Il pagano Apuleio attinse dal Vangelo, ma senza citarlo
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- 18 Nov 2025

L’analisi dei testi di Apuleio svela la dipendenza del Vangelo, anche se non ne approfondì i contenuti. La tesi del prof. Giorgio Maselli in esclusiva su UCCR.
di Giorgio Maselli*
*già docente di Letteratura latina all’Università di Bari
Nell’articolo precedente ho esaminato termini o accezioni che Apuleio ha assunto da testi cristiani, malgrado egli non nomini mai i seguaci di Cristo.
Ora si esamineranno passi dello stesso autore che per il loro contenuto richiamano fortemente ipotesti cristiani.
Nei “Florida”, il riflesso evangelico
Nei Florida (9,33) leggiamo la frase: “La filosofia mi ha insegnato ad amare non soltanto i benefici, ma anche le malvagità”1“non tantum beneficium amare, sed etiam maleficium”.
Poiché in nessun precetto filosofico antico si legge un tale paradosso, ma tutt’al più il sapiens (stoico) deve ignorare ogni contrarietà esterna e rimanere impassibile verso ogni avversità contingente, alcuni studiosi hanno pensato di “correggere” variamente il testo tramandato.
A mio avviso la locuzione va mantenuta, giacché anche qui Apuleio ha attinto da testi cristiani: l’invito ad amare i nemici (si legge, p.es. in Matteo 5,44 e Luca 6,27). Tuttavia il gusto per la simmetria espressiva, sempre presente in Apuleio, ha prevalso sul contenuto.
Infatti, i precetti evangelici esortano i Cristiani ad amare anche chi fa loro del male, ma non, ovviamente, il male stesso, mentre il sapiens delineato dice di amare beneficium e maleficium2in Flor. 9,30 sgg.. A questa prima contrapposizione ne seguono altre tre (di diversa natura).
Possiamo perciò dire che l’autore non ha approfondito i passi scritturali – miranti a un capovolgimento operativo dei destinatari del messaggio verso il prossimo -, ma ha inteso i passi suddetti come un atteggiamento individuale di accoglienza, anzi di amore, del bene e del male ricevuti, sia per poter esibire la prima di quattro contrapposizioni, sia per configurare una diversità antitetica del locutore rispetto alla maggioranza della gente.
In “Metamorfosi” deride il Dio cristiano
A un altro accostamento, questa volta fra vicende evangeliche e contenuti narrativi in Apuleio, inducono alcuni particolari di un lungo racconto inserito nelle “Metamorfosi“.
In esso, la giovane Carite, sperando di fuggire ai suoi rapitori in groppa di un asino (che poi è il protagonista Lucio in corpo asinino), promette di dedicargli, a salvataggio avvenuto, un quadretto votivo con l’iscrizione: “Una vergine regale che fugge a dorso di un asino”.
Poi, fra altre spiegazioni aggiunge che se “Giove muggì in un bue, nel mio asino si può nascondere il volto di un uomo o la sembianza di qualche dio”3Met. 6,29,2-5.
Nel racconto vi sono chiare somiglianze con indicazioni del Protovangelo di Giacomo, dove si parla della ascendenza regale di Maria (tribù di David, § 10,1) e del suo trasporto su di un asino (§ 17,2-3).
Va detto che da nessuna indicazione precedente su Carite sappiamo che fosse di stirpe regale, ma tale appellativo concorda con le indicazioni su Maria.
Un secondo elemento, più rilevante e anch’esso non giustificabile con avvenimenti precedenti, è l’allusione a un dio con l’apparenza di asino. Sappiamo infatti sia da fonti letterarie, cioè Tertulliano4Apol. 16,12 e Minucio Felice5Oct. 9,3 e 28,7, sia dal cosiddetto graffito romano di Alexamenos, – dove si vede l’immagine di un crocifisso con testa d’asino e la scritta in greco “Alexamenos adora il suo dio” -, che i pagani attribuivano per burla ai Cristiani questo ridicolo culto.
