Canada, il 63% non crede più alle fosse comuni nelle scuole
- Ultimissime
- 27 Ago 2025

Il popolo canadese e i nativi hanno capito che la storia delle fosse comuni nelle scuole residenziali in Canada è una bufala e chiede riscontri. Ecco cosa ci dice lo storico Jacques Rouillard.
Era il maggio 2021 quando il Canada fu travolto da un annuncio apocalittico.
215 bambini indigeni (215, precisi eh!) erano sepolti in una fossa comune nei terreni dell’ex scuola residenziale cattolica di Kamloops. Prese così avvio la storia delle fosse comuni in Canada e ne spuntarono da ogni parte.
Titoli gridati, politici in ginocchio, bandiere a mezz’asta per mesi, veglie, accuse di genocidio e decine di chiese date alle fiamme, per ripicca.
Oggi sappiamo essere una bufala e gran parte dei canadesi (e degli stessi indigeni), secondo un recente sondaggio, non è più disposta a credere a questa storia senza prove.
La fake news delle fosse comuni in Canada
Delle scuole residenziali in Canada ne abbiamo parlato molte volte spiegandone subito la falsità e sottolineando l’assenza anche di una semplice fotografie di queste “fosse comuni”.
Poi, silenziosamente, nel giugno scorso il governo canadese ha interrotto le ricerche: dopo 8 milioni spesi, non è stato trovato nulla, nemmeno un osso.
Si trattava nel migliore dei casi di anomalie del terreno e interpretate in maniera creativa (probabilmente sotto l’onda del bias anticattolico e della sacralizzazione delle minoranze a seguito della woke culture). Così i media canadesi hanno iniziato a definirla la più grande bufala d’odio di tutti i tempi.
Ma la narrativa delle “fosse comuni delle scuole residenziali” è girata talmente tanto che la maggior parte crede ancora alla storia horror raccontata. L’ultima a cascarci è stata perfino una giornalista esperta, Milena Gabanelli.
Canadesi stufi di credere senza prove
Oggi però qualcosa si muove.
Nel maggio 2024 l’editorialista canadese Terry Glavin sul National Post scrisse che «il Canada sta riconoscendo lentamente che non è mai esistita alcuna “fossa comune”».
Effettivamente, secondo un sondaggio pubblicato il 14 agosto dall’Angus Reid Institute, il 63% dei canadesi e persino il 56% degli stessi indigeni canadesi non è più disposto a prendere per oro colato la storia delle fosse comuni.

