Omogenitorialità e problemi nei figli, Regnerus: «La ricerca mi dà ragione»
- Interviste
- 10 Apr 2026

Ospite di UCCR il ricercatore Mark Regnerus, il cui studio sulle criticità sui figli di genitori omosessualiè stato recentemente approvato dagli studiosi della Cornell University.
E’ passato quasi un anno dallo studio della Cornell University.
Un anno di silenzio in cui nessuno se n’è occupato (tranne UCCR!). Come mai?
Il fatto è che una revisione accademica di numerosi studi ha concluso che non emergono risultati solidi a favore dell’omogenitorialità, mentre restano criticità in diversi esiti sociali e familiari, soprattutto legati alla stabilità e alla struttura familiare.
La nuova ricerca sull’omogenitorialità
In particolare, i sociologi della Cornell University hanno dichiarato di essere rimasti «sorpresi dalla solidità dei risultati di Regnerus».
Si riferiscono al ricercatore americano il cui studio del 2012 suscitò un vespaio internazionale concludendo che i figli cresciuti in coppie omosessuali ottenevano risultati peggiori nel rendimento scolastico, nello stato occupazionale, nella salute mentale, nell’uso di sostanze, nei tassi di detenzione, depressione e coinvolgimento con l’aiuto pubblico.
Una sorta di rivincita per Mark Regnerus, accusato falsamente per anni di cattiva condotta metodologica nonostante la sua ricerca avesse superato una revisione e un’indagine interna da parte dell’Università del Texas.
Oggi Regnerus è ospite di UCCR, a lui abbiamo rivolto alcune domande a distanza di 14 anni dalla sua indagine e 1 anno dall’approvazione dei ricercatori della Cornell University.
L’intervista a Mark Regnerus
DOMANDA – Prof. Regnerus, nel suo famoso studio utilizzò il più ampio campione nazionale casuale di giovani adulti i cui genitori avevano avuto relazioni omosessuali. È ancora l’unico con un campione così ampio?
RISPOSTA – Dipende dai criteri adottati. Esistono studi più ampi, condotti in diversi Paesi, che analizzano singoli indicatori — come il rendimento scolastico o la partecipazione al lavoro.
Tuttavia, per quanto ne sappia, non esiste ancora una raccolta dati davvero completa capace di valutare simultaneamente esiti sociali, economici e psicologici. Potrebbe anche esistere, ma non ne sono a conoscenza.
DOMANDA – In cosa il suo studio differiva dalla maggior parte della letteratura scientifica su questo tema?
RISPOSTA – Analizzava 40 diversi esiti, dalle esperienze giovanili raccontate retrospettivamente fino alla situazione attuale degli intervistati. Non conosco altri lavori altrettanto estesi.
Va però chiarito un punto: un campione grande non è necessariamente più importante di uno rappresentativo. È quest’ultimo a restituire una fotografia attendibile della realtà.
Molti studi, infatti, si basano su campioni “opt-in”, cioè su persone che scelgono volontariamente di partecipare. Si finisce per analizzare soggetti già motivati, le cui caratteristiche influenzano inevitabilmente i risultati.
Questo tipo di campionamento è ancora molto diffuso negli studi sulla sessualità.
“Il mio studio resta valido ancora oggi”
DOMANDA – Molti critici sollevarono all’epoca preoccupazioni metodologiche. A più di un decennio di distanza, come risponde oggi a quelle critiche?
RISPOSTA – Allora come oggi, nessuna di quelle critiche mi ha convinto, se non alcune osservazioni minori che avevo già riconosciuto nel 2012, relative a pochi casi errati.
Nulla di tutto ciò ha influito sui risultati finali. Quattordici anni dopo, le dispute sono le stesse.
DOMANDA – In che senso?
RISPOSTA – I miei critici evitano di considerare che alcune variabili fondamentali per il successo nella vita adulta, come la stabilità familiare, rappresentano problemi strutturali per i figli cresciuti da coppie dello stesso sesso in misura maggiore rispetto a quelli osservati nelle coppie uomo-donna.
Lo stesso vale per il legame biologico con entrambi i genitori, padre e madre: non è qualcosa che si possa “replicare” o costruire artificialmente. Né possono essere creati da due uomini o due donne.
Eppure, i miei oppositori considerano questi aspetti irrilevanti o semplicemente da “controllare” nei modelli statistici. Io non sono d’accordo.
“Non mi sorprende l’approvazione ricevuta”
DOMANDA – Come sa, una recente analisi “multiverse” condotta da due sociologi della Cornell University ha riesaminato il suo studio con milioni di varianti metodologiche, confermandone la solidità. Se lo aspettava?
RISPOSTA – È stata una sorpresa positiva. Sapevo che esistevano strumenti di questo tipo, ma non immaginavo che qualcuno li avrebbe applicati proprio al mio studio e anche a quelli dei miei critici.
Detto questo, non sono rimasto sorpreso dai risultati. Conoscevo bene i miei dati, avendoli raccolti personalmente, e uno studio serio deve essere solido sia nelle analisi più semplici sia in quelle più complesse. Se ci fossero stati problemi gravi, non avrei mai pubblicato quei dati.
Debolezza degli studi su omogenitorialità
DOMANDA – E cosa dice della debolezza metodologica riscontrata negli studi a lei critici e, in generale, a favore dell’omogenitorialità?
RISPOSTA – Nemmeno quello mi ha sorpreso.
Già allora sapevo che erano costruiti per minare la fiducia nei miei risultati, utilizzando tecniche per escludere casi (e quindi ridurre la potenza statistica) dai modelli, impiegando variabili in maniera discutibile, oppure mostrando solo la significatività statistica nascondendo le dimensioni dell’effetto.
In fondo, la questione si riduce a dispute metodologiche su come analizzare dati tra gruppi che presentano differenze fondamentali.
Pur non avendo alcun problema con conclusioni banali come il fatto che le famiglie omogenitoriali possano crescere figli con buoni risultati scolastici, spesso anche grazie a condizioni economiche superiori alla media delle coppie formate da uomo-donna, non ho ancora visto analisi complete su un ampio spettro di esiti sociali e psicologici, che sono almeno importanti quanto i risultati nei test standardizzati.
















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