La Sindone e il nuovo studio: gli indizi scoperti grazie al DNA
- Alessandro Piana
- 11 Lug 2026

Cosa emerge davvero nel nuovo studio sul DNA della Sindone: la biologia molecolare apre nuove possibilità di indagine, tra conferme e plausibilità.

di
Alessandro Piana*
*Studioso e specialista internazionale della Sindone
La Sindone ancora una volta al centro dell’attenzione dei mass media.
La rivista “Scientific Reports”, del gruppo editoriale Nature, ha appena pubblicato un articolo che presenta i risultati di nuove ricerche basate sul sequenziamento del DNA rinvenuto sul telo sindonico.
Lo studio era stato anticipato nei mesi scorsi da un “pre-print” e non ha deluso le attese.
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Il nuovo studio non parla di datazione
Lo studio nasce da un progetto di ricerca congiunto, attuato tra settembre 2022 e dicembre 2025, dall’Università di Padova (referente il Prof. Gianni Barcaccia) e dall’Università di Pavia (referente il Prof. Alessandro Achilli), e ha visto la partecipazione di istituzioni nazionali e internazionali.
Le analisi metagenomiche effettuate hanno esaminato DNA isolato da residui organici di diversa origine presenti sui frammenti di Sindone.
La metagenomica permette di analizzare tutto il DNA presente in un campione fornendo indicazioni in merito a quali tracce biologiche sono presenti. Batteri, funghi, muffe, piante e animali, possono così essere identificati in laboratorio.
Questo approccio ha però il limite di non poter stabilire direttamente l’età del campione esaminato.
Nel testo sono, infatti, gli stessi autori a sottolineare come i risultati non consentono di dimostrare se la Sindone abbia settecento o duemila anni; ma mostrano soprattutto le contaminazioni e i contatti accumulati nel corso della sua storia.
È bene ricordare, però, che l’età della Sindone non è tra gli scopi di questo lavoro.
La radiodatazione effettuata dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo nel 1988 avrebbe attribuito l’origine della Sindone tra il 1260 e il 1390 d.C., ma tali risultati sono stati sconfessati a più riprese nel corso degli ultimi anni: nel 2010 e, soprattutto, nel 2019.

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L’origine geografia e il tragitto della Sindone
L’analisi Metagenomica ha però permesso di fornire informazioni interessanti in grado di integrare quanto già conosciamo a proposito della Sindone.
In particolare rilevando materiale genetico proveniente da esseri umani, animali, piante, batteri e muffe denotando condizioni di conservazione complesse, caratterizzate da contaminazioni ambientali e attività umane stratificate nel corso dei secoli.
L’eterogeneità del materiale rende però improbabile l’identificazione del DNA originario del telo.
L’analisi del materiale genetico offre una mappatura estremamente dettagliata delle tracce biologiche accumulatesi sul Sacro Lino nel corso dei secoli, che diventano fondamentali, come sottolineano gli stessi autori, per «documentare sia lignaggi umani compatibili con popolazioni dell’Eurasia occidentale e dell’area del Mediterraneo, sia un ampio spettro di contaminanti ambientali».
Lasciamo la parola ai referenti dello studio.
Il Professor Achilli dichiara di aver identificato una linea genetica (mitocondriale) predominante che «è caratteristica degli ebrei ashkenaziti, ma che corrisponde esattamente a quella del Prof. Baima Bollone, che ha prelevato i campioni nel 1978», sottolineando come «la presenza di cheratine e altre proteine della pelle, identificate tramite analisi proteomica, confermerebbe che le procedure di prelievo dei frammenti non erano sterili, ad esempio senza guanti».
Particolare importanza riveste l’identificazione di varianti appartenenti ad aplogruppi euroasiatici occidentali e a popolazioni del Medio Oriente, come i Drusi.
Del resto l’aplotipo H33 era già stato trovato nel corso delle analisi svolte sempre dal Professor Barcaccia e da un altro team nel 2015.
Il gruppo di lavoro rilevò che oltre il 55% delle sequenze di DNA mitocondriale umano sui campioni analizzati appartenevano a linee del Vicino Oriente.
Mentre meno del 6% erano tipiche dell’Europa occidentale, mentre il 39% erano riconducibili a linee indiane, forse legate all’importazione di lino dall’area dell’Indo.

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Possibili riscontri storici?
A parere di chi scrive, tale distribuzione genetica troverebbe riscontro anche nelle linee di ricerca storica che suggeriscono il tragitto compiuto dalla Sindone nel corso dei secoli.
Come abbiamo già visto, vedrebbe il suo passaggio dalla Terrasanta alla zona dell’odierna Turchia e il successivo passaggio in Europa dopo la Quarta Crociata e la conquista di Costantinopoli (1204).
Così, la Sindone fu conosciuta e venerata in Oriente prima del suo arrivo in Europa.
Le tradizioni storiche, unitamente alle evidenze genetiche, suggeriscono che la telo sindonico ha avuto un’esposizione significativa nel bacino del Mediterraneo e nel Vicino Oriente prima di giungere in Occidente.
Origini mediterranee (o comunque un transito da lì) potrebbe essere suggerito anche dalla presenza nei campioni analizzati di batteri con habitat tipico degli ambienti ad alta salinità, unitamente alle tracce di corallo rosso, bestiame e animali domestici.
Nel recente studio, il Professor Barcaccia sottolinea come «queste evidenze genetiche integrano, senza sostituirsi, le indagini forensi e i dati storici e radiometrici già disponibili, offrendo informazioni molecolari sulle dinamiche di conservazione e contaminazione, evidenziando altresì il limite intrinseco dell’approccio metagenomico».
Il DNA analizzato, prosegue infatti, «rappresenta la sovrapposizione di segnali biologici accumulatisi nel tempo e richiede pertanto cautela nell’attribuzione di eventi storici o provenienze geografiche a singoli reperti genetici».
L’articolo riconosce, quindi, la plausibilità di un’origine orientale della Sindone ma sottolinea come le prove disponibili non permettono una conferma definitiva, invitando a considerare la complessità storica e biologica dell’oggetto.

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La biologia e l’apertura di nuovi scenari
Completano la pubblicazione i risultati della radiodatazione di due distinti fili di tessuto impiegati in interventi di rammendo e riparazione finalizzati a stabilizzare il telo di lino danneggiato dall’incendio del 1532 durante due eventi storicamente documentati, avvenuti rispettivamente nel 1534 e nel 1694.
Ciò contribuisce a fare luce su alcuni aspetti relativi alla storia della conservazione della Sindone.
Queste tracce biologiche lasciate da secoli di interazione sociale, culturale ed ecologica – al di là di ogni conclusione più o meno sensazionalistica – dimostrano il profondo interesse, unitamente alla grande utilità, delle più recenti tecniche di Biologia Molecolare.
Esse infatti permetterebbero – nel caso di future e auspicabili nuove ricerche dirette sulla Sindone – la possibilità di ottenere nuove informazioni utili ad una maggiore comprensione del manufatto, della sua origine e della sua futura conservazione, con l’utilizzo di quantità davvero esigue di materiale sindonico.
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