«Ad oggi», si legge, «nessun resto umano è stato confermato o riesumato e le sospette anomalie rimangono non verificate». La maggioranza vuole prove serie, riesumazioni, dati forensi. In altre parole: se davvero ci sono tombe -a Kamlooos, o da altre parti- che lo si dimostri.
E’ una cifra importante considerando che in Canada è diventato per anni un caso nazionale prioritario, tanto che chi osava avanzare dubbi o chiedere verifiche, subiva le accuse di negazionismo e spesso veniva licenziato. C’è perfino chi ha proposto leggi per punire penalmente chi osava dubitare.
Il recente sondaggio si è occupato anche di questo e, ancora una volta, fortunatamente il 62% dei canadesi non ha alcuna intenzione di trasformare l’opinione in reato. Meno di tre su dieci costringerebbero oggi alle dimissioni professori, insegnanti di scuola superiore o avvocati che sollevano dubbi sul genocidio.
E tra gli indigeni intervistati, il 45% si è dichiarato contrario a penalizzare il negazionismo (contro il 42%).
La soddisfazione dello studioso
UCCR ha sottoposto il sondaggio a Jacques Rouillard, docente di Storia all’Università di Montreal e uno dei grandi specialisti delle scuole residenziali.
Con soddisfazione ha evidenziato che finalmente «c’è una distanza manifesta nell’opinione pubblica canadese riguardo al discorso portato avanti dai leader indigeni negli ultimi decenni».
Addirittura, ci conferma Rouillard, «si era arrivati al punto di chiedere al governo una legge per criminalizzare chi minimizza l’impatto storico dei collegi per indigeni ma il sondaggio mostra che la maggioranza dei canadesi è contraria. Dubito fortemente, quindi, che una simile legge possa essere adottata nell’attuale contesto».
Finalmente, conclude lo storico, il popolo ha capito che «servono prove prima di avanzare accuse penali nei confronti della direzione del collegio di Kamloops, cosa che i media hanno dimenticato». I canadesi, aggiunge, finora hanno vissuto «nella vergogna per il presunto trattamento inflitto agli indigeni».
Avevamo già interpellato Rouillard nel 2022 e ci spiegò i dettagli dell'”operazione genocidio”, ovvero il risarcimento milionario a cui puntava il Conseil de bande (i rappresentanti locali degli indigeni).
Lo storico canadese ci fa anche notare che la stessa Rosanne Casimir, guida degli indigeni canadesi, ha rivisto la versione degli eventi nel 2024 smettendo di fare riferimento alla “conferma dei resti di 215 bambini” ed evocando solo la presenza di “tombe non contrassegnate”, dimenticando anche completamente la nozione di fossa comune.
L’inchiesta che smentisce il genocidio culturale
Il dato controverso rimane quello del “genocidio culturale”.
Addirittura due terzi (68%) dei canadesi nel recente sondaggio affermano ancora che si sia verificata una forma di genocidio culturale, il 23% è in disaccordo o in forte disaccordo. Il 54% dice che i danni persistono ancora oggi mentre il 46% chiede di concentrarsi meno sulla questione.
Evidentemente la narrazione mediatica e l’influenza dell’ex primo ministro Justin Trudeau è ancora pesante, lo si evince anche dal fatto che la maggioranza in Canada sovrastima ampiamente la percentuale di bambini che frequentarono le scuole residenziali, attestandola al 60% o più.
Ci si riferisce alla trasformazione dei valori specifici degli indigeni, all’insegnamento dell’inglese e non della loro lingua, a agli strumenti loro “inculcati” per integrarsi nella società occidentale.
I vescovi canadesi convinsero Papa Francesco a compiere un viaggio di “riconciliazione” in Canada per mostrare pentimento per la “colonizzazione ideologica” operata nelle scuole per “rieducare” gli indigeni ai canoni occidentali.
Ma dalle ricerche che sta svolgendo Jacques Rouillard, a quanto ci dice, emerge che 3 indigeni insegnavano proprio nella scuola residenziale di Kamloops negli anni ’60, mentre furono addirittura 23 nel 1963 secondo i rapporti del governo (dal 1970 arriveranno probabilmente a una trentina, poi la gestione passò interamente allo Stato).
Se ne deve dedurre che il fantomatico “genocidio culturale” sarebbe stato perpetrato dagli stessi docenti indigeni o con il loro consenso?
Lo storico ci riferisce anche che gli stessi collegi, creati a partire dal 1883, nacquero «in seguito alla richiesta delle stesse comunità indigene, in 11 trattati firmati tra il 1871 e il 1911».
Gli indigeni stessi aspiravano infatti ad adattarsi «alla nuova economia agricola e industriale che si sviluppava attorno a loro, imparare a leggere, scrivere in inglese o francese e a contare. Le lingue indigene si parlavano, ma non si scrivevano né si leggevano».
Inoltre, consultando le memorie inviate al governo federale nel 1948 e nel 1969, ha scoperto che le associazioni indigene hanno sempre avuto «un’immagine positiva dell’insegnamento occidentale e dei collegi», e lo stesso «l’’Assemblée des Premières Nations nella sua memoria alla Commissione reale d’inchiesta sui popoli indigeni del 1993», quando iniziò la demonizzazione mediatica delle scuole residenziali.
Scuole residenziali, dalla suggestione all’evidenza
Siamo d’accordo con il prof. Rouillard che ci invierà i suoi lavori non appena terminerà lo studio che sta redigendo.
Resta il dato positivo che, oggi, gli stessi nativi e la maggioranza dei canadesi non sono più disposti ad inginocchiarsi davanti a una bufala e preferiscono la verità, segnando il passaggio dalla suggestione emotiva alla richiesta di evidenze reali.
Forse, più che di “riconciliazione”, il Canada sente il bisogno di una sana dose di realtà dopo essere stata accecata dalla sete di colpevolizzazione e di riscrittura ideologica della propria storia.








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