Un aiuto per i sacerdoti a non lasciare nel buio i confratelli

sacerdoti corso

Quando le persone sono in crisi si rivolgono ai sacerdoti. Ma chi si prende cura dei pastori? I loro confratelli. Don Mario racconta un’iniziativa americana.


don mario proietti

 

di
don Mario Proietti*
 
 
*Direttore Responsabile dell’Abbazia San Felice (Giano dell’Umbria)

 
 

Aiutare sacerdoti e diaconi a riconoscere nei propri confratelli i segni di una crisi interiore.

E’ questo il programma nato in questi mesi negli Stati Uniti, tra l’arcidiocesi di Denver e quella di Colorado Springs, per prevenire il burnout, lo stress e l’isolamento dei preti: segni di un momento di difficoltà.

Il progetto si chiama “Clergy Outreach and Resilience” (COR), ed è stato avviato nel gennaio 2026 con una formazione specifica guidata dallo psicologo John Nicoletti, alla quale hanno preso parte circa quaranta membri del clero.

L’idea che lo anima è semplice: chi ogni giorno accompagna il dolore degli altri non dovrebbe essere lasciato solo a portare il proprio.

 

Il suicidio di don Balzano: una ferita aperta

La notizia merita attenzione non per il fascino un po’ ingenuo che talvolta esercitano su di noi le iniziative americane, ma perché riapre in forma concreta una domanda che anche da noi si è imposta con durezza ormai quasi un anno fa.

Quando, il 6 luglio 2025, scrissi su UCCR la riflessione sulla morte di don Matteo Balzano, il punto non era fermarsi alla cronaca di una tragedia. Ma riconoscere che quella morte non poteva essere assorbita nel rapido consumo delle notizie.

In quelle righe parlavo di una domanda aperta e di una ferita nel corpo del presbiterio. Oggi, a distanza di mesi, quelle parole non si sono alleggerite. Si sono fatte più esigenti.

Quando l’emozione si spegne, resta la verifica. Resta da domandarsi se una ferita simile abbia cambiato davvero qualcosa nel nostro modo di guardare i sacerdoti, di comprenderne la fatica, di custodirli prima che il loro peso diventi una solitudine muta.

La notizia dell’iniziativa americana acquista rilievo proprio qui. Non si limita a ripetere che i preti hanno bisogno di fraternità. Prova a tradurre questa parola in una forma concreta di vigilanza reciproca.


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La fraternità presbiteriale come prevenzione

Il programma COR nasce per formare confratelli capaci di vedere per tempo, di ascoltare davvero, di intervenire prima che la fatica diventi isolamento e l’isolamento diventi disperazione.

Ernie Martinez, tra i promotori dell’iniziativa, parte da una constatazione elementare: quando le persone sono in crisi cercano i loro sacerdoti e i loro diaconi. La domanda che ne nasce è inevitabile: chi si prende cura dei pastori quando il buio raggiunge loro?

Il lessico per affrontare questo tema esiste già.

La nuova Ratio Nationalis, entrata in vigore il 9 gennaio 2025 ad experimentum per tre anni, presenta la formazione del presbitero come un processo che continua per tutta la vita e insiste sulla sua dimensione integrale, umana, spirituale, intellettuale e pastorale.

Nello stesso impianto trova posto anche la fraternità presbiterale, non come elemento decorativo, ma come tratto costitutivo del cammino del sacerdote. Parlare di custodia del clero, dunque, non introduce un linguaggio estraneo nella vita ecclesiale. Significa prendere sul serio ciò che la Chiesa italiana già riconosce come necessario.

Il problema non è l’assenza di parole. Il problema è la distanza tra le parole e la vita. La fraternità sacerdotale viene affermata, meno spesso verificata. L’accompagnamento spirituale viene ritenuto necessario, meno spesso controllato nella sua reale esistenza.

Il sostegno reciproco viene stimato importante, meno spesso tradotto in una prassi stabile.

