Sette scienziati contro il riduzionismo: «l’uomo è ben oltre i suoi geni»

Sono passasti diversi anni da quando il premio Nobel James Watson diceva: «Noi eravamo abituati a pensare che il destino dell’uomo fosse scritto nelle stelle. Ora sappiamo che, in larga misura, è scritto nei nostri geni». Oggi più nessuna persona seria sosterrebbe una sciocchezza del genere, tranne ovviamente il manipolo di seguaci di Richard Dawkins, il quale nel 2007 ha dimostrato di credere ancora del determinismo genetico, scrivendo ad esempio metafore come questa: «Se in battaglia l’egoista se ne sta nelle ultime file per salvare la pelle, ha probabilità solo di poco inferiori a quelle dei compagni di finire tra i vincitori. Il martirio dei commilitoni gli gioverà più di quanto non giovi in media a ciascuno di loro, in quanto essi saranno mòrti. L’egoista ha più probabilità di riprodursi di loro, e i suoi geni, avendo rifiutato il martirio, hanno più probabilità di replicarsi nella generazione successiva. Quindi la tendenza al martirio diminuirà nelle future generazioni». (“L’illusione di Dio“, Mondadori 2007, pag. 119,120). Sarebbero dunque i geni a rifiutare il martirio, perché i geni determinano chi siamo e il nostro destino.

Interessante leggere quanto ha scritto in questi giorni, allora, il prof. Carlo Soave, ordinario di fisiologia vegetale all’Università degli Studi di Milano. Si parla dell’anniversario del sequenziamento del genoma umano e della deriva riduzionista che ne è sorta attraverso concetti come “il Dna è il codice della vita”. «Nel dire ciò», ha ricordato il prof. Soave, «c’era dentro implicitamente il concetto che la nostra vita è definita e come tale quella di tutti gli organismi viventi da quello che c’è nel dna. L’idea che sostanzialmente siamo determinati dai nostri geni […]. Non è vero. Il codice della vita non è un codice, ma sono degli strumenti in mano al nostro organismo vivente il quale usa di questi strumenti più altri centomila per condurre la propria vita. Chi ha l’informazione è l’organismo intero e non il dna […]. La gente si immagina che nel dna c’è scritto il nostro destino, la salute e la malattia». Scientisti e astrologi sono molto simili nella loro superstizione, perché ritengono che tutto sia già stato scritto, che non vi sia libertà nell’uomo: «nella concezione di essere profondamente condizionati dal nostro dna», ha concluso il fisiologo, «su questa base il nostro destino è uscito per caso alla roulette. Se invece non è vera questa ipotesi cambia lo scenario. Attorno a questi problemi si gioca cosa è l’uomo che  è poi quello che ci interessa. Attorno a queste cose ruota la concezione ontologica chi siamo e cosa siamo».

Qualche mese fa un concetto simile è stato espresso da Aleksandr Kogan, ricercatore presso l’Università di Toronto: «Ogni volta che un nuovo studio esce, i media segnalano che un nuovo gene è stato trovato: c’è il gene della depressione, il gene criminale , o il gene della tenerezza […] . Ma non è corretto. In una certa misura, è vero che i geni gettano le basi di quello che siamo. Dopo tutto, gli esseri umani sono creature biologiche (non sono rocce) e i geni sono gli elementi costitutivi del nostro hardware biologico. Le nostre menti sono fondamentalmente basate sull’esistenza di questo hardware biologico, così i nostri geni sono le fondamenta per quello che siamo. Ma questo è ben lungi dal dichiarare che un particolare gene è responsabile di un particolare tratto di personalità […].Ci sono molti, molti fattori non genetici che influenziano chi siamo […].  Quando si considera una persona in particolare, è estremamente difficile fare una domanda su quello che potrebbe essere basandosi sulla conoscenza dei suoi geni».

Il professore di biologia e neurobiologia alla Open University e alla University of London, Steven Rose, (nonché noto critico di Richard Dawkins), ha dichiarato: «L’uomo ha capacità precluse a qualsiasi altra specie animale sulla Terra. E’ unico. Anche con le scimmie c’è una differenza talmente grande, sopratutto qualitativa. Gli organismi sono multidimensionali (tre dimensioni spaziali più una temporale) mentre il DNA è una fila monodimensionale: non si può passare da 1 a 4. Non si può conoscere l’uomo (se sarà violento, religioso, radicale, conservatore, omosessuale o eterosessuale) decifrando il DNA» (in “La scienza e i miracoli”, TEA 2006, pag. 96-97).

Anche il neodarwinista Francesco Cavalli Sforza ha riconosciuto che «L’esistenza di una mutazione del Dna ci fa pensare a qualcosa di scritto dentro di noi, di ineluttabile. Ma non è affatto così […]. Nessun uomo è figlio solo dei suoi geni». Lo stesso è stato riconosciuto -seppur con qualche limite- da Edoardo Boncinelli, responsabile del Laboratorio di Biologia dell’Istituto San Raffaele di Milano durante un convegno al Meeting di Comunione e Liberazione: «il determinismo genetico si deve intendere nel senso che qualche volta c’è un diritto di veto da parte di alcuni geni in alcune persone, ma per quanto riguarda tutto il resto ci sono ampie opportunità a ciascuno di noi di seguire la propria strada […].  I geni non potrebbero, nemmeno volendo, controllare tutti i nostri  pensieri e i nostri atteggiamenti».

Il prof. Luca Sangiorgi, genetista e dirigente Responsabile della struttura di Genetica Medica dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, si è a sua volta soffermato sul determinismo genetico, ovvero nell’«associare alcuni geni con una maggiore tendenza a fumare, a tendenze suicide, a bere più alcool, alla timidezza; per non parlare dei presunti geni dell’omosessualità e della schizofrenia. La mia personale simpatia in questo campo va al così detto gene dell’appetito che sembra essere particolarmente espresso nei suini. L’eccessiva enfasi attribuita alla costituzione genica dell’uomo fa dimenticare che la vita umana è qualcosa di più della mera espressione di un programma genetico scritto nella chimica del DNA».

Infine, il prof. Marco Pierotti, direttore del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori (INT), si è proprio domandato: “Il nostro destino è nei geni?”. Per rispondere, ha spiegato, «non si può prescindere dal passare a considerare che cosa sia in fondo l’uomo. Credo che sia il punto centrale della questione a cui non si possa sfuggire dietro ragionamenti o teorie, ma in cui bisogna giocare la propria esperienza, la propria vita, i propri incontri. La complessità biologica che risiede nella possibilità di milioni di miliardi di combinazioni nel modo in cui possono essere espressi i geni di una mia cellula chiude in sé elementi di una libertà biologica che contrasta il rigido determinismo della composizione genica stessa: alla realtà biologica o misurabile si accoppia una realtà non misurabile costituita dalle mie idee, dai miei giudizi, dai miei desideri , dalla mia libertà di aderire a una proposta con un sì o con un no».

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