Michael Ruse critica l’intolleranza del moderno laicismo

L’ultima volta che abbiamo parlato del filosofo Michael Ruse, docente di filosofia presso la Florida State University, abbiamo sottolineato la sua tremenda confusione circa l’esistenza di valori morali oggettivi.

Una confusione, tuttavia, conseguita da un sano tentativo di riflettere in modo coerente sulla morale, senza abbandonarsi all’illogico e pericoloso relativismo etico per il quale non può esservi nulla di intrinsecamente sbagliato, nemmeno la pedofilia o la tortura di un bambino. Dire il contrario -e Ruse questo lo ha capito benissimo, entrando in polemica con altri intellettuali non credenti- significa affermare che esiste qualcosa di precedente all’uomo, un Bene e un Male assoluti e indipendenti dall’opinione della società in quel dato momento storico. Ma di questo abbiamo già parlato.

E’ interessante tornare a citare Ruse grazie ad un articolo pubblicato sul “Guardian”, questa volta davvero lucido. Il filosofo si è infatti occupato di Richard Dawkins, il leader internazionale dell’ateismo fondamentalista, e del folklorisitico movimento dei “new atheist” (Sam Harris, Jerry Coyne, Peter Singer, Christopher Hitchens, Daniel Dennett e il “nostro” Pierpippo Odifreddi).

Ha affermato: «L’umanesimo, nella sua forma più virulenta, sta cercando di fare della scienza una religione. E’ inondato da un intollerante entusiasmo, vi è quasi un isterico ripudio della religione». Ruse, ha citato come esempio alcune affermazioni contro la fede di Dawkins, in cui i credenti vengono paragonati ai terroristi islamici, a coloro che compiono guerre religiose e ai creazionisti che «voltano le spalle completamente alla scienza per seguire la loro religione». Una sorta di “caricatura”, ha spiegato il filosofo. Ruse ha anche individuato alcune somiglianze tra i laicisti moderni e i gruppi religiosi, in particolare una sorta di «adulazione da parte dei sostenitori e appassionati verso i leader del movimento: non è solo una questione di accordo o di rispetto, ma anche una sorta di culto». Il “culto di Dawkins”, probabilmente una similitudine più moderata del noto culto della personalità emerso nelle varie dittature ateo-comuniste del ‘900. «Quando il cielo si svuota di Dio, la terra si riempie di idoli», diceva d’altra parte Karl Barth.

Il filosofo americano ne ha anche approfittato per rendere pubblico l’odio nei suoi confronti da parte dei leader di tale movimento. Ha premesso di non essere per nulla credente, di essere un “fanatico darwiniano” e di ritenere che «la religione ha fatto e continua a fare molto male alla società», citando il rallentamento della ricerca scientifica a causa del noioso dibattito tra evoluzionisti e creazionisti (Ruse in questo caso non si è accorto di aver compiuto anche lui una caricatura delle persone religiose, come se esserlo significasse automaticamente rifiutare l’evoluzione biologica).

Ha poi continuato: «Eppure io, e altri come me, sono insultato in termini molto più duri di quelli utilizzati contro avversari reali come i creazionisti. Veniamo etichettati come “accommodationists” per la nostra volontà di dare alla religione uno spazio non occupato dalla scienza, usando termini che denotano una forte emozione, ben oltre la ragione. In “L’illusione di Dio” [il noto libro di Richard Dawkins, Nda], sono paragonato a Neville Chamberlain, il pacificatore pusillanime di Hitler. Jerry Coyne, autore sia del libro e del blog “Perché l’evoluzione è vera”, un ardente groupie di Dawkins e Christopher Hitchens, ha scritto di me su uno dei suoi libri: “Ci sono alcune idee così assurde che solo un intellettuale potrebbe credergli”. Il biologo PZ Myers ha fatto riferimento a me come un “gobshite confuso”. E se avessi un dollaro per tutti coloro che hanno giocato con il mio cognome, sarei un uomo molto ricco». E tutto questo, ha concluso, «perché io non sono assolutamente allineato, non sono prostrato in lode verso Dawkins e compagnia, perché rido delle loro pretese e posizioni».

Certamente è comprensibile e condivisibile questa accusa di intolleranza verso il moderno ateismo da parte di Michael Ruse, assolutamente in linea con la recente riflessione di Frank Furedi, sociologo presso l’University of Kent. In Italia non esistono serie e razionali espressioni di miscredenza, tuttavia sono perfettamente riconoscibili queste forme estreme di odio e avversione nei sostenitori dell’ideologia anticlericale (e anticattolica!). Non a caso il docente di diritto dell’UCLA, Stephen Bainbridge, ha scritto che «l’anticattolicesimo è l’ultima forma rispettabile di bigottismo nell’élite», riprendendo l’affermazione del poeta americano Pieter Viereck secondo cui «l’anticattolicesimo è l’antisemitismo degli intellettuali». Il tutto molto simile al titolo scelto per il libro del sociologo Philip Jenkins: “Il nuovo Anti-Cattolicesimo: l’ultimo pregiudizio accettabile“, come ha anche riflettuto di recente questo blog.

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