Le pipe del crack del Comune di Bologna, un approccio immorale
- Giorgia Brambilla
- 30 Ago 2025

La bioeticista Giorgia Brambilla spiega perché l’iniziativa del Comune di Bologna di regalare pipe per il crack è un approccio immorale e inefficace di riduzione del danno.

di
Giorgia Brambilla*
*Docente di Etica sociale presso l’Università LUMSA di Roma
Ricorreva l’anno 2012 quando Emma Bonino avviò la raccolta firme per quella che i Radicali denominavano “Sala salvavita da iniezione”.
Più nota come “Stanze del buco”, ovvero dei luoghi in cui chi fa uso di droghe possa ricevere assistenza sanitaria e siringhe sterili, evitando mettere così a rischio la propria vita e quella altrui, ad esempio contraendo malattie infettive.
È di questi giorni la notizia, invece, secondo cui il Comune di Bologna, guidato dal sindaco Pd Matteo Lepore, distribuirà circa 300 pipe gratuite per il crack ai consumatori della sostanza, al fine di contenere le patologie secondarie al suo utilizzo, come sanguinamenti, tracheiti, infezioni derivate dall’utilizzo di materiali improvvisati e condivisi.
Questa tipologia di approccio alla dipendenza, che non mira al problema, ovvero curare il soggetto dipendente, né esprime un giudizio etico sull’assunzione di sostanze stupefacenti, ha un nome: riduzione del danno.
In questo contributo cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta e perché è un approccio moralmente e socialmente sbagliato, oltre che inefficace.
Le varie strategie di fronte alle dipendenze
La cosiddetta “riduzione del danno” è una della quattro principali teorie, sulle cause e sulle corrispondenti modalità di contrasto della diffusione di sostanze stupefacenti e delle dipendenze in generale, affermatesi in tempi e modi diversi negli indirizzi di politica normativa degli ordinamenti legislativi dei diversi Stati nazionali, insieme a liberalizzazione, coercizione e strategie di contrasto1E. Sgreccia, Manuale di Bioetica.
Questa strategia si propone di limitare gli effetti dannosi delle dipendenze controllando il consumo di sostanze a livello istituzionale.
Questo tipo di azione può essere valutata positivamente quanto alla finalità di contenimento del male; tuttavia può favorire la diffusione dell’idea che perpetuare comportamenti di assunzione di stupefacenti o additivi non sia così grave, se è lo Stato stesso che li consente sotto il suo controllo.
Inoltre non si condivide la giustificazione ideologica di alcuni che ritengono il consumo di droghe scelta di autonomia non sindacabile e della quale lo Stato debba assumersi le conseguenze dannose nei confronti dell’individuo e degli altri consociati.
La riduzione del danno, tra nichilismo e scientismo
Guardando con la lente d’ingrandimento i modelli antropologici di riferimento di questa impostazione, possiamo riconoscere due essenziali radici: il nichilismo e lo scientismo.
In primo luogo, una visione dell’uomo come essere finalizzato all’esaltazione del proprio io irrelato è alla base di una cultura che considera il godimento fine a se stesso come criterio orientativo dell’agire, perfino se dannoso per sé.
L’uso di sostanze stupefacenti, ma vale anche per le “new addiction” (dipendenze tecnologiche, gambling, ecc.) non è altro che la manifestazione degli esiti di questo processo che parte dalla negazione di Dio per arrivare alla distruzione dell’uomo.
In secondo luogo, il biologismo scientista di fine ottocento, in base al quale la vita umana può essere ricondotta ad una serie di elementi componibili e scomponibili mediante reazioni chimiche, come ha permesso di giungere alla manipolazione tecnologica sull’essere umano anche quando questo comporta la decisione sulla sua vita o sulla sua morte (vedi scelte eutanasiche o tecniche di fecondazione artificiale e clonazione), ha portato con sé, come logico corollario, una visione materialista della vita e
un orizzonte di vuoto esistenziale.
