La scienza contro i “pro-choice”: l’aborto aggrava la salute psichica della donna

Nelle legislazioni dei paesi in cui si può abortire liberamente, la tutela della salute psichica della donna è una delle motivazioni più ricorrenti per giustificare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. L’aborto sembra però adempiere allo scopo opposto: praticato per la salvaguardia della salute mentale delle donne, comporta un aumento considerevole del rischio di incorrere in problemi psichici.

Negli ultimi anni, infatti, diversi studi hanno analizzato la ricorrenza delle malattie mentali nel periodo post-aborto. Ultimo in ordine di tempo quello pubblicato dalla rivista medica peer-rewieved “The British Journal of Psychiatry” a cura della professoressa Coleman della Bowling Green State University. La ricercatrice statunitense si è occupata della revisione dei dati di 22 studi su quasi novecentomila donne, di cui 163.831 con una interruzione di gravidanza alle spalle. Numeri che fanno di questo articolo la più ampia relazione per la valutazione dell’impatto dell’aborto sui disturbi mentali. Un lavoro importante dunque, con una conclusione allarmante: per le donne che si sono sottoposte ad un aborto è aumentato del 81% il rischio di problemi di salute mentale. Aumentano sensibilmente anche il rischio di cadere in depressione e quello di incorrere in disturbi d’ansia. Più che raddoppiato, invece, il rischio di suicidi; sul fronte delle dipendenze sale del 110% il rischio di alcoolismo e addirittura del 230% quello del consumo di marijuana.  I risultati sono coerenti con uno studio realizzato sempre dalla Coleman, nel 2005, dal quale si evince una chiara correlazione tra aborto indotto e aumento di problemi psicologici.

La prospettiva del ricorso all’aborto per salvaguardare la salute psichica sembra essere sconfessata anche dagli studi di altri ricercatori, come quello del team guidato dalla ricercatrice canadese Mota, che ha compiuto uno studio su un campione rappresentativo della popolazione statunitense pubblicato nel 2010. Queste le conclusioni: «Il nostro studio conferma una forte associazione tra aborto e disordini mentali». Tra le donne che erano passate da una esperienza di aborto indotto è stato osservato un aumento del 61% della fobia sociale e del 59% del rischio di propositi di suicidio, mentre salivano vertiginosamente del 261% il rischio di alcoolismo e del 313% quello della dipendenza da stupefacenti.  Risultati coerenti con quelli ottenuti nel 2009 e pubblicati sulla Revista da Associação Médica Brasileira (RAMB), dove si mostra che le donne che hanno avuto un aborto indotto hanno maggiori tassi di ansia, depressione, sentimenti problematici e bisognose di un sostegno psicologico. Lo stesso è stato riportato maggio 2008, su Gynécologie obstétrique et fertilité, il mensile di informazione scientifica dei medici francesi, dove i risultati rivelano il trauma psicologico causato dall’aborto “terapeutico”: significativo disagio vissuto dalla donna, accentuato dall’onnipresente senso di colpa e sintomi persistenti di ansia e depressione.

In un recente articolo significativamente intitolato “La menzogna dell’aborto che cura”  il dottor Renzo Puccetti, specialista in Medicina Interna e membro dell’Unità di Ricerca della European Medical Association, conclude scrivendo: «allo stato delle conoscenze è incontestabile anche per gli stessi abortisti che l’aborto non è per niente terapeutico; a livello di salute pubblica costituisce una procedura per le donne di nessuna utilità al fine della salvaguardia della loro salute mentale, si tratta in sostanza di una procedura futile. A livello fattuale il “serio pericolo per la salute della donna” posto a giustificazione della richiesta di aborto dalla legge italiana non riceve alcuna mitigazione dall’aborto. Vorrà il mondo della politica, dell’informazione, della cultura, della legge prenderne atto e trarne le logiche conseguenze?».

Maurizio Ravasio

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