La chiesa ortodossa è uscita vincitrice dall’ateismo sovietico

Un nuovo libro, intitolato Stalin e il patriarca, la Chiesa ortodossa e il potere sovietico 1917-1958 (Einaudi 2011), di Adriano Roccucci, docente di Storia contemporanea presso la facoltà di Lettere e filosofia di Roma Tre, ricostruisce la rinascita della chiesa ortodossa russa dopo le durissime vessazioni che subì sotto il periodo ateo-comunista. La chiesa fu stordita dalla foga inquisitoria del regime, ma non soccombette. Il patriarcato di Mosca è tornato ad esercitare un ruolo importante nella Russia post-comunista, riappropriandosi di quella vocazione millenaria di architrave della “russità”.

Intervistato dal quotidiano Europa ha risposto: «L’esperienza sovietica non si risolse con il tentativo di secolarizzare stato e società. Prese la forma, piuttosto, di una “confessionalizzazione ribaltata”. Quello sovietico non era il modello dello stato laico, tendenzialmente neutrale verso la religione. I sovietici avevano una posizione chiara su Dio e professavano l’ateismo. Il tutto s’inseriva in un clima segnato dal mito rivoluzionario e dell’uomo nuovo. L’ateo sovietico era diverso dall’ateo occidentale. Era un credente, in taluni casi addirittura più credente del religioso. Questo carattere, in parte “mistico”, pervade tutta la storia bolscevica e connota la lotta contro gli ortodossi». Anche il comunismo sovietico fu un tentativo di emanciparsi dal cristianesimo per creare una nuova religione, assolutamente secolarizzata: «Il potere volle costruirsi un’aurea di sacralità, riappropriandosi addirittura dei simboli della storia russa. Con Stalin, in modo ancora più evidente, si consumò una strategia per convertire la “Terza Roma” alla tradizione bolscevica. Il piano regolatore portò alla costruzione dei sette, celebri grattacieli staliniani. Non è casuale che sette fosse anche il numero dei colli di Mosca e dei monasteri ortodossi, abbattuti dal regime, disposti a semicerchio lungo il secondo anello della città prerivoluzionaria».

Stalin usò anche la chiesa per realizzare i suoi obiettivi di guerra, cioè l’allargamento a occidente delle frontiere e dell’influenza dell’Urss, e convocò al Cremlino i tre metropoliti reggenti della chiesa: «Fu un evento paradossale, drammatico. Tre uomini di fede che avevano sofferto la persecuzione assistendo all’eliminazione di credenti, preti e vescovi durante gli anni ’30, si confrontarono con il loro carnefice. Venne stabilito una sorta di compromesso. Stalin chiuse la parentesi della persecuzione dura e pura, dando alla chiesa maggiori spazi e la possibilità di eleggere un nuovo patriarca».

La chiesa ha resistito e per questo è rimasta radicata nella società: «E’ una chiesa di martiri (un milione di persone vennero uccise a causa di questioni legate alla fede), è una chiesa che percorre le vie della clandestinità. Ha fatto resistenza mobilitando la leva liturgica. Continuando a celebrare il culto e a mantenerne la magnificenza, tenne vivo uno spazio di bellezza e alterità rispetto alle stile e alla cultura dell’Urss. La chiesa è riuscita anche a superare la seconda fase delle campagne antireligiose, lanciata dopo la morte di Stalin». L’assunto della propaganda sovietica diceva che la religione non era che una sopravvivenza del passato. Oggi l’82% crede in Dio (cfr. Ultimissima 7/5/11).

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