 

In Italia manca una cura tra confratelli

In Italia il sacerdote continua facilmente a sentirsi chiamato a reggere da solo, a non esporsi, a non mostrare troppo il proprio affanno, a non diventare egli stesso un peso. Così il disagio si nasconde più facilmente, e ciò che dovrebbe essere custodito resta spesso affidato al silenzio.

Non si può dire che nel nostro contesto manchino del tutto segni incoraggianti.

Alcune diocesi hanno sviluppato nel tempo opere di sostegno e di attenzione al presbiterio. Proprio per questo il quadro italiano non è quello di un deserto.

Ciò che ancora manca, in molti luoghi, è una cultura ordinaria e preventiva di custodia reciproca tra confratelli. Si interviene più facilmente quando la fragilità è già evidente, quando la malattia è ormai riconosciuta, quando la crisi si è fatta visibile.

Più raro è trovare una fraternità che sappia vedere prima, leggere il volto stanco di un confratello, intuire che dietro un ministero esteriormente fedele può crescere un buio che nessuno sta ascoltando. Ed è proprio qui che il tempo liturgico in cui stiamo entrando rende tutto più vero.

 

Diventando preti non si smette di essere uomini

Siamo al Giovedì Santo, il giorno in cui la Chiesa contempla con particolare intensità il dono dell’Eucaristia e del sacerdozio. Quest’anno vorrei che lo guardassimo con maggiore verità.

Il Signore non ha chiamato degli angeli, ma degli uomini. Un prete non smette di essere uomo dopo l’ordinazione. Non smette di avere bisogno di una prossimità vera, di un ascolto che non sia un giudizio, di qualcuno a cui poter dire: “Oggi non ce la faccio”. La grazia non cancella la stanchezza. La abita, la attraversa, la assume.

Se il Giovedì Santo è il giorno della comunione, allora una delle sue prove più vere sta proprio qui: nella capacità di custodire il fratello che ci vive accanto.

Troppo spesso tra noi la fortezza viene confusa con il silenzio. Pensiamo che non dare preoccupazioni sia una virtù, che mostrare l’affanno sia una debolezza che intacca l’autorevolezza. Così la discrezione diventa isolamento e la fedeltà si trasforma in logoramento taciuto.

Invece avere il coraggio di dire “ho bisogno di aiuto” può diventare uno degli atti di umiltà più sacerdotali che esistano.

L’iniziativa del Colorado ricorda proprio questo: accorgersi di un fratello che sta cedendo non è un’intrusione, ma una responsabilità ordinaria. Significa capire che dietro un ministero che sembra reggere può nascondersi un’ombra che avanza.

 

Tra noi sacerdoti impariamo a custodirci

Tutto questo non serve a scavalcare l’autorità del Vescovo, ma a renderla più concretamente possibile, più paterna, più vera.

Un Vescovo è davvero padre quando i suoi preti non sono soltanto collaboratori dispersi, ma fratelli che si custodiscono a vicenda, che si cercano, che si telefonano non solo per un impegno pastorale, ma per domandarsi: “Come sta il tuo cuore?”.

E questo riguarda anche chi ci incontra ogni giorno, chi ci vede in sacrestia, chi ci invita a cena, chi intuisce che per essere padri di molti abbiamo bisogno, ogni tanto, di tornare a essere figli. Non servono formule magiche. Serve la verità di uno sguardo che sappia vedere oltre la superficie.

Imparare ad avere questo sguardo è decisivo.

Trovare persone capaci di educarlo, come è accaduto in Colorado, può diventare una risorsa preziosa anche per noi.

I vescovi dovrebbero cercare e favorire collaborazioni di questo genere, perché uno sguardo capace di leggere davvero la fatica di un sacerdote può restituire alla fraternità sacerdotale il suo calore umano e la sua verità evangelica.

Solo così essa smetterà di essere una parola bella nei documenti e diventerà l’ossigeno che permette ai sacerdoti di continuare a servire con gioia.

Solo così il Giovedì Santo non resterà una celebrazione del ministero, ma diventerà anche una verifica della nostra capacità di custodire chi quel ministero lo porta ogni giorno, spesso in silenzio.

 


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Autore

Don Mario Proietti

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