Liechtenstein, il principe mette a rischio il trono per opporsi all’aborto

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Il principe Alois del Liechtenstein nuovamente pronto a mettere il veto. Lo fece già nel 2011, annunciando la rinuncia al trono in caso gli fosse impedito.


 

A distanza di quindici anni lo ha rifatto.

Il Reggente del Principato di Liechtenstein, Alois del Liechtenstein, ha annunciato che sarebbe pronto a utilizzare nuovamente il proprio diritto di veto qualora una nuova iniziativa favorevole all’aborto dovesse essere approvata.

La dichiarazione ha riaperto il dibattito su uno degli episodi politici più significativi della storia recente del piccolo Stato alpino.

 

“Qui l’aborto non sarà mai legalizzato”

Per comprendere la portata della vicenda occorre tornare al 2011.

In quell’anno un referendum popolare proponeva di depenalizzare l’aborto entro le prime dodici settimane di gravidanza e nei casi in cui il nascituro presentasse gravi disabilità.

Durante la campagna referendaria, il principe Alois annunciò pubblicamente che avrebbe posto il veto alla riforma anche nel caso in cui fosse stata approvata dagli elettori.

Spiegò infatti che la sua coscienza non gli avrebbe consentito di promulgare una legge favorevole all’uccisione di un bambino non ancora nato.

Il 18 settembre 2011 gli elettori respinsero comunque la proposta con il 52,3% dei voti contro il 47,7%, mantenendo in vigore la normativa restrittiva esistente.

 


Il Principe del Liechtenstein: «Qui l’aborto non verrà mai legalizzato»
(22/08/2011)


 

Il popolo difese il principe

La vicenda, tuttavia, non si concluse lì.

I promotori della liberalizzazione si unirono a diversi gruppi favorevoli alla riduzione dei poteri monarchici e lanciarono un’offensiva legislativa per limitare il diritto di veto del principe.

Il referendum costituzionale si tenne nel luglio 2012 e il Principe Alois compì una mossa senza precedenti: dichiarò che lui e la famiglia principesca avrebbero potuto rinunciare al proprio ruolo istituzionale se fossero stati costretti a firmare leggi contrarie ai loro principi fondamentali.

L’esito fu netto. Il 76,1% degli elettori del Liechtenstein votò per mantenere intatti i poteri del principe, confermando il diritto di veto e respingendo il tentativo di ridimensionare la monarchia.

 


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Il principe Alois ancora pronto al veto

Oggi la questione torna d’attualità.

Alcuni gruppi abortisti stanno cercando di riaprire il tema della legalizzazione dell’interruzione di gravidanza.

Il Reggente del Principato di Liechtenstein ha quindi fatto immediatamente sapere che, se necessario, eserciterà ancora il veto.

Sarebbe così la seconda volta in cui il principe sarebbe disposto a mettere a rischio la propria posizione e l’equilibrio istituzionale del Paese pur di difendere la vita nascente. Ammirevole.

Autore

La Redazione

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4 commenti a Liechtenstein, il principe mette a rischio il trono per opporsi all’aborto

  • Paolo ha detto:

    La decisione del Principe Alois del Liechtenstein evidenzia, per contrasto, il dramma e la progressiva capitolazione della coscienza che hanno segnato la storia politica italiana.
    Il pensiero corre inevitabilmente al maggio del 1978, quando sei vertici democristiani scelsero di firmare la legge 194 sull’aborto in nome del formalismo istituzionale, abdicando al dovere morale di difendere la vita nascente.Quella fessura nel muro della legge naturale ha aperto la strada a derive più recenti, come la legalizzazione delle unioni civili nel 2016, promulgate e sostenute da figure apicali dello Stato che pure si professano cattoliche.

    La famiglia non è una convenzione sociale plasmabile dal legislatore, ma un ordine oggettivo creato e voluto da Dio. Permetterne la destrutturazione giuridica rappresenta un drammatico giro di boa nella nostra civiltà del diritto.Le leggi, infatti, possiedono una formidabile funzione pedagogica: ciò che è legale diventa rapidamente morale nella percezione collettiva.

    Il gesto del Reggente del Liechtenstein dimostra che la vera autorevolezza di un leader non risiede nella conservazione del potere o nel compromesso procedurale, ma nel coraggio di opporre un veto di coscienza quando lo Stato pretende di rifare l’uomo e la società a propria immagine, contro la verità della Creazione.

  • delfini ha detto:

    la legge 194 è formalmente differente da quasi tutte le norme vigenti in Europa e altrove. Se fosse letta e interpretata e applicata correttamente, ad esempio, si vedrebbe che NON prevede l’ IVG per patologie del nascituro, ma solo per patologie e sofferenze psichiatriche della donna, anche in relazione alla diagnosi prenatale.

    • Paolo ha risposto a delfini:

      A queste e ad altre affermazioni simili, sorge spontanea una riflessione: assistiamo a una paradossale convergenza del pensiero abortista e di parte di quello antiabortista verso un’unica posizione pratica. La legge 194 viene trattata come un elemento indiscutibile del paesaggio storico-giuridico, un dogma sociale che non varrebbe nemmeno la pena di mettere in discussione. È così che viene completamente a mancare nel dibattito una voce che, oltre a denunciare la norma in vigore come «intrinsecamente ingiusta», proclami la necessità di battersi, per quanto possibile, per la sua abrogazione.

