Anche Vito Mancuso si adeguerà alla realtà e abbandonerà il gender

Vito Mancuso
 
 
di Giovanni Marcotullio*
*giornalista, baccelliere in Sacra Teologia e specializzatosi in Teologia e Scienze Patristiche

da La Croce quotidiano, 21/04/15

 

L’oracolo mancusiano è tornato a parlare, il profeta del San Raffaele ha detto: «Un giorno la Chiesa arriverà ad accettare la sostanza di ciò che essa definisce “teoria del gender” e che oggi tanto combatte». E ancora, sul finire del vaticinio: «Oggi alla Chiesa cattolica appare blasfema una famiglia diversa da quella tradizionale: in un tempo non lontano essa capirà che la pluralità degli amori umani è un altro punto di forza della nostra società, in quanto capace di accogliere tutti».

Quando un profeta parla con voce tanto perentoria dobbiamo osservare anzitutto un momento di religioso silenzio: sarebbe inopportuno chiedersi “ma che ne sa questo?” davanti a uno che parla con tanta autorevolezza. Vito Mancuso, però, è un profeta buono, uno che crede nella ragione e che anzi del suo razionalismo (a piacere) ha fatto una professione di fede, e per questa ragione non si contenta di emulare gli antichi vati, suoi predecessori, che ci lasciavano con una manciata di parole buttate «al vento / ne le foglie levi». No, egli ci dice di più: «Nel Seicento avvenne la rivoluzione astronomica alla quale la Chiesa si oppose costringendo l’anziano Galileo ad abiurare in ginocchio la teoria copernicana: poi la Chiesa cambiò idea, adattandosi alla realtà. In seguito la rivoluzione politica portò i popoli a determinare laicamente la propria forma di governo e la Chiesa si oppose condannando in particolare lo Stato unitario italiano: poi la Chiesa cambiò idea, adattandosi alla realtà. In seguito la rivoluzione sociale inaugurò diritti umani come il suffragio universale, la parità uomodonna, l’istruzione obbligatoria statale, la libertà religiosa, contro cui pure insorse l’opposizione ecclesiastica: che poi cambiò idea, adattandosi alla realtà. Contestualmente la rivoluzione biologica darwiniana mostrava che le specie risultano il frutto di una lunga evoluzione e non di una creazione puntuale: la Chiesa, prima acerrima nemica, poi cambiò idea, adattandosi alla realtà».

A leggere questo monotono salmodiare – sembra quasi “il grande Hallel”, salvo che non si ripete la lode della misericordia divina bensì l’azione di un ritardatario e riluttante adattarsi alla realtà – uno avrebbe l’idea che la storia della cristianità sia analoga alla passeggiata di un tizio che porta a spasso il cane, ove il tizio sta per il mondo e il cane per la Chiesa: il quadrupede ha bel credere e fare come se la passeggiata dipendesse da lui e dai suoi bisogni; in realtà è il “bipede implume” (a Mancuso piacerà questa citazione) a stabilirne l’opportunità, la durata, la direzione, il tragitto, e vi è uno strumento apposito – il guinzaglio – per persuadere l’animale ad “adattarsi alla realtà”. Tale benigno strumento compare anche nelle parole compassionevoli di Mancuso, che invita i lettori di Repubblica a non pronunciarsi troppo severamente sulla sciocca e retrograda testardaggine del cane ecclesiale: «La Chiesa è quindi un’abile trasformista? No, è la logica della vita che è così e che trasforma ogni cosa. Nella vita ciò che non muta muore. Se la Chiesa dopo duemila anni è ancora qui, è perché è ampiamente mutata. Perlopiù in meglio, mettendosi in condizione di essere sempre più “ospedale da campo”, come la vuole papa Francesco, cioè china sulle ferite degli esseri umani per curarne amorevolmente le ferite».

