La guerra alle donne nella Cina atea e materialista

“Verseremmo fiumi di sangue piuttosto che avere un figlio in più”, c’è scritto in rosso sul muro di una casa cinese. Solo nella Repubblica popolare, in cui il governo persegue una visione materialista dovuta all’ateismo di stato, oltre alla tortura per credenti e cristiani, per avere un bambino serve un permesso di nascita dell’ufficio per la Pianificazione familiare. Se si rimane incinta senza permesso la gravidanza è illegale e si rischia una multa, il carcere, la tortura, le botte, il travaglio indotto e l’aborto forzato.

La terribile politica “del figlio unico” viene affrontata in un articolo su Il Foglio, che intervista Reggie Littlejohn, avvocato californiano, presidente dell’associazione Women’s Rights Without Frontiers. Egli dice: «E’ lo stupro di stato, la politica contro le donne più violenta della storia». La Littlejohn gira il mondo, dal Congresso, alla Casa Bianca e al Parlamento britannico ed europeo per raccontare la verità sulla Cina, con un faldone di testimonianze e fotografie raccolte da fonti segrete che rischiano la vita per far uscire dalla Cina le prove di una politica spietata. Si dice che in trent’anni le nascite evitate sarebbero 400 milioni, pari alla popolazione degli Stati Uniti e il governo può agire tramite spie ben pagate, nascoste fra amici e vicini di casa. Mesi fa «una ragazza incinta illegalmente di sette mesi, è stata fermata dalla polizia, buttata su un tavolo e fatta abortire. Poi un medico le ha lasciato sul letto il corpo del suo bambino, perché lei non poteva pagare il servizio di smaltimento». L’avvocato racconta dei feti uccisi dopo l’aborto, delle donne che si buttano dalla finestra dal dolore e di tutte quelle morte sotto i ferri per aborti al nono mese. Sul sito dedicato ai ginecologi e alle ostetriche cinesi è consultabile una discussione sui metodi migliori per uccidere un neonato che sopravvive a un travaglio indotto all’ottavo mese (da cui, fra l’altro, si apprende che “i bambini abbandonati nei cassonetti possono anche sopravvivere per un paio di giorni”).

«Dobbiamo fermare la guerra della Cina alle donne perché aborto e sterilizzazione forzati equivalgono a una mutilazione», dice la Littlejohn. «E’ un crimine contro l’umanità e non importa se si è pro o contro l’aborto. Anzi i veri prochoice dovrebbero alzare la voce: qui non c’è nessuna scelta. Abbiamo le prove di quello che succede, eppure la macchina della propaganda governativa spaccia menzogne e nessuno fa nulla per fermarla». L’attivista cieco Chen Guangcheng, già candidato al Nobel per la Pace e inserito dal Time nel 2006 fra le cento persone più influenti al mondo, ha raccontato che nel 2005 ci sono stati 130 mila fra aborti forzati e sterilizzazioni nella contea di Linyi. Ora è agli arresti domiciliari, dopo il carcere e la tortura.

RESPONSABILITA’ DI PLANNED PARENTHOOD. Anche l’Occidente sostiene questa politica, ed è per questo che nessuno fa nulla. E lo fa -dice l’avvocato- «attraverso i finanziamenti statali ad organizzazioni per la pianificazione familiare come la rete di cliniche Planned Parenthood e l’agenzia dell’Onu Unfpa (il Fondo per la Popolazione, che in Cina ha 33 presidi)». Tanto che nel 2001 gli Stati Uniti tagliarono i fondi all’Unfpa con l’accusa di essere complice degli ufficiali governativi cinesi della pianificazione. Nel 2009 Barack Obama ha invece deciso di ripristinarli per “migliorare la salute di donne e bambini”. Nell’aprile del 2009 la città di Puning lanciò una campagna di venti giorni per sterilizzare con la forza quasi diecimila donne. In Cina mancano all’appello 37 milioni di femmine, questo causa squilibri demografici e un’impennata della tratta sessuale dei maschi cinesi, soprattutto minorenne. L’Oms ha dichiarato che in Cina si suicidano 500 donne al giorno, il doppio dei maschi. E’ il tasso più alto del mondo.

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