Perché i preti lasciano il sacerdozio? Non per il motivo che pensi

preti lasciano sacerdozio

Un’analisi di studi scientifici sui motivi dietro l’abbandono del sacerdozio. Se i preti lasciano l’abito, l’innamoramento non è la causa primaria.


 

Quando un sacerdote lascia il ministero si pensa subito a due spiegazioni: la perdita della fede o l’innamoramento.

Tuttavia diverse ricerche sociologiche mostrano che la realtà è molto più complessa.

Le cause che portano alcuni preti ad abbandonare la talare raramente dipendono da un singolo evento: più spesso si tratta dell’esito di un lungo processo di logoramento umano e spirituale.

 


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Il primo motivo: solitudine funzionale

Se si analizza la letteratura scientifica sul tema, l’elemento più sorprendente riguarda proprio il fattore che spesso viene ignorato.

Lo sottolinea per esempio uno studio del sociologo americano Dean R. Hoge, che ha raccolto le testimonianze di molti sacerdoti (46% di chi ha lasciato il ministero) che lamentano una “solitudine funzionale”.

Non si tratta l’essere isolati o letteralmente soli. Al contrario, sono costantemente circondati da fedeli, impegnati in celebrazioni, incontri pastorali e attività comunitarie, ma spesso non hanno persone con cui condividere davvero fragilità, dubbi o stanchezza.

Ciò emerge anche nell’indagine di Yulius Sunardi (Marquette University), il quale scoprì che quando questa condizione si prolunga negli anni può generare una crisi profonda.

 


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L’innamoramento non è la causa iniziale

Secondo l’analisi, i rapporti sentimentali che emergono in alcuni casi raramente sono la causa iniziale dell’abbandono, ma piuttosto una conseguenza di un vuoto affettivo già presente. La relazione diventa quindi una risposta a una solitudine accumulata nel tempo, più che l’origine della crisi stessa.

Un altro fattore rilevante riguarda il carico di responsabilità legato alla gestione delle parrocchie.

Molti sacerdoti entrano in seminario con il desiderio di annunciare il Vangelo e accompagnare spiritualmente i fedeli, ma si trovano poi a dover affrontare una grande quantità di compiti amministrativi: gestione economica, organizzazione di attività, burocrazia.

I sociologi citati parlano di una vera e propria “amministrazione del sacro”, che rischia di disaffezionare il sacerdote dalla dimensione pastorale che lo aveva motivato all’inizio.

L’antropologo e sociologo Vivencio Ballano (Polytechnic University) sottolinea nel suo studio un altro problema: oltre alla mancanza di supporto tra confratelli, molti presbiteri soffrono anche una scarsa attenzione e guida da parte dei loro superiori ecclesiastici.

Le ricerche indicano infine che la formazione nei seminari non sempre prepara pienamente alla solitudine del ministero o alle pressioni psicologiche della vita sacerdotale. In alcuni casi le difficoltà emergono solo molti anni dopo l’ordinazione, quando l’entusiasmo iniziale lascia spazio alla fatica quotidiana.

 


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Il Papa indica la soluzione

Papa Leone XVI è evidentemente informato su tutto ciò.

Lo si è capito quando nel febbraio scorso ha richiamato l’attenzione sul problema dell’isolamento dei sacerdoti, invitandoli a vivere in amicizia, sviluppando rapporti interpersonali tra di loro. In una parola: fraternità sacerdotale.

Un tema che ci sta molto a cuore e che riteniamo la soluzione migliore alla crisi dei sacerdoti.

Qui su UCCR ne hanno parlato don Mario Proietti e padre Gabriele Scardocci.

Autore

La Redazione

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