A questo punto non posso che levare un accorato plauso a Vito Mancuso, che oltre a dire (nelle ultime due righe) cose tutto sommato condivisibili, per quanto non geniali, sembra finalmente riconciliarsi anche lui con la realtà (sempre nelle ultime due righe): mi ricordo infatti le sue fresche aspettative, ribadite in più interviste all’indomani dell’elezione di Francesco. Sembrava che “finalmente” (la parola che tradizionalmente i veri reazionari alla Tradizione ripetono in certe circostanze) la storia si fosse messa nel giusto solco. Ricordo pure il disorientato disappunto con cui lo stesso Mancuso commentava la Lumen fidei e la Evangelii gaudium di Papa Francesco, dovendone constatare la limpida continuità dottrinale coi predecessori. Oggi finalmente Mancuso ammette che sul gender sono “dure” le «parole delle gerarchie cattoliche, Papa compreso». Meno male, da parte del cultore dell’adattamento alla realtà è un bel segno.

Aggiungo poi che un simile plauso della realtà è tanto più lodevole in uno che non ha mai amato citare Tommaso d’Aquino: lo so, fa poco chic in certi salotti, mentre Teilhard de Chardin si veste meglio (tanto in certi salotti non hanno letto nessuno dei due, e proprio per questo possono dire di essere in disaccordo col primo e di apprezzare il secondo). In realtà la forma canonica della dottrina tradizionale cattolica sulla verità è proprio formulata dal frate di Aquino: «Adaequatio intellectus et rei» – ovvero, la verità si dà nel giudizio dell’uomo quando il suo intelletto si adegua alla realtà. Proprio come ha detto Mancuso. Dà sollievo vedere che anche i profeti del suo rango professano di guardare alla realtà. Ma poiché la persona delle cui dichiarazioni parliamo si professa teologo, nello specifico (e non profeta), e visto che la stessa è professore di teologia (e non di profezia), il suo lettore spererebbe di trovare un maggiore e più puntuale riscontro con la storia della Chiesa e dei suoi dogmi: un discorso storico non banale non dovrebbe neanche accennare al Caso Galilei senza fare riferimento al ruolo di Bellarmino e alle tensioni di scuola tra gesuiti e domenicani e non potrebbe non fare menzione delle clausole dottrinali della Humani generis di Pio XII. Tralasciamo le banalità sulle donne, sul governo democratico, sull’illuminismo in genere (al professore potrà essere utile un ripasso del disprezzato discorso di Ratisbona di Benedetto XVI): non era materia fondamentale del pezzo di Mancuso e non vale la pena rispondere punto per punto in questa sede.

Torniamo alla realtà e alla legge naturale e sociale che chiede di adeguarsi ad essa: la necessità di mutare per sopravvivere l’ha messa nero su bianco perlomeno Vincenzo di Lerino nel 434, è curioso leggere su Repubblica uno che la spaccia per “novità” ecclesiale e teologica: il teologo provenzale ci teneva pure a precisare che certo muore l’organismo che non si evolve per crescere, ma ci sono pure evoluzioni che portano alla morte. Un cancro è uno sviluppo organico anomalo e mortifero per un organismo, ma a differenza del virus non viene dall’esterno, si sviluppa dall’interno: nella fattispecie, la Chiesa condanna duramente (e giustamente) la teoria del gender perché vi ravvisa uno sviluppo canceroso dell’antropologia filosofica. Mancuso sembra tenere a mente l’adagio immortalato da Hannah Arendt per cui nella Chiesa come in politica «si combattono oggi, con i nemici di ieri, gli alleati di domani». Questo è accaduto molte volte e moltissime altre potrà accadere: non è tuttavia una legge inderogabile, e in tal senso Mancuso sembra adeguarsi, più che alla realtà, al pregiudizio positivistico per cui il giudizio di ogni “modernità” è per definizione “aggiornato” e perciò stesso vero – il pregiudizio, in fondo, che fa coincidere la cultura con le mode.

