Jürgen Habermas, con Ratzinger creò alleanza tra fede e ragione
- Ultimissime
- 14 Mar 2026

Muore a 96 anni il filosofo tedesco. Da agnostico, Habermas si impegnò con Ratzinger nel creare un’alleanza tra fede e ragione individuando nel cristianesimo il fondamento dell’etica.
È morto oggi a 96 anni il filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas.
Si è spento a Starnberg, nel sud della Germania. Era considerato uno dei pensatori più influenti del secondo dopoguerra e l’ultimo grande rappresentante della celebre scuola filosofica di Francoforte.
Sebbene Habermas fosse personalmente agnostico (o, meglio, un “ateo metodico” come si definiva), una parte significativa del suo pensiero ha riguardato il rapporto tra religione e ragione nella modernità.
“Non disponiamo di alternative al cristianesimo”
In uno saggio-intervista nel 2004, scrisse ad esempio:
«Per l’autocomprensione normativa della modernità, il cristianesimo non rappresenta solo un precedente o un catalizzatore. L’universalismo egualitario -da cui sono derivate le idee di libertà e convivenza solidale, autonoma condotta di vita ed emancipazione, coscienza morale individuale, diritti dell’uomo e della democrazia- è una diretta eredità dell’etica ebraica della giustizia e dell’etica cristiana dell’amore […]. A tutt’oggi non disponiamo di alternative» se non «chiacchiere post-moderne»1J. Habermas, “Tempo di passaggi”, Feltrinelli 2004, pp. 128, 129.
Senza cristianesimo, ribadì il celebre filosofo citando Benedetto Croce, non c’è né Europa, né civiltà occidentale.
Tuttavia, il suo sistema filosofico risultò irrisolto: la sua fondazione discorsiva dello Stato liberaldemocratico era essenzialmente laica, ma la sua copertura della lacuna etica che quella fondazione lascia era nettamente cristiana.
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Habermas e il celebre dialogo con Ratzinger
Questa prospettiva emerse con particolare chiarezza nel celebre dialogo del 2004 con il card. Joseph Ratzinger presso l’Accademica Cattolica di Monaco, poi pubblicato nel volume “Ragione e fede in dialogo” (Marsilio 2015).
In quell’incontro il filosofo tedesco ammise che la razionalità di per sé difficilmente riesce a produrre norme stabili (già dimostrato Hume nel suo “Trattato della natura umana”), aprendo alla necessità di riconoscere alle religioni ai loro giudizi uno spazio proprio.
Habermas notò anche che il mondo “postmoderno”, malgrado tutti i suoi successi, ha alcune mancanze fondamentali. Una di queste, che avvertiva in modo particolarmente netto, riguardava la questione della giustizia.
Secondo il filosofo, la società postmoderna lasciata a se stessa e alla sola ragione secolare tende a diventare un mostro freddo, o addirittura a «deragliare» verso un inferno di egoismo.
Così notava con nostalgia che i grandi movimenti rivoluzionari per la giustizia, che avevano animato la storia d’Europa, erano stati ispirati nei loro contenuti sostanziali dal cristianesimo, nonostante spesso e volentieri si considerassero anticristiani.
Il cristianesimo, precisò, non determinava soltanto le loro esigenze morali, ma ne forgiava le categorie mentali più profonde. Quando facevano uso di «concetti etici pesanti», come la «responsabilità», l’«emancipazione» o la «storia», erano debitori, che lo sapessero o meno, di un’ispirazione biblica.
Pur criticando il tema religioso a causa della sua incomunicabilità, Habermas fu costretto a rilanciare la proposta di un’alleanza tra fede cristiana e razionalità contemporanea al fine di «mobilitare la ragione moderna contro il disfattismo che le cova dentro» e che si manifesta «sia nella declinazione post moderna della “dialettica dell’illuminismo” sia nello scientismo positivistico».
La critica di Habermas a BXVI e la risposta di Ruini
Jürgen Habermas sollevò comunque critiche al famoso discorso di Ratisbona pronunciato da Benedetto XVI, sottolineando un’impostazione giudicata troppo antimoderna e pretendendo che il dialogo con la religione avvenisse dentro una ragione secolare “post-metafisica”, mentre Ratzinger tendeva a riproporre la tradizionale sintesi tra fede e metafisica greca.