      Si registrano sempre più spesso casi di persone, anche credenti, che fanno l’apologia della legge sull’aborto, fornendo una ricostruzione storica davvero stupefacente: la 194 sarebbe nata buona e giusta, una legge “non abortista”, che l’insipienza degli uomini avrebbe poi male interpretata e peggio applicata. Il corollario di queste affermazioni è la tesi minimalista secondo cui la norma avrebbe bisogno tutt’al più di «fare un tagliando».

      Dichiarare che la 194 non sia sbagliata in radice è un esiziale e insostenibile errore teologico e antropologico. Come ricordava san Giovanni Paolo II nella Evangelium Vitae (nn. 72-73), le leggi che autorizzano l’aborto si pongono in radicale contraddizione con il bene comune e sono «del tutto prive di autentica validità giuridica», poiché nessuna legge umana può pretendere di legittimare un crimine contro la vita. Definire la 194 “buona in sé” significa cedere a un grave sbandamento che mortifica la discussione e rende ancora più remota la possibilità di una pur piccola revisione in senso restrittivo delle norme vigenti.

      Intendiamoci: nessuno è così sprovveduto da non sapere che oggi come oggi non sussistono nel Paese – nelle piazze e nelle aule parlamentari – i numeri per un ribaltamento della legge. Ma questo sano realismo politico non può e non deve stravolgere la verità. Parliamo di una verità raggiungibile anche da parte di chi non ha fede, basata sulla proclamazione della inaccettabilità, non solo morale ma anche giuridica, di ogni aborto procurato. Mio suocero, ad esempio, mi sembra di averlo già affermato, era un veterocomunista tesserato e un anticlericale irriducibile, eppure per lui l’aborto restava una realtà radicalmente inaccettabile.

      In questo clima di confusione prendono invece piede tesi compromissorie che, pur sostenute con le migliori intenzioni, rendono ancora più fitta la nebbia nella testa di molti cattolici e pro-life. L’errore di fondo sta nel confondere il piano del giudizio politico sull’impossibilità di eliminare oggi la legge 194, con quello morale e filosofico-giuridico per cui se ne accettano i principi ispiratori. Si tenta così di contrastare l’aborto nei fatti, senza contrastare alla radice il principio abortista. Questo genera una sorta di “abortismo gentile” (Mario Palmaro): si promuove una semplice “preferenza per la vita”, per cui lo Stato incentiva la nascita ma lascia la vita dell’innocente totalmente nelle mani dell’arbitrio di un altro soggetto, rinunciando alla sanzionabilità del fatto.

      Sul piano della filosofia del diritto, la 194 introduce un anti-principio assai grave, distruttivo per lo Stato di diritto: stabilisce che l’esistenza e la protezione di un essere umano geneticamente distinto e vitale dipendano in maniera totale ed esclusiva dall’investimento affettivo o dalla situazione psicologica di un altro soggetto. Si elimina così il principio cardine della parità dei diritti(non solo orizzontali, biografici, ma anche verticali, biologici), assegnando a un consociato una debordante facoltà di decisione sulla vita altrui.

      È qui che l’argomentazione laica si salda con la lucidissima analisi della Evangelium Vitae (n. 20): quando una maggioranza parlamentare decreta la legittimità di sopprimere la vita umana nascente, assume una decisione dispotica, totalitaria nei confronti dell’essere umano più debole. In questo modo la democrazia, a dispetto delle sue regole formali, cammina sulla strada di un sostanziale, radicale totalitarismo soffuso di “empatia” ingannevole, demoniaca(d’altra parte non riesco a spiegare razionalemnte come nel giro di due generazioni tutto il mondo opulento si sia reso correo, così pervicamente ostinato, nel promuovere addirittura costituzionalmente tale scempio), poiché lo Stato cessa di essere la casa comune dove tutti vivono secondo principi di uguaglianza.

      Questa acquiescenza alle leggi esistenti genera una spaventosa confusione dottrinale, facendo perdere di vista la “linea del Piave” che distingue una legge giusta da una ingiusta. Si applica una sorta di “indulto etico” per ciò che ormai è legge dello Stato (divorzio, aborto, fecondazione artificiale), conservando una certa combattività solo per ciò che ancora deve diventarlo (eutanasia, suicidio assistito). Di riflesso, si peggiora l’atteggiamento della classe politica: l’uomo politico si alimenta di consenso ed è il prodotto della sensibilità comune; se il dibattito culturale non contempla più una critica frontale alla legge, la politica si adeguerà irreversibilmente e infallibilemnte al ribasso.

      L’esito di questo finto dibattito porta solo al consolidarsi della situazione e al raggiungimento di un “punto di equilibrio perfetto” dell’abortismo: da un lato, l’accettazione nel sentire comune del diritto di aborto per legge; dall’altro lato, il contenimento del numero degli aborti grazie alle limitazioni eugenetiche o agli aiuti materiali. Sarebbe la quadratura del cerchio abortista: rendere fisiologico l’aborto legale, in una nuova, inedita e drammatica alleanza con il solidarismo cattolico.

      • Sebastiano ha risposto a Paolo:

        Bellissimo intervento.
        Da incorniciare, studiare e ripassare.
        Grazie.