Dimostrare l’esistenza di Dio. Si può? E ha senso farlo?

Le prove dell’esistenza di Dio, secondo il filosofo cattolico Edward Feser. Non si tratta di assurde dimostrazioni scientifiche ma un’esposizione di cinque argomenti per i quali Dio è l’unica spiegazione possibile o, comunque, la più ragionevole.

 

Nessun credente è tale grazie ad un qualche argomento a dimostrazione dell’esistenza di Dio. La fede cristiana ha origine come cammino della ragione dalla percezione di un bisogno infinito all’incontro personale con una risposta ritenuta adeguata a tale sete di significato. Ma si può provare l’esistenza del Creatore a prescindere dalla fede?

Se per il cristiano Søren Kierkegaard ogni prova di Dio è, al più, «un canovaccio eccellente per una comica pazzesca», grandi pensatori cristiani -come Tommaso d’Aquino, Anselmo, Agostino, Plotino ecc. (e non cristiani, come Aristotele)- la pensavano diversamente e sono autori di numerose ed affascinanti “prove di Dio”, atte a convincere la persona non credente. Per quanto ci riguarda, non siamo così interessati a difendere e supportare questi sforzi intellettivi che, tuttalpiù, riteniamo utili come nutrimento per la fede dei credenti, nonché occasione di confronto con i non credenti.

 

“Cinque prove dell’esistenza di Dio”: il libro del filosofo tomista Edward Feser.

Per questo segnaliamo il recente e monumentale lavoro del filosofo tomista Edward Feser, docente presso il Pasadena City College, intitolato Five Proofs of the Existence of God (Ignatius Press 2017), esposizione dettaglia e aggiornata di cinque prove filosofiche a favore di Dio: la prova aristotelica, la prova neoplatonica, la prova agostiniana, la prova tomista e la prova razionale. Uno dei più interessanti lavori moderni sulla teologia naturale tradizionale, in cui si difendono le classiche dimostrazioni di Dio dalle varie critiche ricevute nella storia.

«Ci sono molti altri argomenti che ritengo essere convincenti ma che non ho inserito nel libro», ha spiegato Feser, «richiedevano troppe argomentazioni metafisiche». Feser ritiene che Dio si possa “dimostrare” in quanto la sua esistenza è «difendibile con argomenti che ogni persona razionale può trovare convincenti» e, ancor di più, «possiamo difendere» tali argomentazioni «con il metodo della ritorsione, che implica il mostrare che non si possono negare a causa di auto-contraddizione o incoerenza» (ovvero: la difesa di un’affermazione dimostrando che la sua negazione comporta una contraddizione).

 

Sono “prove” ma non dimostrazioni scientifiche.

Non si tratta di dimostrazioni matematiche o scientifiche da laboratorio, come chiedono retoricamente alcuni atei per poter essere convinti. Tuttavia, ha spiegato il filosofo, «rivendico la parola “prova”. Gli argomenti sono “prove” in quanto, in primo luogo, la conclusione segue deduttivamente le premesse, e le premesse sono ritenute essere conoscibili al di là di ogni ragionevole dubbio. Non sono semplici deduzioni probabilistiche, argomenti per la spiegazione migliore, o argomenti basati sul “Dio delle lacune”. Sostengo che tali argomenti mostrano non tanto che Dio è la spiegazione più probabile dei fatti asseriti nelle premesse degli argomenti, ma piuttosto che Dio è l’unica spiegazione possibile in principio di tali fatti. Questo tipo di argomentazione si adatta ad un uso tradizionale della parola “prova”».

Ovviamente, ha ulteriormente precisato, «ciò non implica che io pensi che ogni lettore sarà immediatamente convinto. Ciò che si intende indicare con “prova” è la natura della connessione tra i fatti descritti nelle premesse e il fatto descritto nella conclusione. È un’affermazione metafisica, non un’affermazione sociologica». «Naturalmente», ha proseguito Feser, «sono consapevole che alcune persone sfideranno comunque questi argomenti o rimarranno dubbiose. Ma questo è vero per qualunque argomento qualsiasi conclusione».

 

La ragione può giungere a Dio anche senza la fede.

La Chiesa si è espressa più volte a favore del raggiungimento dell’esistenza di Dio anche da parte di una ragione privata della fede. Pio IX e Paolo VI hanno affermato che «Dio può essere conosciuto con certezza col lume naturale dell’umana ragione dalle cose create» (Dei filius e Dei verbum) e lo stesso Catechismo precisa la distinzione già notata da Feser: «l’uomo che cerca Dio scopre alcune “vie” per arrivare alla conoscenza di Dio. Vengono anche chiamate “prove dell’esistenza di Dio”, non nel senso delle prove ricercate nel campo delle scienze naturali, ma nel senso di “argomenti convergenti e convincenti” che permettono di raggiungere vere certezze».

Se da una parte gli agnostici non dovrebbero ridurre la questione di Dio ad un qualsiasi fenomeno della natura indagabile scientificamente, come si trattasse di un oggetto, dall’altra i credenti devono evitare il “fideismo” emozionale, «che non riconosce l’importanza della conoscenza razionale e del discorso filosofico per l’intelligenza della fede e tende a fare della lettura della Sacra Scrittura e della sua esegesi l’unico punto di riferimento veritativo» (Giovanni Paolo II. Fides et ratio). Ma, in campo filosofico e teologico, si dovrebbe anche trattenersi dal ridurre completamente Dio ad una teoria o un’argomentazione, facendo scomparire la possibilità di farne esperienza. Egli si è fatto conoscere e si è reso familiare, accessibile a tutti. L’incontro con Lui è ciò che davvero porta ad un convincimento certo.

La redazione

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