“Perché Dio è grande?” La risposta sbagliata dell’antropologo
- Ultimissime
- 18 Mag 2026

L’antropologo Manvir Singh spiega in maniera naturalistica come Dio è diventato grande: è solo un collante sociale. Ma è davvero così?
Come Dio è diventato così grande nella storia umana?
E’ questa la domanda che si è posto l’antropologo Manvir Singh, in un lungo articolo pubblicato sul The New Yorker, tentato di spiegare l’importanza di Dio dal punto di vista naturalistico.
La sua risposta è che il monoteismo avrebbe trionfato non perché vero, ma perché socialmente utile.
Il Dio d’Israele non era unico?
Singh è docente presso la University of California e si occupa soprattutto di antropologia evoluzionistica, religione, sciamanesimo e comportamento umano.
Nei suoi lavori è costante la spiegazione delle religioni, in particolare lo sciamanesimo, come strumenti psicologici e sociali che aiutano i gruppi umani a cooperare, mantenere ordine interno o affrontare paure e incertezze.
Lo stesso autore appartiene al Sikhismo, una religione monoteista nata nel XV secolo nella regione del Punjab, tra India e Pakistan e fondata da Guru Nanak.
Secondo lo studioso, il Dio d’Israele non sarebbe nato come l’unico Creatore, ma come una divinità minore del pantheon levantino subordinata al dio El.
Solo in seguito, attraverso processi politici, guerre, crisi nazionali ed evoluzione culturale, Yahweh avrebbe assunto il ruolo centrale fino a diventare il Dio unico delle religioni abramitiche.
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Il cristianesimo come collante sociale
L’autore sostiene inoltre che il successo storico di cristianesimo e islam dipenda soprattutto dalla capacità del monoteismo di creare coesione sociale, identità condivisa e fiducia reciproca tra i membri di una comunità.
In questa prospettiva, la fede non sarebbe anzitutto una risposta vera sulla realtà, ma uno strumento evolutivo e politico utile a organizzare grandi società.
Ritorna quindi l’impostazione marxista della riduzione della religione a mero fenomeno sociologico, a cui si aderisce solo per l’indubbio beneficio evolutivo (la letteratura scientifica conferma gli enormi riscontri psico-fisici).
Dio diventa quindi un collante sociologico artificiale che regola il comportamento, promuove la cooperazione e organizza le società.
Confondere conseguenze con causa
Una spiegazione antropologica può senz’altro descrivere alcuni effetti sociali della religione, ma in quale modo confuta automaticamente la verità delle sue affermazioni?
Dire che la fede produce identità collettiva non prova che i credenti vivano la fede solo per quello o che Dio sia un’invenzione.
Sarebbe come sostenere che l’amicizia è illusoria e i legami tra le persone siano prodotti della necessità di appartenenza solo perché gli individui prosperano maggiormente all’interno di tribù.
E’ il solito rischio che rileviamo: confondere una delle conseguenze della religione con la causa.
L’esclusivo monoteismo ebraico
Anche sul piano storico, le affermazioni di Singh restano controverse.
La teoria secondo cui Israele sarebbe passato gradualmente dal politeismo al monoteismo è diffusa ma gli studiosi distinguono tra la presenza di pratiche idolatriche nel popolo ebraico — più volte denunciate nella Bibbia stessa— e l’idea che l’ebraismo originario fosse realmente politeista.
Innanzitutto, l’affermazione che “El” fosse una divinità primaria rispetto al Dio di Israele non ha riscontro.
La Bibbia usa spesso “El” semplicemente come termine generico per “Dio”. In ebraico è sia un nome proprio che un titolo, quindi possono riferirsi alla stessa realtà usando etichette diverse, non divinità diverse.
Non esiste poi alcuna chiara testimonianza che dimostri che il Dio biblico fosse subordinato a “El” nel culto israelitico.
Sul monoteismo, il lavoro di Larry Hurtado e Richard Bauckham resta imprescindibile.