E le mode, che sono la radice etimologica e fenomenica di tutte le modernità, mostrano ben presto di avere poco o nulla a che fare con la realtà a cui millantano di adeguarsi: se così non fosse non si pretenderebbe di imporre a marce forzate un pensiero sconfessato da ogni evidenza scientifica realmente indipendente. Mancuso ama ricorrere, nei suoi testi, a categorie mutuate da discipline quali la biologia e la fisica, riuscendo peraltro a non risultare mai esoterico, ma sempre comprensibile al lettore di buona cultura ma digiuno di studi specialistici (e questo merito è un punto saldo del suo successo editoriale, bisogna prenderne atto). Ecco, restando su questo stesso piano, sorprende l’ingenuità – o ciò che sembra tale – con cui si saluta il fenomeno del transgender: «La rivoluzione bio-tecnologica – scrive Mancuso – consente ad alcuni esseri umani per i quali la sessualità è diversa dal genere di transitare in un genere più confacente alla loro vera identità sessuale». Tutte categorie della teoria di genere, appunto, sciolte da ogni riferimento scientifico esterno e obiettivo: perché non precisare, ad esempio, che nessun intervento può cambiare il sesso genetico, quello iscritto nel bagaglio cromosomico di ogni cellula dell’organismo umano, e che dunque gli interventi ormonali e chirurgici non producono altro che mascolinizzazioni e femminilizzazioni superficiali (o “fenotipiche” che dir si voglia)? Di fatto il “fenomeno detto transgender” aggiunge un termine in più alla “disforia di genere” (dando per buona la terminologia della teoria del gender), piuttosto che armonizzare i due in contrasto.

Con quale candido ottimismo si può guardare a questo spettacolo di persone sofferenti – e sarebbe disonesto negare quella sofferenza – affidandole ai bisturi dei nuovi artigiani dell’umanità? Mancuso evoca la consueta dialettica tra natura e cultura, implicando (giustamente) che la dignità dell’essere umano sta proprio nel non ridursi al puro dato naturale come accade per gli altri animali. Perfetto, e in questo sta appunto ciò che la teologia cattolica chiama “trascendenza” dell’uomo: essa si caratterizza per la libertà e il potere di autodeterminazione, ma mai questo potere è stato concepito come “assoluto”, ossia sciolto da ogni legame, da ogni riferimento, da ogni influenza. Il maschile e il femminile sono presenti in ogni individuo a livello archetipico – sono considerazioni di Jung, mica di un papa – e l’archetipo è cosa immensamente più radicale e profonda di un vago “sentirsi maschi” o “sentirsi femmine”. In realtà la dimensione cancerosa del gender sta nell’ipertrofia di una sessualità superficiale che tende a invadere gli spazi esistenziali della sessualità profonda, archetipica.

Il maschile e il femminile sono le declinazioni fondamentali dell’essere umano, e un teologo dovrebbe sempre ricordare il numero non trascurabile di codici biblici in cui il versetto “maschio e femmina li creò” riporta il pronome singolare invece di quello plurale: “maschio e femmina lo creò” non allude a un presunto mito dell’androgino o, se lo fa, lo fa proprio perché quel mito dice di un’irriducibile differenza chiamata a ricercare nell’altro-da-sé il proprio orizzonte. In tale quadro di riferimento il fenomeno dell’omosessualità non può che essere osservato come “un mistero” – l’ha ben detto una volta Vittorio Messori – e le persone omosessuali non possono che essere accolte «con delicatezza e rispetto» – lo fece scrivere il tanto vituperato Ratzinger nel Catechismo – ma i misteri non si “risolvono” e le persone non si “modificano”.

Il motivo più radicale per cui la Chiesa giudica e condanna severamente la teoria del gender è che ad essa soggiace un determinismo superficiale e vacuo, il cui esito è proprio quello di portare le persone alla stregua degli oggetti. E questo non solo la Chiesa, ma neanche un teologo potrà mai accettarlo. Non senza sbagliarsi gravemente.

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