Galimberti: grande filosofo sull’uomo, banale su Dio
- Ultimissime
- 17 Mar 2026

In una recente intervista Umberto Galimberti parla di sé e dell’uomo contemporaneo. Ma l’analisi è superficiale quando riflette su Dio e la fede.
L’intervista recente al filosofo Umberto Galimberti offre uno spaccato molto umano della sua vita.
Il rapporto con la moglie Tatjana, la malinconia per la sua morte e le riflessioni sul destino dell’uomo contemporaneo.
Ma leggiamo anche un curioso paradosso: la profondità delle sue analisi sull’esistenza contrasta con la sorprendente banalità delle ragioni che egli stesso offre per spiegare l’impossibilità di credere in Dio.
Galimberti: “La mia vita è solo noia”
Galimberti racconta la sua vita con toni spesso intensi.
Nell’intervista ricorda l’incontro con la moglie Tatjana Simonič nel 1967 a Trieste, un matrimonio durato 41 anni e segnato da una forte complicità intellettuale.
La sua morte, avvenuta nel 2008 a causa di un tumore, rappresenta per il filosofo una ferita mai rimarginata. Lo ha ripetuto più volte in questi anni: «Senza di lei non so perché resto al mondo, la mia vita è solo noia».
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Il passato cattolico di Umberto Galimberti
Nell’intervista emergono anche molti elementi legati al suo passato da cristiano.
Da ragazzo entrò infatti in seminario a dodici anni e studiò a Venegono Inferiore, dove fu compagno di classe del futuro card. Gianfranco Ravasi.
Ricorda con riconoscenza diversi sacerdoti e insegnanti che hanno contribuito alla sua formazione, come mons. Arturo Parolini, il rettore del seminario Guidotti e don Molon, docente di greco. «Se ho imparato a parlare in pubblico», confessa Galimberti, «lo devo alle loro omelie mattutine».
Non solo. Nel racconto della sua vita compaiono figure importanti del cattolicesimo italiano.
Galimberti chiese al suo amico David Maria Turoldo, poeta e teologo, di celebrare il suo matrimonio («Io volevo sposarmi in chiesa») dopo aver convinto Tatjana.
Suoi docenti furono il neotomista Gustavo Bontadini e lo psicologo Eugenio Borgna, anche grazie a loro entrò come docente di Filosofia all’Università Cattolica di Milano
Galimberti, quanta banalità su Dio e la fede
Eppure, eccoci al paradosso.
Quando l’intervistatore gli chiede perché non creda più in Dio, la risposta appare sorprendentemente banale e misera rispetto alla ricchezza delle sue analisi esistenziali.
«Non riesco a capacitarmi di come la gente possa credere in Dio», sostiene Galimberti. «Il mondo accade come Dio vuole? No. Allora significa che Dio è morto».
La frase è talmente superficiale che ci auguriamo sia una sintesi mal riuscita dell’intervistatore. Non crediamo sia utile rispondervi.
Il filosofo poi aggiunge: «Chi ha fede pensa di possedere la verità. Ma la fede è fede, non è verità. Perché, se credi, vuol dire che non sai. Io non credo che 2 più 2 faccia 4: lo so che fa 4, quella è verità».
Lo stesso filosofo che sa parlare con finezza della solitudine, della nostalgia, del sacro, dell’amore, del nichilismo dei giovani e del vuoto di senso della società contemporanea finisce per somigliare ad un Richard Dawkins qualsiasi quando parla di Dio.
La fede separata dalla certezza? Falso
L’obiezione di Umberto Galimberti secondo cui «se credi vuol dire che non sai» deriva dall’idea illuminista che esista una sola forma di conoscenza valida, quella scientifica (non a caso tira in ballo la matematica).
Proprio lui, filosofo dichiaratamente nemico della tecno-scienza, inciampa nello scientismo e riduce la verità al solo “sapere scientifico”.
Ma la vita reale smentisce questo riduzionismo ottocentesco.
Le decisioni più importanti della nostra esistenza non si basano su dimostrazioni scientifiche, bensì su quella che la tradizione filosofica chiama certezza morale: una convinzione ragionevole fondata su indizi, testimonianze ed esperienza.
Un esempio lo offre lo stesso Galimberti.
Nell’intervista racconta la sua lunga storia con la moglie Tatjana e ammette una cosa molto significativa: «Chi fosse davvero mia moglie, io ancora non lo so». Questa misteriosità sulla moglie, questa ignoranza sui suoi veri sentimenti non gli ha affatto impedito di costruire su quell’amore quarant’anni di vita.
Galimberti ha preso la decisione più importante della sua vita senza possedere una conoscenza scientifica o totale della persona amata. Si è fidato. Ha creduto nel suo amore sulla base di molti segni concreti sperimentati in prima persona.
In altre parole, ha maturato una certezza morale che Tatjana lo amasse davvero e non stesse fingendo. Non aveva una dimostrazione matematica, ma aveva ragioni sufficienti per fidarsi. Questa è precisamente una forma di fede ragionevole: non un salto nel vuoto, ma un atto della ragione che si fonda su motivi credibili.
In realtà, tutta la vita funziona così. Ogni giorno ci fidiamo continuamente di cose che non abbiamo verificato scientificamente. Ci sediamo su una sedia senza averne testato la resistenza, confidando nell’esperienza e nei segni che abbiamo accumulato nel tempo. Senza questa fiducia ragionevole la vita quotidiana sarebbe impossibile.
La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto che la fede in Dio è un atto dell’intelligenza che aderisce alla verità sulla base di segni concreti, esperienza personale e testimonianze ritenute affidabili. Non è scienza nel senso sperimentale, ma non è neppure irrazionale se basata su motivi ragionevoli.
La fede religiosa, nella prospettiva cristiana, appartiene a questo livello della conoscenza umana: quello delle verità esistenziali e morali. Ed è la stessa forma di certezza che, come dimostra lo stesso Galimberti con la sua storia personale, rende possibili le scelte più importanti della vita umana.


















1 commenti a Galimberti: grande filosofo sull’uomo, banale su Dio
Grazie!! Penso che se questo sito web fosse una testata nazionale il mondo sarebbe migliore.