C’era una volta la panspermia, la teoria che sposta solo il problema

 
 

di Mariano Bizzarri*
*biochimico e presidente del Consiglio Scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana

 

“Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani, a me pare rientri in una procedura scientifica pienamente corretta il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un’origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa, e se le spore non possano essere state trasportate da un pianeta all’altro ed abbiano attecchito laddove abbiano trovato terreno fertile”. Così si esprimeva von Helmholtz, riassumendo l’ipotesi che sta alla base della teoria della Panspermia, per la quale i “semi” della vita (al limite anche molecole organiche complesse come il DNA) sarebbero sparsi nell’Universo e sarebbero giunti sul nostro (come su altri) pianeta attraverso meteoriti o altro materiale “spaziale”.

L’idea nasce con Anassagora, per essere ripresa nel XIX secolo da un folto gruppo di scienziati, astronomi e filosofi: Berzelius, Lord Kelvin, von Helmholtz, Fred Hoyle, Francis Crick. I sostenitori della panspermia hanno trovato alcune conferme indirette nel ritrovamento di molecole organiche semplici (come la porfirina e la poliformaledeide) nella polvere interstellare. Questi dati furono estrapolati da Hoyle che ipotizzò la presenza di batteri disseccati nello spazio profondo. Al momento la teoria si fonda su elementi indiretti, nessuno dei quali conclusivo: la possibilità di sopravvivenza sul suolo lunare o a 40.000 metri di altezza di batteri, il rinvenimento di materiale organico sul meteorite ALH8001, i controversi risultati di attività chimica della sonda Viking.

Le obiezioni alla teoria sono tante e vale la pena elencarle brevemente:
1)    A meno che non si postuli l’esistenza di una “biochimica alternativa” (proposta peraltro suggerita da taluni), la vita richiede determinati elementi (carbonio, ossigeno, idrogeno e azoto) in densità e quantità sufficiente per l’innesco di alcune basilari reazioni chimiche. Devono coesistere le giuste condizioni di temperatura e di pressione e un determinato valore di gravità. L’insieme dei fattori descritti nelle loro proporzioni rispettive è alquanto raro, anzi rarissimo nell’universo: il che rende l’esistenza della vita un evento estremamente improbabile.

2)    Lo spazio interstellare (microgravità, raggi cosmici, venti stellari e drastiche alterazioni di temperatura) arreca un danno considerevole alle molecole ed alle cellule viventi. Gli studi sugli estremofili (batteri e protozoi che vivono negli ambienti estremi) mostrano per esempio che il DNA ha un’emivita breve (1,1 milioni di anni), incompatibile con i tempi imposti dai viaggi interstellari.

3)    Inoltre i batteri non potrebbero sopravvivere al trauma gravitazionale e termico dovuto all’impatto terrestre, anche se una qualche protezione potrebbe essere offerta dal risiedere all’interno di una cometa.

Di fatto la prova regina è e resta la documentata presenza di vita su un altro pianeta o corpo astrale. Come noto, nessuna prova è stata finora prodotta a tale riguardo.

Recentemente gli studi presentati dal team di astrofisici dell’Università di Princeton al congresso europeo di scienza planetaria svoltosi a Madrid in questi giorni, sono stati accolti con grande (ed inspiegabile enfasi) dalla stampa, che li ha presentati come una conferma della Panspermia. Niente di tutto questo. Il contributo degli astrofisici americani si è limitato a dimostrare come talune meteore possano viaggiare negli spazi interstellari ad una velocità “ridotta”, tale da consentire a pianeti più grandi di poterli attrarre nella loro orbita, rendendo possibile quello scambio di materiale roccioso tra sistemi lontani che l’astrofisica riteneva impossibile fino a qualche tempo fa. Per esplicita ammissione della Prof.ssa Malhotra, coordinatrice del team, lo studio non dimostra che la vita sia giunta sulla Terra dallo Spazio, ma solo che lo scambio di materiale sia una possibilità concreta. Resta ovviamente da dimostrare che germi di vita siano realmente presenti nelle rocce che vengono attratte dai pianeti. E questo ci riporta al punto di partenza. Da dove viene la vita? I sostenitori della panspermia ritengono l’evento talmente complesso da dover ipotizzare che la comparsa della vita sia accaduta “altrove”. Ma ovviamente questo non fa che spostare il problema da un pianeta ad un altro, per dirla con le parole di Stephen Hawking. La verità è che non abbiamo neanche una soddisfacente definizione scientifica del “fenomeno” vita, e discutiamo animatamente su come questa sia potuta apparire sulla Terra, non avendo al riguardo ancora nessuna certezza. L’argomento non è ovviamente di quelli che si risolvono con una breve nota giornalistica. E resta quindi molto, molto aperto a qualsiasi sviluppo.

La panspermia è quindi un ipotesi cui mancano, a tutt’oggi, fondati supporti sperimentali. In nessun caso potrebbe comunque essere considerata una teoria di origine della vita, considerato che, pur ammettendo per assurdo che la vita possa essere giunta da un altro pianeta o sistema interstellare, resta comunque da spiegare come sia nata in quel contesto. Ipotizzare quindi che la vita sia nata al di fuori della Terra, non risolve il quesito di base: come è nata la vita?

In realtà l’enfasi che taluni scienziati e soprattutto i media pongono sulla teoria della panspermia rileva di ben altri obiettivi. Quello che si vuole dimostrare è un asserto in realtà contraddittorio con se stesso. Da un lato, si considera la vita un fenomeno improbabile, dal carattere emergente e che si è appalesato come evento aleatorio nel contesto di uno dei tanti possibili universi. Come tale sfugge a qualunque disegno teleologico e si inscrive d’ufficio nel novero degli eventi casuali. Dall’altro, con il negare alla Terra quelle specificità uniche che hanno reso possibile la comparsa della vita, si cerca di inquadrare questa nell’ambito dei fenomeni comunque possibili in contesti per quanto possibile simili a quello rappresentato dal nostro pianeta.  Di due l’una: o la vita è un fenomeno altamente improbabile – e allora non si capisce perché insistere che abbia potuto presentarsi anche in altri sistemi solari – oppure è possibile che sia nata un po’ dovunque, e allora perché non essere proprio la Terra la sua patria di origine?

Insistere sull’ipotesi della panspermia porta comunque ed inevitabilmente a svilire il valore della vita (fenomeno “casuale”, legato ad una imponderabile ed improbabile concatenazione di eventi) e, in addendum, ad alimentare ulteriormente la vena ateistica della scienza materialistica contemporanea. Come infatti è possibile continuare a credere nell’esistenza di Dio, se la vita stessa costituisce un evento aleatorio? Come non vedere come queste posizioni portino a defraudare di significato l’esistenza, ricondotta ad un mero gioco di probabilità? Viene da domandarsi se questo pensiero “dissolutivo” sia “spontaneo” o se una qualche oscura regia congiuri nel cercare di inculcare filosofie nichiliste che, a ben vedere, non portano da nessuna parte.

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