Rhode Island, report su abusi nella diocesi: 7 anni per un flop

Nonostante le aspettative mediatiche, il Report sugli abusi della diocesi di Providence (Rhode Island) trova solo vecchie accuse e nessun prete indagato.


 

Ben 284 pagine e 7 anni di indagini, ma nessuno ne parla.

Non dev’essere molto contento il procuratore generale di Rhode Island (Stati Uniti), dopo aver tratto le conclusioni di un rapporto che il Boston Globe aveva preannunciato come esplosivo.

 

Il report di Rhode Island

Il procuratore Peter Neronha sperava infatti replicare il successo mediatico ottenuto nel 2018 dal collega della Pennsylvania, Josh Shapiro, con il suo clamoroso “report del gran giurì” che aveva attirato l’attenzione internazionale.

All’epoca anche UCCR ne aveva parlato, sottolineando però ciò che i media nascondevano: gli abusi risalivano a oltre 20 anni prima, gran parte dei preti incriminati era omosessuale e la maggior parte delle vittime erano giovani seminaristi (non bambini).

Alcune di queste problematiche sono emerse anche nel tomo di 284 pagine recentemente prodotto dal procuratore di Rhode Island in cui sostiene di documentare gli abusi commessi dai sacerdoti nello Stato.

Definire il rapporto di Neronha “deludente” rispetto alle attese è un eufemismo.

Attenzione, però: un solo abuso sarebbe fin troppo e non intendiamo affatto sminuirne la gravità. La nostra critica è verso il sensazionalismo mediatico, le false verità e la volontà di usare questi crimini per colpire in maniera generalizzata la Chiesa.

 

Il 97% degli abusi risale al 1970

Il dato principale emerso anche nel rapporto di Rhode Island è identico a quello evidenziato in Pennsylvania: gli abusi contestati, come ammesso dallo stesso procuratore Neronha, risalgono a «tre quarti di secolo fa». Si è trattato più che altro, quindi, di un resoconto storico.

Ha quindi aggiunto di «non aver trovato prove di recenti abusi sessuali su minori da parte del clero» e che «gli abusi sessuali nel Rhode Island sembrano aver raggiunto il picco negli anni ’60 e ’70 per poi diminuire».

E ancora: «Nessun sacerdote accusato in modo credibile di abusi è attualmente in servizio attivo nella diocesi di Providence».

In particolare, quasi il 97% dei 300 presunti abusi si è verificato tra il 1950 e il 1997 e il 42% prima del 1972. Si parla di fatti presunti perché si tratta di accuse non verificate.

Come mai si conferma quel picco di abusatori proprio in quel periodo?

Abbiamo risposto commentando il report della Georgetown University: il “collasso morale” del Sessantotto, dove i più grandi intellettuali firmavano appelli per la “liberazione sessuale dei bambini”, corrose purtroppo anche molti uomini di Chiesa.

Un altro dato esposto dal procuratore di Rhode Island è che dei 75 sacerdoti accusati nel rapporto, 64 (cioè l’85%), sono deceduti e quindi impossibilitati a difendersi.

rhode island

 

Le accuse del procuratore

Nonostante ciò, Neronha ha comunque accusato la diocesi di Providence di non aver indagato sulle accuse contro sacerdoti deceduti da tempo e di aver «distrutto i fascicoli riservati dopo la morte dei sacerdoti, a meno che non vi fossero procedimenti giudiziari in corso che li riguardavano».

Entrambe le accuse sono false, innanzitutto perché l’indagine è stata possibile proprio grazie alla consegna dei fascicoli alle autorità da parte della diocesi di Providence.

E non è vero che la diocesi non ha indagato sulle denunce.

Lo dimostra proprio un caso su cui ha insistito il Boston Globe, cioè relativo al sacerdote Francis Santilli, evidenziando la presenza di “accuse credibili”.

La scelta di evidenziare un caso solo all’interno dei 75 casi aperti fa già pensare che non abbiano trovato molto altro, in ogni caso proprio su Santilli la diocesi di Providence ha indagato a fondo ritenendo non credibili le accuse, persino secondo i criteri largamente permissivi adottati dalla diocesi stessa.


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Il vescovo: “Il Report non trova prove”

Tutto questo ha portato il vescovo di Providence, Bruce Lewandowski, a rispondere al rapporto presentato dal procuratore generale Neronha.

Dopo aver ricordato che l’indagine si è svolta proprio perché la diocesi ha fornito a Neronha tutti i fascicoli relativi al personale, anche il «materiale relativo a oltre settantacinque anni fa», ha riconosciuto “gravi errori” nel «riconoscimento e nella gestione iniziale di questo terribile periodo», sottolineando gli sforzi compiuti per migliorare trasparenza e prevenzione.

Il vescovo ha poi osservato che «qualsiasi opinione secondo cui ci sia una crisi in corso all’interno di questa diocesi che richieda un intervento urgente è smentita dal fatto che il Rapporto ha impiegato quasi sette anni per essere reso pubblico».

Mons. Lewandoski ha quindi rilevato che «il Rapporto stesso non rivela alcuna prova di recenti abusi sessuali su minori da parte del clero, nessuna accusa credibile contro coloro che sono attualmente in ministero e nessun caso di inadempienza da parte della diocesi ai propri obblighi di segnalazione previsti dalla legge».

Eppure, vengono presentati questi 75 anni «in modo tale da indurre il lettore a concludere che questi problemi rappresentino una questione ancora irrisolta o che si tratti di nuove rivelazioni. Non è così».

 

Applicare al passato la sensibilità di oggi

Infine, il vescovo di Providence ha criticato il Rapporto anche per la stigmatizzazione verso la risposta iniziale della diocesi alle accuse, applicando «standard, pratiche e consapevolezza contemporanee a condotte avvenute quasi mezzo secolo fa, quando il mondo era molto diverso».

Questo è un punto chiave, molto poco compreso.

Il procuratore, infatti, sottolinea più volte che all’epoca i sacerdoti abusanti venivano portati presso centri medici di cura, insinuando che si trattasse di risposte ipocrite e insufficienti.

Ma all’epoca non c’era la sensibilità di oggi e la convinzione che i pedofili fossero affetti da patologie psicologiche curabili dal punto di vista medico era diffusa nella società.

Nello stesso periodo, ha ricordato infatti Lewandoski, «i giudici e i pubblici ministeri stessi del Rhode Island approvarono e ordinarono simili trattamenti per chi era soggetto a procedimenti penali», citando alcuni casi famosi.

Autore

La Redazione

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