioni del fondatore del suo quotidiano, Scalfari, ma ha pensato di farlo soltanto in una letterina ad “Avvenire”, lasciando tranquillamente che dalle colonne di “Repubblica”, di cui è editorialista, venissero diffuse “inesattezze” sul suo “padre spirituale”.

Mancuso ha poi tentato comunque di strumentalizzare la morte del card. Martini citando –come ha fatto Paolo Flores D’arcais- un articolo della nipote dell’ex arcivescovo di Milano, avvocato Giulia Facchini, testimone diretta degli ultimi momenti di vita del cardinale, la quale ha scritto che lo zio, quando ha sentito arrivare la morte, ha chiesto «di essere addormentato» e così una dottoressa lo ha sedato. Secondo Mancuso quindi, «il cardinal Martini non è stato staccato da nessuna macchina, ma ha piuttosto scelto, in libera determinazione, di staccare la sua presenza mentale (si potrebbe dire la sua anima spirituale) dal suo corpo». Martini infatti, come migliaia di altri pazienti in stato terminale fanno ogni giorno, ha scelto appunto la semplice sedazione palliativa che addormenta il paziente per evitarli sofferenze, soluzione che -al contrario della tesi di Mancuso- non accorcia affatto la vita, anzi –come ha scritto la “Rivista Italiana di cure palliative”– probabilmente aumenta addirittura la sopravvivenza dei pazienti.

Tarquinio ha giustamente risposto sorpreso del «tentativo di sostituire un mai avvenuto “stacco della spina” con un deliberato “stacco della mente” o, addirittura, uno “stacco dell’anima”. Sembra quasi che l’importante sia riuscire a dire che qualcosa è stato, comunque, “staccato”. Non è andata così […]. “Accompagnare” una persona morente con cure adeguate, che ne leniscono le sofferenze, non è affatto “procurare” la morte. Non si può dirlo e non si può farlo pensare. Perché il “far dormire” – cioè la compassionevole sedazione, che nel caso del cardinale è stata offerta dalla saggezza del medico curante e accettata dal morente – è appunto un modo per “accompagnare” chi sta troppo patendo».

 

AGGIORNAMENTO 26/09/12
Vito Mancuso ha fortunatamente capito che avrebbe fatto meglio ad inviare una lettera anche a “Repubblica”, oltre ad “Avvenire” per difendere il suo “padre spirituale” (come mai solo adesso? Scalfari ha affermato quelle sciocchezze il giorno dopo la morte di Martini!). Mancuso ha però aggiunto che Martini ha «scelto di interrompere le cure finalizzate al mantenimento della vita per passare a cure finalizzate ad affrontare la morte nel modo meno traumatico possibile». Ha quindi chiesto che «a ogni cittadino sia dato il medesimo diritto esercitato da Martini». Purtroppo Mancuso prosegue nella strumentalizzazione del card. Martini, in quanto l’ex arcivescovo di Milano ha chiesto quello che chiedono quasi tutti i malati in fase terminale, ovvero di attendere la morte dormendo. Non ha chiesto di interrompere il mantenimento in vita, dire questo significa continuare ad offendere la sua memoria pur di promuovere l’eutanasia.

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