Solo i credenti compiono il bene? La risposta cristiana

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Secondo un sondaggio, sempre meno persone legano l’etica alla religione e alla fede. Hanno ragione? E’ il tema della rubrica delle “Risposte cattoliche”


 

Serve davvero credere in Dio per essere una persona moralmente buona?

Una recente indagine del Pew Research Center suggerisce che una quota crescente della popolazione mondiale risponde negativamente a questa domanda.

Il sondaggio, condotto in 25 Paesi, mostra che soprattutto in Europa e nel Nord America prevale l’idea che la moralità non dipenda necessariamente dalla fede religiosa.

Negli Stati Uniti, ad esempio, circa il 68% degli intervistati ritiene che una persona possa essere morale anche senza credere in Dio. Tendenze simili emergono in molti Paesi europei, tra cui Italia, Spagna, Germania e Paesi Bassi.

Com’è possibile? E’ questo il tema dell’odierna rubrica delle “Risposte cattoliche”.

 

L’etica è indipendente dalla religione

Il dibattito non è nuovo.

Da secoli filosofi e teologi discutono se l’etica dipenda dalla religione o se possa esistere indipendentemente da essa.

Per quanto ci riguarda, la risposta è piuttosto chiara: la fede cristiana non insegna che solo chi crede in Dio possa compiere il bene.

La tradizione della Chiesa parla infatti di legge morale naturale, cioè della capacità della ragione umana di distinguere il bene dal male. Il Catechismo (n. 1954) afferma che «la legge naturale esprime il senso morale originale che permette all’uomo di discernere con la ragione il bene e il male».

In altre parole, la coscienza morale non nasce esclusivamente dalla religione.

Questa idea è stata riconosciuta anche da pensatori cristiani come C. S. Lewis, il quale osservava che l’esistenza di una legge morale condivisa è evidente anche tra persone che non credono: «Gli esseri umani hanno un’idea sorprendentemente simile di ciò che è giusto e sbagliato»1C.S. Lewis, “Il cristianesimo così com’è, 1952.

Lo stesso principio era stato formulato già da Tommaso d’Aquino nel Medioevo. Nella Summa Theologiae spiegava che la legge naturale è «la partecipazione della creatura razionale alla legge eterna»2I-II, q.91, a.2, cioè una capacità radicata nella natura umana e accessibile anche senza rivelazione religiosa.

 


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Cosa serve allora la fede?

Se è così, allora qual è il vero scopo del cristianesimo? A cosa serve, ci chiedevamo qualche anno fa.

La fede cristiana non nasce come un codice etico, ma come un annuncio di salvezza. Al centro del cristianesimo c’è l’evento di Gesù Cristo e la convinzione che Dio sia intervenuto nella storia per redimere l’umanità.

Lo scopo del cristianesimo non è renderci più buoni e moralmente perfetti, ma offrire all’uomo la salvezza e una trasformazione interiore attraverso la grazia.

Lo scrittore Vittorio Messori lo ha spiegato in maniera migliore scrivendo che «la fede “serve” a prendere radicalmente sul serio la storia e a tendere verso l’eternità».

Giocando sull’et-et, ha proseguito: «”Serve” ad amare la vita e a non temere la morte». E ancora: «”Serve” a impegnarsi con tutte le forze per migliorare il mondo e ad essere al contempo consapevoli che questo mondo è destinato a finire, o almeno, a trasformarsi radicalmente al ritorno di Cristo. “Serve” a riconoscersi servi di tutti e al contempo liberi da tutti»3V. Messori, “Qualche ragione per credere”, Ares 2008, p. 64.

La morale, dunque, non è il punto di partenza della fede ma una sua conseguenza. Forse nemmeno così scontata.

Anche Papa Francesco ha spiegato molto bene questo concetto parlando dell’incontro cristiano, che “serve” a «diventare uomini nuovi nel mistero della Grazia, suscitando nell’animo quella gioia cristiana che costituisce il centuplo donato da Cristo a chi lo accoglie nella propria esistenza».

 

I cristiani non sono più buoni

In un’altra occasione, sempre Papa Bergoglio, ha affrontato il punto più direttamente: «Il cristianesimo non è solo un’etica. Sì, è vero, ha dei princìpi morali, ma non si è cristiani soltanto con una visione di etica. Non è un’élite di gente scelta per la verità».

I cristiani non sono né più buoni, né più perfetti degli altri. Ci sono santi, peccatori e persone normali.

«Il cristianesimo», proseguiva Francesco, «è appartenenza a un popolo, a un popolo scelto da Dio gratuitamente. Se noi non abbiamo questa coscienza di appartenenza a un popolo, saremo cristiani ideologici, con una dottrina piccolina di affermazione di verità, con un’etica, con una morale o con un’élite».

 

Una domanda mal posta

In definitiva, la domanda se serva credere in Dio per comportarsi bene rischia di essere mal posta.

Il cristianesimo non nasce per produrre semplicemente persone moralmente corrette, ma per annunciare una salvezza. La morale può esistere anche senza fede.

Ciò che la fede cristiana propone è qualcosa di diverso e più profondo: l’incontro con Cristo, la trasformazione dell’uomo attraverso la grazia e la speranza di una vita che va oltre i confini della sola etica.

 


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Autore

La Redazione

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1 commenti a Solo i credenti compiono il bene? La risposta cristiana

  • lorenzo ha detto:

    «Il cristianesimo», proseguiva Francesco, «è appartenenza a un popolo, a un popolo scelto da Dio gratuitamente…
    In “Fratelli tutti”, al n° 79, disquisendo del buon samaritano scrive: “… Tutti abbiamo una responsabilità riguardo a quel ferito che è il popolo stesso e tutti i popoli della terra. …”
    Quindi, per Francesco, i cristiani sono un popolo scelto da Dio gratuitamente,
    oppure cristiani, mussulmani, ebrei, buddisti, agnostici, atei, pastafariani, …, siccome siamo tutti fratelli ed apparteniamo ad un unico popolo, comprensivo di tutti i e tutti i popoli, ovviamente anche questo voluto da Dio gratuitamente?

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