Il carcere di Pitesti: una delle "grandi opere" dell’ateismo comunista

Non ci sono solo le missionarie opere cristiane, anche l’ateismo comunista ha prodotto le sue. Oltre alla cultura illuministica, sfociata presto nella ghigliottina francese, l’ateismo si è anche molto impegnato nel ‘900. Una sua maggiore opera fu avviata in Romania e per quanto incredibile possa sembrare, è la prova esistente di un luogo ben peggiore di Auschwitz. Si chiama Pitesti, 130 km a nord di Bucarest. Qui, tra il 1949 e il 1952, è stato condotto il più orrendo esperimento concentrazionario del dopoguerra. Gli oppositori del regime comunista (principalmente studenti universitari, liberali, conservatori, religiosi e cristiani di tutte le confessioni) furono condotti in questo carcere speciale con l’obiettivo di rieducarli, di farne degli “uomini nuovi”, come sosteneva il segretario generale del Partito comunista, la stalinista Ana Pauker (1893-1960). È quanto racconta il giornalista del Corriere della Sera, Dario Fertilio, in un libro-testimonianza uscito da qualche mese nelle librerie: (Musica per lupi. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra). Quello che accadde a Pitesti in quegli anni, secondo Fertilio, si tratta di una tortura ininterrotta, attuata di giorno e di notte secondo regole precise, e concepita come un fine in se stesso. L’obiettivo? Distruggere l’anima, perché chi pensava di avere un’anima era già un “malato”, nemico del popolo, da rieducare e, se proprio si rifiuta, da giustiziare usando le torture più diaboliche, sia fisiche che psichiche (giudizio molto simile a quello degli esponenti del disperato ateismo contemporaneo). Il giornalista racconta a Il Giornale alcune di queste torture: «Pestaggi per mezzo di fruste, cinture, lance; sospensioni al soffitto con pesi da 40 chili per ore e giorni consecutivi; rottura delle dita delle mani e dei piedi; nutrizioni forzate a base di sale con divieto di bere; cozzi procurati delle teste, al modo delle incornate tra cervi; bruciature delle piante dei piedi; percosse alle tibie per mezzo di barre metalliche; costrizione a leccare il contenuto delle latrine; partecipazione obbligatoria a torture collettive, induzione a commettere reciprocamente atti di sodomia; sospensioni al soffitto per le ascelle con zaini sulla schiena carichi di pietre; schiacciamento sotto il peso di corpi, varianti fra il numero di quindici e diciassette; sbattimento di crani contro cemento o pareti delle celle; costrizione a dormire in posizioni fisse; perforazione delle piante dei piedi per mezzo di aghi; posizioni obbligate contro il muro, puntando l’uno o l’altro piede, per la durata di tutta la notte; ordine di produrre masse fecali dove successivamente si depongono gli alimenti; induzione a orinare nelle bocche dei compagni; disposizioni di mangiare direttamente dalle gavette cibo bollente, a quattro zampe e senza ricorrere alle mani; immersioni prolungate delle teste nei buglioli; percosse alle casse toraciche sino alla frattura delle costole, ecc…».

L’ideologia ateo-comunista era particolarmente sadica ovviamente con le persone credenti e religiose, le quali dovevano partecipare a processioni in cui a Gesù e Maria venivano rivolti insulti irripetibili ed erano costretti a ricevere l’eucaristia intingendo il pane nell’urina. Seminaristi e religiosi venivano obbligati a subire atti contro la propria volontà, in particolar modo sessuali, costretti a torturarsi a vicenda. Il cattolico doveva essere “rieducato” con un uso pressoché settimanale di orge omosessuali e atti blasfemi (come giaculatorie evocanti satana e parodie dissacratorie dei Sacramenti facendo uso di escrementi e spazzatura), amplificate ancor di più in corrispondenza delle principali feste dell’anno come Natale e Pasqua. «Guarderemo Dio dall’alto in basso!» urlavano Eugen Turcanu (uno dei principali responsabili) e gli altri capi, invitando i credenti che non volevano arrendersi a bestemmiare il più possibile.

Articoli sull’argomento è possibili trovarli su Bastabugie, Ragione e Fede e Il Corriere della Sera.

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