«Avevo fede, perché a me?». Una risposta al dramma di Achille Polonara

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Il cestista Achille Polonara credeva in Dio, aveva fede, pregava: perché non è stato risparmiato dalla malattia? Ecco cosa vorremmo dirgli


 

Negli ultimi mesi il cestista italiano Achille Polonara ha raccontato pubblicamente la lunga battaglia.

Un tumore e una leucemia lo hanno infatti portato al coma e al trapianto di midollo. Un percorso durissimo che oggi lo vede lentamente in ripresa.

In un’intervista rilasciata a “Il Foglio”, l’atleta ha parlato tra le altre cose anche della fede, confessando una ferita profonda nel suo rapporto con Dio.

 

Polonara: “Pregavo sempre, perché proprio a me?”

Polonara ha spiegato che in passato la fede era parte integrante della sua vita quotidiana: «Non c’era giorno in cui non pregavo prima di andare a dormire», e si considerava una persona profondamente credente.

Oggi però il suo rapporto con Dio è cambiato: «Mi chiedo perché certe cose succedano a chi è sempre stato credente e non ha mai fatto tanti danni nella vita e non a un criminale», ha confessato. Precisando: «Sono arrabbiato, più che altro».

Nonostante questo smarrimento, Polonara non esclude che la fede possa tornare: «Magari prima o poi la rabbia diminuirà».

 

Un’obiezione umana, drammatica

C’è poco da dire di fronte a questa obiezione. E forse basterebbe un abbraccio.

Ma la domanda sul perché della sofferenza accompagna la storia dell’umanità e attraversa anche la tradizione cristiana.

Molti credenti, di fronte alla malattia o alla perdita, sperimentano la stessa ribellione interiore. Non è necessariamente il segno della fine della fede: spesso è, piuttosto, la sua ferita.

La domanda di Polonara – “perché proprio a me?” – non solo non è sbagliata, ma è una domanda umana, drammatica. Anzi, inevitabile.

 

Il senso della sofferenza e della malattia

Pensiamo però che la questione decisiva è allontanare dalla mente che la malattia e la sofferenza possano essere punizioni divine. Esistono cause naturali piuttosto studiate, come le mutazioni cellulari, i fattori genetici o ambientali, che la medicina studia e cerca di contrastare.

Il cristianesimo non ha mai insegnato che la malattia è una punizione personale.

Già nel Vangelo, di fronte a un uomo cieco dalla nascita, i discepoli chiedono a Gesù: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?». E la risposta è sorprendente: «Né lui ha peccato né i suoi genitori. Ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui» (Gv 9,1-3).

Questa risposta di Gesù contiene tutto ciò che un caro amico potrebbe rispondere ad Achille Polonara.

Quali potrebbero essere “le opere di Dio” che in un malato si possono manifestare? Ad esempio, la capacità di vivere la sofferenza in maniera tale da essere testimone di speranza per tanti altri ammalati. Che poi è quello che Polonara stesso è riuscito a diventare, grazie anche alla sua notorietà.

Dio, a volte, concede il male e la sofferenza per ragioni più grandi, a noi sconosciute. Neanche a suo Figlio ha risparmiato la sofferenza della croce, ma è grazie alla croce che parliamo di resurrezione. Cioè di una morte che non è l’ultima parola sulla nostra vita.

Il tema non è tanto voler capire subito il motivo del dolore, ma scoprire se la realtà è abitata da un significato più grande. Se dentro la sofferenza, Dio resta presente. Compagno.

 

A cosa serve la fede, allora?

Polonara ha scoperto che la fede che aveva non gli ha risparmiato il dramma della vita, non gli ha evitato la malattia, la paura o la rabbia (altro che effetto placebo!).

Piuttosto, con la giusta consapevolezza, la fede può diventare una risorsa che impedisce al dolore di diventare insensato, assurdo, disperato. Quindi, insostenibile.

Autore

La Redazione

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