Jerry Coyne replica a UCCR, ma non può salvare il “Nuovo Ateismo”
- Ultimissime
- 28 Mar 2026

Il noto biologo americano smentisce l’implosione del “Nuovo Ateismo”, replicando al nostro articolo. Ma Jerry Coyne commette tre grossi errori.
Non tutti i nostri lettori sanno che UCCR esiste anche in versione inglese.
Grazie ai nostri amati volontari, alcuni articoli vengono diffusi al di fuori dell’Italia suscitando interessanti dibattiti.
Tra questi segnaliamo la risposta che il noto biologo Jerry Coyne ha offerto ai 5 motivi che abbiamo elencato per spiegare il fallimento del cosiddetto “Nuovo Ateismo”.
Coyne è docente emerito di Biologia all’Università di Chicago, determinista convinto, braccio destro di Richard Dawkins e, assieme a lui, uno degli antichi dinosauri proprio del “New Atheism”.
Parliamo del movimento anglo-sassone che per oltre un decennio ha trasformato l’irreligiosità in fanatismo cercando di instaurare una cultura non solo priva di Dio, ma intollerante verso qualunque forma religiosa.
Nonostante le promettenti promesse il tentativo è naufragato fragorosamente, come d’altra parte ammesso dallo stesso leader religioso Richard Dawkins già nel 2008.

Il biologo Jerry Coyne risponde a UCCR
Naturalmente i leader di allora non condividono questa lettura, così Jerry Coyne ha dedicato un post sul suo blog per rispondere a UCCR.
E’ stato piacevole leggerlo e, confessiamo, anche un po’ nostalgico ritrovare i cavalli di battaglia del “Nuovo Ateismo” rivenduti come nuovi dopo così tanto tempo.
Il biologo americano ha citato gli argomenti da noi prodotti replicando sostanzialmente che il suo movimento ha incrementato il numero di non credenti in America e che i leader oggi «non sono più ossessionati dalla necessità di sottolineare la mancanza di prove dell’esistenza di Dio e si sono dedicati ad altro».
E’ curioso come Coyne ammetta “l’ossessione” (“no longer consumed by a need”) che muoveva la loro battaglia e conveniamo con lui che i grandi leader oggi si dedicano ad altro.
Lui, per esempio, ha trasformato il suo blog in un punto di riferimento degli amanti dei gatti mentre Dawkins e Lawrence Krauss hanno preferito dedicarsi ai cari amici, in particolare il finanziere Jeffrey Epstein.
La risposta di Jerry Coyne contiene però almeno tre grandi errori.
1) Confusione tra “Nuovo Ateismo” e “ateismo”
Innanzitutto il biologo non si accorge di confondere l’ateismo con il progetto culturale del “New Atheism”: sono due cose diverse.
Nel nostro articolo non abbiamo messo in dubbio che in America e in alcune parti del mondo vi sia una crescita di persone prive di fede (anche se lui dice che il numero «potrebbe aver raggiunto un plateau temporaneo»), abbiamo invece argomentato come è imploso il movimento da lui guidato.
Dire che il “Nuovo Ateismo” ha fallito non implica che l’irreligiosità sia scomparsa, così come constatare il fallimento del marxismo sovietico non equivale a negare la diffusione di idee socialiste.
Tra l’altro Coyne parla solo degli Stati Uniti mentre esiste un intero globo al di fuori che, pur essendo stato intaccato dai libri del “Nuovo ateismo”, produce statistiche diverse. Sempre che contino qualcosa.
2) Statistiche usate senza criterio
Il secondo errore di Coyne è assumere arbitrariamente che il “New Atheism” abbia avuto successo perché il numero di atei statunitensi è cresciuto. Almeno secondo il grafico che utilizza come prova.
Coyne è un biologo e non un logico o uno statistico, ci si aspetterebbe però che conoscesse la differenza tra correlazione e causalità. La prima indica due fenomeni che coincidono nel tempo, la seconda che uno è la causa dell’altro.
Dire che durante l’ascesa del “Nuovo Ateismo” è cresciuto il numero di atei non dimostra una causalità, semmai che le due cose sono avvenute nello stesso periodo.
Avrebbe invece dovuto documentare che, senza Dawkins, l’ateismo non sarebbe cresciuto o che la crescita del numero di irreligiosi è stata significativamente maggiore grazie a lui rispetto ad uno scenario senza di esso.
In termini tecnici, bisogna isolare l’effetto del “New Atheism” da tutte le altre variabili, mostrare una relazione causale (non solo temporale) e operare un confronto tra gruppi esposti/non esposti al fenomeno.
Inoltre, dovrebbe provare che l’aumento di persone che condividono una certa idea sia correlato alla correttezza intellettuale di quella idea e che tale aumento sia definitivo nel tempo. Questa è la grande ingenuità in cui cadono tutti quelli che fanno la gara dei numeri.
Se adottassimo lo stesso metodo di Coyne, potremmo dire qualsiasi cosa. Ad esempio si possono usare i grafici per correlare all’ateismo l’aumento del numero di serie Netflix, l’uso di antidepressivi, il consumo di cibo biologico e i casi di femminicidio.
L’aumento della secolarizzazione in Occidente è multifattoriale e dipende, in gran parte, dalle gravi mancanze della Chiesa e non tanto dal merito dei suoi avversari.
Lo dimostra il fatto che gran parte delle persone prive di fede non aderisce ai dogmi del “Nuovo Ateismo” e non è fermamente antagonista a Dio e ai credenti. Non c’è bisogno di produrre grafici per sapere che è vero.
Per chi volesse approfondire consigliamo inoltre un’indagine del “Pew Research Center” sul 38% di atei e agnostici che crede in Dio (o in uno Spirito universale), di cui il 9% è assolutamente certo dell’esistenza. E quella, più recente, riguardante il 45% dei cosiddetti “nones” credenti.

