Anche i cattolici progressisti bisticciano sulla liturgia
- Ultimissime
- 19 Mag 2026

Il dibattito sulla liturgia divide anche i cosiddetti cattolici “progressisti”: Andrea Grillo, Alberto Melloni ed Enzo Bianchi. Ecco cosa succede.
“Tradizionalisti” e “progressisti”.
Nel dibattito ecclesiale queste etichette vengono spesso usate con una certa superficialità. Eppure, pur nella loro imperfezione, restano utili per orientarsi.
Le usiamo anche oggi, segnalando un’accesa discussione interna tra coloro che vengono considerati “cattolici progressisti”, sul ricorrente tema della pace liturgica: Enzo Bianchi, Andrea Grillo e Alberto Melloni.
Tradizionalisti e progressisti: chi sono?
Innanzitutto chiariamo che con “tradizionalisti” si indicano generalmente quei cattolici intransigenti verso il Concilio Vaticano II, schierati spesso in maniera identitaria a favore della liturgia preconciliare.
Con “progressisti”, invece, si identificano coloro che, in nome del Concilio Vaticano II, si arrendono spesso allo spirito del mondo, annacquando inconsapevolmente o volontariamente gli elementi dottrinali più scomodi e indigesti ai contemporanei.
Una differenziazione che risale a Papa Francesco, quando nella “Evangelii Gaudium” incalzò «il neopelagianesimo autoreferenziale», quell’indietrismo che «fa riferimento a una presunta età perfetta», vissuto da coloro che «si sentono superiori perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato»1Francesco, “Spera. L’autobiografia”, Mondadori 2025, pp. 263, 264.
E, sempre Bergoglio, a conclusione del Sinodo sulla Famiglia richiamò anche la «tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle». Cioè i «progressisti e liberalisti», presi dalla «tentazione di scendere dalla croce per accontentare la gente, di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio».
Se con gli ultimi due pontificati i più rumorosi sono certamente i “tradizionalisti”, negli anni di Ratzinger e Wojtyla erano i “progressisti” a dominare la scena delle polemiche, senza tra l’altro beneficiare dell’enorme supporto dei social network.
Ma questi ultimi ci sono ancora e, caso strano, stanno bisticciando tra loro.
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Enzo Bianchi: liturgia deve unire
Tutto nasce dall’intervento di Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, nel quale ha riflettuto sulla crescente frattura nella Chiesa tra sostenitori della liturgia riformata e gruppi legati al rito antico.
Ricordando alcuni colloqui avuti con Papa Francesco, il monaco piemontese ha insistito sul fatto che l’Eucaristia dovrebbe essere fonte di comunione e non di contrapposizione.
Pur riconoscendo le difficoltà create da alcuni ambienti tradizionalisti, Bianchi propone un approccio inclusivo: accettazione del Concilio Vaticano II, rispetto dell’autorità episcopale e, al tempo stesso, riconoscimento pieno dei cattolici legati al Vetus Ordo.
Secondo lui, la lex credendi non coincide rigidamente con una forma rituale, perché la fede della Chiesa rimane la stessa anche attraverso forme liturgiche differenti.

Andrea Grillo: la riforma liturgica è la pace
A replicare è stato Andrea Grillo, teologo liturgista tra i più noti e intransigenti sostenitori della riforma conciliare, sostenuto dai padri dehoniani di “SettimanaNews”.
In una lettera aperta, il teologo accusa Bianchi di leggere il problema da una prospettiva “monastica” troppo limitata.
Sostiene inoltre che la richiesta di “pace liturgica” proviene quasi esclusivamente dagli ambienti tradizionalisti, mentre il magistero recente — da Giovanni XXIII a Paolo VI, fino a Francesco — ha chiaramente indicato la riforma liturgica come direzione irreversibile della Chiesa.

Nella successiva replica, destinata solo ai social e quindi -chissà perché- più aspra, Grillo accusa Bianchi di usare “occhiali deformanti” e lo schiera manicheamente tra «i tradizionalisti mentre io, ripeto solo Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Francesco».

Alberto Melloni: no manicheismo liturgico
Nel dibattito è intervenuto anche Alberto Melloni, storico del cristianesimo e altrettanto storico critico di Benedetto XVI e Ruini dalle colonne di “Repubblica”.
Su Facebook ha pubblicato un post in difesa di padre Bianchi e contro il «manicheismo liturgico» di chi usa «il Vaticano II come un sillabo del postmoderno».

Chi ha ragione?
Nonostante l’immancabile commento d’odio del controverso portale “Silere non possum” (“boomer”, “represso”, “tuttologo”, “povero personaggio deluso dalla vita”, “psichiatrico” ecc.) nei suoi confronti, Andrea Grillo sembra documentare meglio la realtà dei fatti.
D’altra parte è l’unico specialista della materia essendo docente di Teologia dei sacramenti al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma.
Più che in questo contesto, Grillo aveva esposto meglio la sua posizione qualche giorno fa osservando che le restrizioni alla Messa preconciliare contenute nella “Traditionis Custodes” di Francesco si collocano in continuità con Giovanni XXIII e Paolo VI e con l’intenzione dei padri conciliari di sostituire il rito precedente con il nuovo Messale, senza prevedere una coesistenza stabile di due forme rituali parallele.
Sarebbe stata la liberalizzazione del Vetus Ordo voluta da Benedetto XVI con “Summorum Pontificum” (2007) ad aver creato la tensione ecclesiale e dottrinale che permane tuttora, favorendo ambienti ostili al Concilio Vaticano II.
Una tesi, questa, meno convincente in quanto se Papa Ratzinger arrivò a questa decisione è perché evidentemente già c’erano tensioni.
Tuttavia non si può non apprezzare il tentativo pastorale di Enzo Bianchi nel chiedere un «nuovo sguardo di ciascuno rivolto all’altro», comprendendo le sensibilità di chi è sinceramente legato al Vetus Ordo, senza marginalizzarlo ma riconoscendolo come parte della Chiesa e «cercando forme di convivenza e non di contrapposizione».
D’altra parte, se la direzione liturgica postconciliare non è effettivamente reversibile, la sua gestione ecclesiale non può diventare uno schema di esclusione e richiede invece un equilibrio tra chiarezza dottrinale e integrazione delle diverse sensibilità.


















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