Gino Paoli, la morte e il dialogo con Dio dopo la perdita del figlio
- Ultimissime
- 24 Mar 2026

E’ morto il cantautore anarchico. Nel 2025 la perdita del figlio, da allora l’irriverente Gino Paoli sembrò cambiato: “Ora, con Dio ci parlo”.
Si è spento poche ore fa Gino Paoli, tra i cantautori più amati e iconici della musica italiana.
Ha da sempre incarnato l’immagine dell’anarchico e del libertino, più volte ha raccontato anche sboccatamente i suoi amori frivoli e nelle interviste amava stupire con aneddoti volgari e linguaggio colorito.
Giusto per dire, il suo brano più famoso, “Il cielo in una stanza” è dedicato a una prostituta, tra le tante frequentate da giovane (assieme a droga e dipendenza da whisky), e quell’armonica che suona rappresentava, meno poeticamente di quanto alcuni pensano, il raggiungimento del piacere sessuale.
Ma sarebbe un errore ridurre Gino Paoli a questo.
Gino Paoli, il percorso di un anarchico
Soprattutto negli ultimi anni si è notato un cambiamento. Il cantautore ribelle, lontano dalla religione e dai dogmi, si è scontrato improvvisamente con una tragedia.
Nel 2025 è morto a sessant’anni il figlio Giovanni e lentamente le parole del cantautore genovese sono cambiate, è comparso il dolore e il confronto con la vita e la morte. Ma anche il tema di Dio.
Per fare solo un esempio, sei anni prima nel 2019, Paoli dichiarava: «C’è chi ha Dio, chi la propria religione: io credo nella natura e sono sereno. So che dentro l’inesorabilità, dove i fiori spariscono, poi esploderà la primavera».
E ancora: «Avete presente il motto degli anarchici? Né dio, né padroni».
Un’affermazione che riassumeva bene il suo distaccato e nichilista rapporto con l’esistenza.
La nostalgia di una Chiesa più presente
Qualche anno più tardi, nel 2024, ha però rilasciato una dichiarazione sorprendente e in controtendenza con il suo passato.
«Sta andando tutto a puttane. Perfino la chiesa è in difficoltà. Perché gli italiani sono decaduti moralmente? Perché hanno sconfessato la Chiesa che dava delle indicazioni di riferimento. Oggi si ha la sensazione generale che la Chiesa non serve più, trovi a messa dieci vecchietti alla mattina. Non c’è più la Chiesa che racconta la vita, come faceva prima, in modo da essere un riferimento».
Dall’indebolimento della Chiesa, Paoli notò che l’uomo abbia iniziato a cercare soluzioni alternative: «Allora ecco che c’è il proliferare dei maghi, dei santoni».
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Gino Paoli e Dio, il dialogo nato nel 2025
Poi il 7 marzo 2025, come già accennato, la morte improvvisa del primogenito Giovanni.
Un evento che ha segnato profondamente Paoli, come si evince in un’intervista dell’estate scorsa, tra le ultime concesse dal cantautore.
Racconta che la perdita di Giovanni è «un dolore che non ho ancora superato. Mi pesa molto parlarne. Un’ingiustizia atroce: deve morire prima il padre del figlio, dovevo morire prima io di Giovanni».
Di questo dice di aver parlato con il sacerdote che ha celebrato il funerale: «Gli ho chiesto: Dio dov’è? Come può permettere che un padre debba seppellire un figlio?».
Paoli riporta anche la risposta ricevuta: «Mi ha risposto che Dio è nel sentimento che provo. Dio esiste anche per suscitare la nostra rabbia, il nostro dolore, la nostra reazione. Credo che sia davvero così. Così, con Dio ci parlo».
Aggiungendo, con la sua tipica franchezza: «Gli chiedo perché si è portato via quasi tutti i miei amici, tante persone care. E lui mi risponde: “Se ci pensi bene, lo capisci”. Dio preferisce circondarsi di persone buone e intelligenti, anziché di figli di puttana. Mi chiedo però cosa ci faccio ancora io qui».
“Avevo tutto ma sentivo il vuoto”
Nella stessa intervista, Paoli rilegge anche il vuoto esistenziale degli anni giovanili, quando nel 1963 al vertice del successo dopo “Sapore di sale”, tentò il suicidio sparandosi al petto.
Perché? Lui risponde: «Avevo tutto, il successo, le donne, e non sentivo più nulla. Volevo vedere cosa c’era dall’altra parte».
Forse ora, Gino Paoli, può rivolgere direttamente al Padre questi quesiti che solo alla fine della sua vita ha iniziato a porsi seriamente.
















2 commenti a Gino Paoli, la morte e il dialogo con Dio dopo la perdita del figlio
Caro Gino Paoli, non è la Chiesa ad essere in difficoltà ma il mondo occidentale che vuole a tutti costi chiudere gli occhi di fronte a quella vita, che è Cristo e che la Chiesa – oggi come ieri, attraversando i tempi e gli spazi e imparando a comunicare in modo sempre nuovo – continua ad annunciare con forza. Tempi come questi semmai aiutano a fare della fede cristiana una scelta davvero sentita, e questo lo vedo soprattutto con tutti i giovani che incontro e che, in controtendenza con altri, scelgono di approfondire la loro fede proprio perché fanno esperienza di Dio non della loro vita. Forse come cristiani europei dovremmo imparare meno a piangerci addosso o (alcuni) a fare i nostalgici, e guardare all’esempio dei nostri fratelli in Africa e in Asia, che pur perseguitati continuano a crescere e celebrano messe in cui la gioia traspare da tutto, dai volti ai canti. Si tratta di testimoniare il Vangelo con la vita, perché questa gioia la società l’ha dimenticata e solo noi possiamo ricordargliela.
*nella loro vita