3) Cavalli di battaglia inefficaci
Il terzo errore di Jerry Coyne è non accorgersi di reiterare nella sua risposta a UCCR le stesse assurdità che hanno portato il “Nuovo Ateismo” ad essere considerato fastidioso anche nelle aree più secolarizzate dell’Occidente.
Secondo il biologo americano, infatti, sarebbe un’evidenza che «se accetti le cose sulla base delle prove non abbraccerai la religione e che man mano che il potere della scienza cresce la presa della fede si allenta».
Ci domandiamo: ma è possibile che nel 2026 un bravo docente universitario di 76 anni possa essere ancora convinto che servano prove scientifiche per credere in Dio, che la scienza sia l’unica forma valida di spiegazione della realtà e che sia una diretta alternativa alla fede?
E’ segno di forza intellettuale fare la conta degli adepti religiosi e irreligiosi per decretare il vincitore tra fede e ateismo, comportandosi come i bambini con le figurine dei calciatori?
E’ segno di maturità intellettuale sostenere, come fa Coyne, che «per ogni accademico credente e illuso potrei citare il nome di cinque veri intellettuali che sono atei»?
Coyne (come anche il “nostro” Odifreddi) insiste parecchio sulla storia che gli scienziati sarebbero in maggioranza atei, come se Dio fosse un oggetto scientifico simile ad un meteorite e loro avessero un’opinione più competente degli altri sulla materia.
Tra l’altro, per quel che valgono, le ricerche di Elaine Howard Ecklund sulla fede degli scienziati dicono l’opposto dei vecchi sondaggi citati dal biologo.
Grazie Jerry Coyne
Ringraziamo comunque Jerry Coyne per la risposta.
Il suo tentativo di rianimare un paziente che ritiene essere semplicemente in coma è lodevole, ma sarebbe auspicabile arrendersi e riconoscerne la morte naturale.
Il “Nuovo Ateismo” è crollato perché ha preteso essere una intelligente rivoluzione culturale, dimostrandosi invece capace di argomentare solo sminuendo l’intelligenza altrui e la strumentalizzazione ingenua della scienza.
Come ha scritto il matematico John C. Lennox: «Il “Nuovo ateismo” quando viene esaminato con lo stesso rigore che pretende di applicare alla fede, mostra una debolezza strutturale nelle sue fondamenta filosofiche e, soprattutto, un’incapacità di articolare un significato che vada oltre la mera derisione del prossimo».
















2 commenti a Jerry Coyne replica a UCCR, ma non può salvare il “Nuovo Ateismo”
Nell’articolo suscitato dalle repliche di Jerry Coyne si afferma giustamente che la secolarizzazione dell’Occidente è un fenomeno multifattoriale, imputabile in larga misura anche alle gravi mancanze della Chiesa.
A questo proposito, giova ricordare la lucida e severa diagnosi offerta il 28 maggio 2015 dal cardinale Carlo Caffarra. Egli non esitò a parlare di una cristianità malata, quasi sopraffatta dalla “cultura della morte” diffusa dal mondo moderno.
Una cristianità — osservava — smarrita in inchieste, questionari e statistiche; una cristianità occidentale che ha perduto la capacità di giudicare alla luce della fede; una cristianità illusa di poter evitare il martirio mediante politiche di tolleranza o strategie di dialogo più accorte.
In tale contesto, il cristiano che rinchiude la propria fede nella sfera privata, relegandola alle sacrestie senza testimoniarla nel mondo, finisce per emanare — con espressione volutamente drastica — “odore di morte”. È, in fondo, il segno che nella Chiesa continua, sotto nuove forme, il processo di Pilato, davanti al quale Cristo rende testimonianza alla verità.
La storia, dalla Pasqua fino alla fine dei tempi, rimane il teatro di una lotta reale, nella quale il male continua a sedurre e a ingannare. Proprio per questo, i martiri di oggi ci indicano la via: custodire saldamente nella coscienza la testimonianza di Gesù, senza cedere alle seduzioni del tempo presente.
Se dunque l’ateismo contemporaneo avanza, ciò non accade tanto per la forza delle sue argomentazioni, quanto per la debolezza della testimonianza cristiana.
Mi hai preceduto nell’evidenziare la frase: “L’aumento della secolarizzazione in Occidente è multifattoriale e dipende, in gran parte, dalle gravi mancanze della Chiesa e non tanto dal merito dei suoi avversari.”
Per rendersene conto basta osservare con attenzione a cosa sono state ridotte la stragrande maggioranza delle sante Messe nel Novus Ordo, nelle quali l’Eucarestia, a parte alcuni encomiabili casi, sembra quasi un momento di intervallo tra la prima e la seconda parte di una rappresentazione popolare.