Una forte replica alle critiche di Habermas giunsero allora dal card. Camillo Ruini2“La ragione, le scienze e il futuro della civiltà”, Prolusione all’VIII Forum del “progetto culturale” della Chiesa italiana, 2 marzo 2007 che, pur apprezzando la sincerità del dialogo, individuò alcune debolezze nell’impostazione del filosofo tedesco.
Tra i vari punti toccati da Ruini, sottolineiamo quello secondo cui Habermas non colse pienamente la novità della rivelazione biblica.
Pur vedendo nella religione una risorsa morale per la società, Ruini spiegò che il cristianesimo è molto più radicale: il Dio biblico non è solo il principio razionale dell’universo, ma un Dio personale che entra nella storia e ama l’uomo.
Inoltre, alla richiesta di Habermas di accettare le idee religiose solo se traducibili nel linguaggio della ragione secolare, Ruini sottolineò il ricatto per cui la religione può partecipare al dibattito pubblico solo riducendo la propria dimensione trascendente.
Habermas, alleanza tra fede e ragione
Al di là di questo resta significativo che proprio un filosofo agnostico come Jürgen Habermas abbia percepito il rischio di una ragione moderna priva di fondamenti morali.
Pur restando dentro una prospettiva secolare e in dialogo critico con Joseph Ratzinger, Habermas riconobbe che nell’eredità biblica il fondamento dell’etica occidentale.
Il suo tentativo di costruire un’alleanza tra razionalità contemporanea e tradizione cristiana rimane così uno dei più onesti sforzi filosofici recenti per evitare che la modernità perda del tutto le proprie radici morali.


















1 commenti a Jürgen Habermas, con Ratzinger creò alleanza tra fede e ragione
Il dialogo tra Jürgen Habermas e Benedict XVI resta uno dei momenti più alti del confronto tra fede e modernità. Habermas ha avuto il grande merito di riconoscere che la ragione secolare, se si separa completamente dalle sue radici bibliche, rischia di perdere le basi morali che hanno sostenuto la civiltà occidentale. In questo senso la sua apertura alla religione come “risorsa semantica” è un passo importante.
Tuttavia il punto sollevato dal cardinale Camillo Ruini coglie una questione decisiva. Il cristianesimo non è semplicemente un serbatoio simbolico di valori traducibili in linguaggio secolare. La sua originalità consiste nel fatto che il Logos non è solo principio razionale dell’universo, ma è un Dio personale che entra nella storia.
Nel discorso di Ratisbona, Benedetto XVI non proponeva un ritorno antimoderno alla metafisica greca, ma ricordava che la fede cristiana nasce proprio dall’incontro tra il Dio biblico e la ragione greca, cioè da una convinzione radicale: la ragione e il reale sono intelligibili perché il fondamento dell’essere è Logos.
Se il dialogo pubblico richiede che la religione traduca i propri contenuti nel linguaggio comune della ragione, è anche vero che la ragione stessa non può amputarsi della dimensione metafisica senza perdere la capacità di interrogarsi sul vero, sul bene e sul senso ultimo. Il rischio, altrimenti, è che la ragione “post-metafisica” diventi una ragione puramente procedurale, capace di regolare il discorso pubblico ma non di fondarlo.
Forse la lezione più profonda del confronto tra Habermas e Ratzinger è proprio questa: la modernità ha bisogno di un dialogo autentico tra fede e ragione, ma questo dialogo non può avvenire chiedendo alla fede di ridursi a morale civile, né alla ragione di rinunciare alla domanda sulla verità dell’essere.
Se la “traduzione” di Habermas è un processo a senso unico (la fede deve farsi laica), il rischio è l’assimilazione, quella di Hegel e delle fraternità massoniche, non il dialogo.
La “ragione allargata”, termine caro a Benedetto XVI. Non è un ritorno al passato, ma un’espansione del presente: la ragione non deve limitarsi a ciò che è verificabile in laboratorio (scienza) o utile (tecnica), ma deve riappropriarsi del giusto e del vero (pena il ritorno a Kant).
La modernità, nel tentativo di essere “neutrale”, rischia di diventare vuota.