Hurtado (Università di Edimburgo) indica proprio nella «posizione monoteistica ostinata» la caratteristica principale del giudaismo, tanto che il mancato mantenimento di tale posizione era «forse il più grande peccato possibile per un ebreo»1L.W. Hurtado, “Lord Jesus Christ: Devotion to Jesus in Earliest Christianity”, Grand Rapids 2003, p. 29.
Sebbene il monoteismo ebraico contemplasse titoli onorifici verso figure intermedie tra Dio e il mondo, esse erano o esseri soprannaturali ma creati (come gli angeli Michele e Yahoel e i patriarchi Mosè ed Enoch), o personificazioni di aspetti di Dio stesso che non avevano un’esistenza indipendente (come la Sua Parola e la Sua Saggezza)2L.W. Hurtado, “Lord Jesus Christ: Devotion to Jesus in Earliest Christianity”, Grand Rapids 2003, p. 30.
Sulla base del suo lungo esame delle fonti ebraiche, Hurtado scrive: «Nel monoteismo esclusivo della tradizione religiosa ebraica, […] era il culto che costituiva la vera prova della fede monoteistica nella pratica religiosa»3L.W. Hurtado, “One God, One Lord: Early Christian Devotion and Ancient Jewish Monotheism”, T. & T. Clark 2015.
Soltanto se si trattano fuori dal contesto «della pratica religiosa di coloro che hanno scritto i test», conclude, si possono «interpretare erroneamente» le descrizioni onorifiche degli angeli e di altre figure esaltate negli antichi testi ebraici.
Altrimenti, vi sono «indicazioni ovvie e cruciali» dell’impegno monoteistico degli ebrei4L.W. Hurtado, “Lord Jesus Christ: Devotion to Jesus in Earliest Christianity”, Grand Rapids 2003, p. 10.
Anche Bauckham (Università di St. Andrews) nella sua opera sull’antico monoteismo ebraico, rileva una netta linea di demarcazione ontologica tra Dio e tutto il resto: una biforcazione che coglie con il termine “unicità trascendente”.
Lo status di Dio come unica realtà trova espressione pratica nella monolatria ebraica, la restrizione del culto che deve essere rivolto esclusivamente a Dio5R. Bauckham, “Biblical Theology and the Problems of Monotheism” in Jesus and the God of Israel, pp. 83-84. Tale restrizione «segnalava in modo chiaro la distinzione tra Dio e ogni altra realtà»6R. Bauckham, “God Crucified,” in Jesus and the God of Israel, Grand Rapids 2008, p. 11.
Una morale senza Dio
Colpisce infine la conclusione dell’antropologo (laico) alla sua lunga riflessione.
Secondo Singh, infatti, «il compito più arduo, e al contempo più prezioso, è quello di costruire comunità morali capaci di funzionare senza Dio».
Una proposta che svela una contraddizione di cui parliamo spesso: se la morale non ha alcun fondamento trascendente, su quale base può pretendere di essere universale? E perché sarebbe un compito arduo creare comunità morali senza Dio?


















2 commenti a “Perché Dio è grande?” La risposta sbagliata dell’antropologo
Il tentativo dell’antropologo Singh di spiegare la religione dal punto di vista naturalistico (tecnicamente: riduzionistico)si scontra con l’evidenza più elementare. Sostenere che il monoteismo abbia trionfato non perché vero, ma perché “socialmente utile” come collante sociologico, ripropone un errore logico e filosofico, un luogo comune nella povertà metodologica scientista contemporaneo: confondere la genesi storica o biologica di un fenomeno con la sua confutazione.Il fatto che la fede favorisca la cooperazione sociale non dimostra che Dio sia un’invenzione, così come il fatto che l’amore abbia precisi correlati neurochimici non prova che l’amore sia un’illusione. Per svelare l’insufficienza del modello naturalista, è sufficiente applicare una rigorosa fenomenologia dell’esperienza, articolata su tre nodi insuperabili.
