La Cina vuole più figli per avere più ricchezza, e l’Europa?

Pochi figli poca ricchezza. L’hanno capito, udite udite, perfino in Cina dove – è notizia di pochi giorni fa – la Fondazione per la ricerca sullo sviluppo ha messo in chiaro come l’ormai trentennale politica del figlio unico (pianificazione familiare, aborti forzati e ideone di questo genere)  debba essere rivista. Subito. Si, perché «pochi figli, Cina vecchia, crescita addio». Pazzesco: l’hanno capito laggiù ma in Europa si fa finta di nulla. Strano perché qui, a differenza che nel gigante asiatico, c’è una crisi economica che fa paura. E già nascono, da noi, in particolare in Italia, meno bambini di quanti percentualmente ne nascano nella Cina del figlio unico: qui 9 nascite ogni 1000 abitanti, là 12.

Con una differenza: all’aborto di massa in Cina ci sono arrivati a causa di un regime comunista, qui ”grazie” alla Democrazia Cristiana, il che è probabilmente ancora più inquietante; chiusa parentesi. Dicevamo che quello della denatalità un problema serio. Lo è al punto che il professor Tyler Cowen, per fare un nome, ha affermato che quando pensa alla crisi ciò lo «rende più pessimista» non «è l’euro» bensì «il tasso di natalità, che in Italia è dell’1,3%». Un dato che sarebbe da tenere in massima evidenza, ha aggiunto Cowen, perché «se l’Italia facesse più figli, le sue prospettive economiche sarebbero migliori. Invece un Paese con una popolazione in declino alla fine non potrà ripagare i suoi debiti». La stessa cosa l’ha ripetuta in questi giorni il demografo Gian Carlo Blangiardo.

Nulla di nuovo se si pensa che due Nobel come Gary Becker e Amartya Sen – ribadendo cose già dette da Alfred Sauvy (1898 – 1990) – da tempo hanno sottolineato come la crescita demografica sia fondamentale per lo sviluppo economico (Cfr. AA. VV. Emergenza Demografia, Rubbettino 2004, p. 69). Dunque non sorprende che in Cina stiano pensando a nuove politiche demografiche: sorprende che da noi, che ne abbiamo cento volte più bisogno, si pensi ad altro. A meno che per paura di lasciare alle generazioni future un debito pubblico troppo alto non si sia stabilito direttamente di rinunciarci, alla generazioni future.

Giuliano Guzzo

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