Domenico Quirico: «la fede mi ha aiutato a resistere»

Domenico QuirìcoDomenico Quirico de “La Stampa” e il rapimento. E’ stato rilasciato dopo oltre cinque mesi ed il racconto di quanto gli è accaduto.

 

Dopo 152 giorni è stato finalmente liberato Domenico Quirico, l’inviato de La Stampa rapito in Siria lo scorso aprile. La Farnesina ha fatto sapere che «è provato, ma in buona salute» ed ha già abbracciato la sua famiglia.

Davvero significativa la lettera che ha inviato a “La Stampa”, una sorta di diario di questi mesi di prigionia, rinchiuso dentro «piccole camere buie», soffrendo «le umiliazioni, la fame, la mancanza di pietà, due false esecuzioni, due evasioni fallite».

Un soldato gli ha prestato un telefonino, «è stato l’unico gesto di pietà umana che ho ricevuto nei 152 giorni», ha scritto Quirico. «Nessuno ha avuto verso di me una manifestazione di quella che noi chiamiamo pietà, misericordia, compassione. Persino i vecchi e i bambini hanno cercato di farci del male. Lo dico forse in termini un po’ troppo etici, ma veramente in Siria io ho incontrato il paese del Male. Sono riuscito a chiamare a casa solamente per 20 secondi, dopo quell’urlo disperato che ho sentito dall’altra parte, la linea è caduta».

Per il resto «ci tenevano come animali, costretti in piccole stanze con le finestre chiuse nonostante il terribile caldo, gettati su dei pagliericci, ci davano da mangiare i resti dei loro pasti. Nella mia vita, nel mondo occidentale, non ho mai provato cos’è l’umiliazione quotidiana nelle cose semplici come il non poter andare alla toilette, il dover chiedere tutto e sentirsi sempre dire no. Credo che c’era una soddisfazione evidente in loro nel vedere l’occidentale ricco ridotto come un mendicante, come un povero». Racconta ancora: «sono stato cinque mesi senza scarpe, camminando a piedi nudi. Per cinque mesi il mio ritmo di vita è diventato il sole che spunta e il sole che tramonta».

E poi la conclusione: «In tutta questa esperienza c’è molto Dio. La mia è una fede molto semplice, la fede delle preghiere di quando ero bambino, dei preti che quando andavo a trovare mia nonna in campagna incrociavo mentre raggiungevano in bicicletta delle piccole parrocchie con gli scarponi da operaio e la borsa attaccata alla canna della bici, e portavano estreme unzioni, benedivano le case, con la fede dei preti di Bernanos, semplice ma profonda. La mia fede è darsi, io non credo che Dio sia un supermercato, non vai al discount a chiedere la grazia, il perdono, il favore. Questa fede mi ha aiutato a resistere». La sua e quella dell’altro giornalista rapito, Pierre Piccinin, «è la storia di due cristiani nel mondo di Maometto e del confronto di due diverse fedi: la mia fede semplice, che è darsi, è amore, e la loro fede che è rito».

La redazione

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