La fiction su Pio XII riceve il plauso dagli storici

Dopo aver fatto fuori Distretto di Polizia 10 senza troppi complimenti, la fiction di Rai1, Sotto il cielo di Roma, vince anche contro Il Grande Fratello. Così la bellissima serie TV su Pio XII si aggiudica la serata con 5.726.000 spettatori, pari a uno share del 20,63% (vedi dati su CineTV e Auditel). Nonostante le già previste polemiche del Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni (tra l’altro successore del Rabbino capo di Roma Eugenio Zolli che si convertì al cattolicesimo proprio nel 1945 e si fece battezzare con il nome di “Eugenio Pio Israel Zolli“, in forma di gratitudine verso l’operato della Chiesa e del suo Pontefice nei confronti degli ebrei di Roma), la fiction è assolutamente attendibile dal punto di vista storico, anche perché una commissione di storici ha valutato i documenti sull’azione del papato in quel periodo. Anche secondo il direttore di Rai Fiction, Fabrizio Del Noce, «la fiction dà un contributo di equilibrio. Gli argomenti, grazie anche alla professionalita’ della Lux Vide, sono trattati in maniera non faziosa, e riproporre episodi importanti della nostra storia recente è un diritto-dovere del servizio pubblico» (da Ansa.it e Il Giornale).

Un componente della commissione di storici, Giovanni Capetta, è stato intervistato da Il Sussidiario, e ha dichiarato: «E’ un Papa che, nonostante il grande dibattito sulla sua figura, è ancora in larga parte da scoprire. Anche per quanto riguarda la questione più controversa: i cosiddetti “silenzi” sulla deportazione degli ebrei, su cui ci sono diversi aspetti ignorati non solo dai suoi detrattori, ma anche nello stesso ambiente ecclesiale». Infatti, continua lo storico Capetta, «è assolutamente impossibile che quanto fatto in favore di ebrei e dissidenti antifascisti da parte di conventi e parrocchie romane fosse solo l’iniziativa di alcuni preti “di sinistra”. Pio XII e i suoi più stretti collaboratori erano perfettamente a conoscenza di quanto avveniva, e si batterono strenuamente per difendere l’extraterritorialità delle istituzioni religiose di Roma, per impedire ai nazisti di varcarne la soglia». C’è comunque chi insiste a ritenere il tutto una spinta di generosità e non l’obbedienza ad un ordine del Pontefice, come se 4.500 ebrei potessero venire accolti in accolti in 290 istituti religiosi e conventi di clausura sotto le sue finestre, senza la sua approva­zione o addirittura a sua insapu­ta… Non a caso – sempre secondo Capetta – nella zona di San Giovanni in Laterano si erano rifugiati tre quarti del Cln, mentre nella cittadella del Gianicolo, allora collegio di Propaganda Fide, si trovava una fattoria con mucche e altri animali, rifornita da camion provenienti da tutto il centro Italia, con lo scopo di accogliere e proteggere gli ebrei. «E gli input per queste operazioni provenivano direttamente da Pio XII e dai suoi stretti collaboratori – prosegue Capetta -, attraverso intermediari che portavano in gran segreto le direttive del Papa in parrocchie e conventi». Ma come sottolinea anche Francesco Arlanch, autore della sceneggiatura, «Pio XII ricorse anche a dei veri e propri messaggi cifrati».

Lo storico ebreo Paolo Mieli, ex direttore de Il Corriere della Sera, dichiara invece: «La figura di Papa Pacelli mi ha sempre incuriosito e quindi sul suo pontificato mi sono documentato, con passione, come storico. Posso trarre tre conclusioni di fondo: la prima è che il Papa, nel momento della deportazione, diede un aiuto concreto agli ebrei romani: il calcolo approssimativo è che almeno 4.500 ebrei trovarono ospitalità e protezione in istituti religiosi e in conventi. Il Papa era sicuramente al corrente di quello che avveniva nei conventi romani, a parte il fatto che in quegli stessi conventi stava nascosto metà dell’antifascismo militante che operava a Roma, e che esistevano costanti colloqui tra Vaticano e gli esponenti di quell’antifascismo. Un ordine scritto, una presa di posizione pubblica sarebbe apparsa come una sfida intollerabile e avrebbe provocato dei danni incalcolabili, senz’altro maggiori di quelli che erano già accaduti. La seconda considerazione è che non esiste alcuna prova, qualsiasi tipo di prova, di una connivenza del Papa con il nazismo. La terza è che lo stesso mondo ebraico ha certificato, per almeno venti anni, gratitudine a Pio XII per il suo operato. Si possono ricordare le parole di Golda Meir, premier israeliano (che disse: “Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime. Piangiamo la perdita di un grande servitore della pace”), ma persino una “Settima” di Beethoven suonata per il Papa dall’Orchestra di Israele. Poi, ogni tanto arrivano altre opinioni e oggi c’è indubbiamente una divisione nel mondo ebraico sulla figura di Pio XII. Ma i documenti e i fatti storici sono quelli che ho ricordato». Mieli conclude: «Da un punto di vista storico si può affermare che non c’è nulla che, nei rapporti con il nazismo e nelle varie vicende degli ebrei, possa essere imputato al Papa. L’aiuto concreto agli ebrei c’è stato e, ripeto, un ordine scritto, una presa di posizione pubblica sarebbe stata controproducente» (da Il Sussidiario).

Il giornalista e storico Andrea Tornielli, che ha partecipato nel 2009 ad un incontro tra storici ebrei e storici cattolici proprio sulla figura di Pio XII e ha potuto accedere a documenti del tutto inediti sulla figura del Pontefice, aggiunge: «Chi accusa di solito Pio XII di essere esponente di una Chiesa verticista, che aveva bisogno solo di esecutori, lo ritiene poi capace di non sapere quello che accadeva negli istituti religiosi romani. In realtà, il Papa e il suo Sostituto alla Segreteria di Stato sapevano benissimo tutto. Si pensi al ruolo che Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, svolgeva con Pio XII e ai rapporti che lo stesso Montini aveva con gli esponenti dell’antifascismo, che vivevano ospiti negli stessi conventi romani, a contatto con gli ebrei salvati. Diciamo piuttosto una verità che è scomoda per molti: se il Papa avesse fatto una dichiarazione pubblica oppure avesse firmato un ordine scritto, sarebbe certo stato apprezzato dai posteri, ma avrebbe potuto provocare reazioni disastrose soprattutto per i perseguitati. In realtà su Papa Pio XII ci sono una infinità di luoghi comuni. I primi ad attaccare il suo “silenzio” furono i giornali di Stato sovietici all’inizio degli anni ’40, quando dal patto Ribbetrop-Molotov si passò all’invasione tedesca dell’Urss. Poi periodicamente, a seconda dei momenti storici, c’è chi tira fuori dal cassetto questa polemica» (da Il Sussidiario).

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