Il genetista Colombo: «dalla scienza nasce la ricerca dell’Assoluto»

Recentemente Benedetto XVI ha visitato il Policlinico Gemelli in occasione del 50° anniversario della Facoltà di Medicina e Chirurgia, dove ha sottolineato in modo sempre molto acuto il fecondo incontro tra scienza e fede, nella ricerca e nella medicina, anche se «spesso condizionato da riduzionismo e relativismo» che portano a oscurare il valore della vita e il significato della malattia. Questo tentativo di purificare la scienza da invadenze ideologiche ha fatto imbestialire chi solitamente plaude a questo tipo di strumentalizzazione della ricerca. Al contrario, il genetista Roberto Colombo, ordinario di Biologia Molecolare presso l’Università Cattolica, direttore del laboratorio di Biologia molecolare e Genetica umana e membro del Comitato nazionale per la Bioetica (nonché sacerdote), ha commentato in modo molto positivo queste parole del Pontefice.

Ha invitato i suoi colleghi biologi (giudicati la categoria di scienziati meno credenti in Dio) ad “uscire dal laboratorio”, ad aprire l’uso della ragione: «molti colleghi si fermano» alla «ricerca diagnostica: la ragione scientifica sembra avere esaurito il suo compito. Ciò che mi lascia insoddisfatto, inquieto, quando arrivo alla diagnosi, è una domanda: che senso ha per la vita di quel bambino, o di quella donna, il difetto genetico che ho scoperto? Perché è presente in loro, e non in me? Come può essere che dalla meravigliosa architettura della vita scaturisca una creatura che soffre per un difetto nel suo corpo? Ovvero, dove sta la radice profonda, la consistenza della nostra vita, nella quale posso cercare, domandare il significato di quello che scopro nel malato e in me stesso? È questo il punto, specifico di un biologo e medico, in cui si accende il quaerere Deum di cui parla il Papa: è l’inizio della ricerca dell’Assoluto, di ciò che è e non può non essere, a partire dal contingente, da quello esiste e non esiste nella realtà del corpo e della mente umana».papa

Lo studio della malattia, dunque, può divenire l’opportunità per il ricercatore di affrontare il senso della vita e della morte, «nella biomedicina e nella pratica clinica il limite, la finitezza della vita umana rimanda inesorabilmente ad altro da sé come fondamento di sé. Così, Benedetto XVI può affermare che “la nostalgia di Dio che abita il cuore umano” è il più potente “impulso alla ricerca scientifica”». Non a caso il metodo scientifico è nato nell’ambito del cristianesimo, come ha abilmente spiegato il docente di Storia e Filosofia della Scienza presso l’Università di Cambridge, James Hannam. Si cominciò a studiare la natura, la creazione (lasciando da parte l’empirismo a-teorico tipico della cultura antica) per conoscere meglio il Creatore.

Il genetista ha anche ricordato le parole del Papa, secondo cui «censurare la ragione quando si appella alla trascendenza è anti-scientifico, perché cancella la categoria suprema della ragione stessa, quella della possibilità», cioè la «”strana penombra” – così la chiama il Papa – che grava sull’orizzonte della realtà non può essere ultimamente chiarita dalla sola ragione, ma questa, se è libera di spalancarsi su tutto il reale, lascia aperta la possibilità che l’autore della vita, Dio stesso, si faccia incontro a noi e ci sveli il volto profondo della realtà della vita umana che lo scienziato e il medico indagano. Una possibilità che storicamente si è realizzata in Gesù di Nazareth». Questa apertura della ragione è proprio quel che differenzia la razionalità dal razionalismo.

«La via della scienza e quella della fede si incontrano attraverso la ragione sul sentiero tracciato da Dio stesso nella storia. Per un uomo di scienza e di medicina non sarebbe ragionevole sbarrare la strada a questo percorso alla ricerca del senso ultimo della vita, della salute e della malattia». Occorre fare attenzione, non si invita lo scienziato a divenire filosofo e teologo (ogni sapere ha un percorso autonomo), ma «è la domanda sul senso ultimo delle cose che si studiano –qualunque esse siano – che deve essere vivace in ciascun ricercatore, medico e docente».

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