1. Il fatto del sacrificio: l’eccedenza della morale sulla biologiaUna spiegazione evolutiva della cooperazione può descrivere come certi comportamenti sociali siano emersi storicamente per la sopravvivenza del gruppo. Ma resta aperta una domanda più radicale: perché l’uomo avverte il dovere morale come vincolante anche contro il proprio interesse biologico? Il sacrificio eroico, il martirio o la fedeltà alla verità fino alla morte sembrano eccedere la pura logica adattiva.Se l’unico fine della natura fosse la trasmissione del patrimonio genetico e la sopravvivenza del più adatto, colui che dona la vita per un ideale non biologico dovrebbe essere considerato un errore evolutivo, un ramo secco. Eppure, l’esperienza e la storia ci dicono il contrario: l’uomo non ammira chi sopravvive a ogni costo, ma spesso chi preferisce morire piuttosto che tradire il vero o il giusto. Questo dato fenomenologico è devastante per un riduzionismo puramente utilitarista. La biologia descrive l’impulso che ci spinge dall’interno; la morale è l’appello che ci attira dall’esterno, imponendosi spesso proprio contro il nostro istinto di conservazione.
2. L’appello del Vero: la morale si riconosce, non si inventaICome ricordava con la sua consueta ironia il filosofo Peter Kreeft, pretendere che la biologia pura generi la morale significa infilare nel cilindro della conclusione più di quanto non ci sia nelle premesse del fatto: equivale a sostenere che la Gioconda sia stata dipinta dal pennello, dimenticando l’intelligenza di Leonardo da Vinci. l cuore dell’errore di Singh risiede nella pretesa che la verità morale sia “prodotta” dall’uomo in base alla sua utilità sociale, anziché ricevuta. La coscienza non inventa il bene, ma lo riconosce come un appello che la precede; la verità morale si offre alla ragione prima di essere costruita dalla volontà.Il bene si impone come un dato antecedente, come un Dono da accogliere. Quando l’antropologia riduce il valore oggettivo a una mera funzione interattiva, trasforma l’essere umano in un technites, un tecnico che fabbrica da sé i propri criteri di giudizio. Ma una morale interamente fabbricata dall’uomo perde ogni forza vincolante: se il bene è solo uno strumento che abbiamo inventato per stare insieme, possiamo decidere di modificarlo o riprogrammarlo ogni volta che le circostanze utilitaristiche lo richiedono.
3. La proposta finale di Singh — costruire comunità morali capaci di funzionare senza Dio — conferma precisamente la diagnosi che un filosofo come Augusto Del Noce aveva espresso sulla società tecnocratica. Quando il bene perde ogni fondamento trascendente che lo sottragga all’arbitrio umano, la morale tende inevitabilmente a trasformarsi in ingegneria sociale, cadendo sotto il controllo del potere politico o tecnologico di turno.L’evoluzione può selezionare la cooperazione utile al gruppo, che storicamente si traduce spesso nell’egoismo di tribù (la mia comunità contro la tua). La morale autentica, al contrario, difende l’inutilizzabile dal punto di vista biologico: il debole, il malato, l’improduttivo. Come ricordava anche Jürgen Habermas, la democrazia e la convivenza liberale vivono di “risorse prepolitiche” e morali che lo Stato e la tecnica non possono produrre da soli. Il vero limite del riduzionismo scientifico non è quello di voler spiegare la natura, ma quello di rifiutare la ricezione di una Verità oggettiva che precede l’uomo e lo costituisce, preferendo l’illusione di poter fabbricare da sé il senso dell’esistenza.
Sicuramente l’uomo si “crea” delle religioni: ce ne sono tante al mondo e solo ebraismo e cristianesimo sono nate da un intervento diretto di Dio, le altre sono state inventate dall’uomo. Però ricondurre questo processo solo a motivazioni utilitaristiche è riduttivo. L’esigenza della religione è in qualche modo connaturata in noi, l’uomo ha “bisogno” di credere in qualcosa, tant’è vero che come diceva Chesterton, chi non crede in Dio finisce per credere a tutto. Da cosa origina questa esigenza? Don Giussani diceva che la sete esiste perché esiste l’acqua: se l’uomo avverte uno stimolo deve anche esserci la possibilità di soddisfarlo, se no lo stimolo sarebbe inutile. Quindi anche il senso religioso esiste perché esiste qualcosa (o Qualcuno) che gli risponde.