L’individuo si trova davanti al vuoto e si trova svuotato dalla sostanza coazione a ripetere il comportamento che lo rende prigioniero.
Privato della dimensione spirituale della sua esistenza, sminuisce anche il disvalore di atti come l’assunzione di sostanze stupefacenti o del gioco d’azzardo perché ritenuti non gravi sotto il profilo materiale, mentre non ne coglie l’immoralità sotto il profilo della mancanza di senso e della decostruzione della sua stessa identità di persona2L. Lodevole, Bioetica e comportamenti a rischio, in G. Brambilla, Riscoprire la Bioetica.
L’ottica della riduzione del danno diffonde, di fatto l’accettazione del consumo di droga come un “male necessario”: forse una delle idee che sul piano etico procura più danni anche su altri temi – si pensi all’approvazione delle leggi ingiuste, come quella sull’aborto, sulla fecondazione artificiale o sull’eutanasia.
«La droga è un male e al male non si addicono cedimenti», affermava Giovanni Paolo II3Discorso ai partecipanti all’VIII Convegno mondiale delle comunità terapeutiche, 7 settembre 1984. Non solo. Uno Stato che, pur potendo, non scardini le reti dei trafficanti di morte, non promuova il bene integrale delle persone, si limiti a controllare il mercato di sostanze dannose ed a limitare i danni, agisce al pari dei criminali.
Un approccio antropologico materialistico, in base al quale il problema delle dipendenze dovrebbe essere attribuito a fattori ambientali e sociali di disagio e pertanto richiederebbe interventi di aiuto di carattere esclusivamente socio-economico, appare del tutto inadeguato.
Allo stesso modo la prospettiva del biologismo scientista, che pretenderebbe di affrontare il problema solo con la somministrazione dei farmaci, assumendo che la malattia della dipendenza corrisponda e si esaurisca in un processo neuronale biochimico alterato, fino a quello che possiamo chiamare un vero e proprio “riduzionismo neurologico”4Benedetto XVI, Caritas in Veritate, non può essere condivisa.
Pipe del crack di Bologna: perché è immorale
Dal punto di vista bioetico appare chiaro che il giudizio morale negativo non esprima una condanna nei confronti delle persone che per futili motivi o per evasione, o induzione da parte di altri, o assoggettamento al giudizio dei pari soprattutto per i minori, o condizionamenti dovuti a situazioni di vita, ecc., accedono a sostanze o a comportamenti che creano dipendenza e si trovano prigionieri di queste.
Bensì, un avvertimento del grave pericolo di danno alla persona che esse corrono.
Invece, deve essere valutata in assoluto come gravemente immorale la condotta di chi, ingannato dall’ideologia dominante, che strumentalizza i mezzi di comunicazione, prende possesso dei luoghi della cultura, se non esplicitamente promuove, implicitamente coopera alla propagazione di comportamenti dannosi per il soggetto in sé e per quelli che fanno parte della sua rete di relazioni primarie (affetti, famiglia, ecc.) e sociali (ambiente di lavoro, contesti di aggregazione, ecc.).
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5 commenti a Le pipe del crack del Comune di Bologna, un approccio immorale
Da bolognese dico che è una vicenda assurda che Giorgia Brambilla riesce a commentare con onestà e lucidità
A Vancouver ci hanno già provato e la città è al collasso mi pare di aver letto tempo fa un articolo qui su uccr
Si ti riferisci a questo articolo mi sa: https://www.uccronline.it/2025/06/10/depenalizzare-la-droga-vancouver-trasformata-in-un-incubo/
mOLTO bella l’idea di UCCR di aprire questi blog tematici con vari professionisti. penso sia un’ottima iniziativa!
Il liberalizzare non è mai stato un rimedio: non lo è stato nell’aborto, non lo è stato nella droga, non lo è stato con il divorzio, non lo è stato con l’eutanasia nei paesi in cui è stata introdotta.