In sostanza la strana considerazione di Carite, che in un asino possa nascondersi non solo una forma umana – circostanza che i lettori già sanno per la metamorfosi asinina di Lucio – ma anche l’immagine di un dio, riflette l’accusa, derisoria e frequente, che i pagani del II-III sec. rivolgevano ai Cristiani.
Apuleio e l’inno paolino
Agli esempi precedenti di particolari termini o situazioni o di una diceria concernente i Cristiani, si può aggiungere la probabile derivazione cristiana di una parte della laus paupertatis6in Apol. 18,2-6.
Qui Apuleio, prendendo spunto dal fatto che il suo accusatore gli avrebbe rinfacciato – peraltro in maniera contraddittoria – di essere venuto nella città di Oea con un solo servo, e di avere poi affrancato ben tre servi in un solo giorno, espone un lungo elogio della paupertas, che si estende per vari capitoli.
Nella parte iniziale di tale elogio, la paupertas viene personificata e connotata prima con (otto) qualità positive, quindi con altre (cinque) precedute da negazione, poi da (cinque) asserzioni totalizzanti (con omnis) e con la precisazione che la povertà ha fondato l’impero di Roma e lo sostiene con umili sacrifici.
Tale andamento dell’elogio ricorda e ricalca l’“inno” paolino all’¢g¦ph (agàpe = carità, amore), della Prima lettera ai Corinzi (13,1-3).
Anche questa virtù, personificata, prima è soggetto di (due) verbi che la connotano positivamente, poi di altri (otto) preceduti da negazione che ne precisano i meriti, poi di (quattro) affermazioni generalizzanti (con p£nta = “tutto”), ed un’ultima asserzione che configura l’eternità della carità, al di là delle altre virtù.
Se l’apprezzamento della “povertà” si ritrova in diverse doctrinae filosofiche, la sua personificazione ed esaltazione, tra l’altro, come “fondatrice di tutte le civiltà” e “inventrice di tutte le arti” non trova rispondenze nella letteratura filosofica precedente, ma risente a mio avviso della struttura dell’‘inno’ alla carità e del suo ruolo, primario ed eterno, assegnatole da Paolo nella Prima lettera ai Corinzi.
Va inoltre aggiunto che Apuleio, alla fine dell’Apologia, fa una sintesi delle accuse confutate, ma in questa non compare alcun accenno all’accusa di paupertas, alla quale egli, trasformandola in virtù, ha dedicato ben sei capitoli: con ogni probabilità nel discorso realmente pronunciato (actio) tale parte era assente e l’autore l’ha aggiunta nella redazione scritta (oratio) e destinata alla pubblicazione.
Apuleio conosceva il Vangelo
La presenza nelle opere di Apuleio di queste variegate estrazioni da testi cristiani induce ad alcune considerazioni.
Innanzitutto la mancanza di ogni riferimento diretto alla “nuova” religione da parte di un intellettuale, filosofo, naturalista, mago e curioso di culti misterici e non, alla luce dell’indicazione di Tertulliano (Test.An. 1,3-4), fa intravvedere un’aristocratica disistima di Apuleio verso i Cristiani.
Tuttavia, la presenza di termini, accezioni e situazioni di origine neotestamentaria nelle sue opere, rivela che lo scrittore conosceva certamente alcuni scritti di ambito cristiano e ne attingeva spunti, come da tante altre opere di altra provenienza.
Però l’essenza del messaggio cristiano sembra sfuggirgli, allorché Apuleio dichiara di “amare” sia i benefici che i malefici, senza separare, per gusto stilistico e per incomprensione, la benevolenza verso gli autori del male da quella verso il male stesso.
Similmente il riferimento al volto divino in un asino dimostra l’accoglienza di una diceria, diffusa e assurda, sul culto cristiano.
Infine, l’inno paolino alla carità, ha fornito ad Apuleio il modello, ma solo espressivo, per personificare una condizione virtuosa, la povertà, apprezzata, certo, nella filosofia stoica, ma che egli, per quel che conosciamo della sua biografia, non ha mai praticato.
Si può aggiungere che la duttilità lirico-letteraria dell’“inno alla carità” di S. Paolo ha determinato una sua riscrittura da parte dello scrittore inglese G. Orwell, che all’inizio del romanzo Volerà l’aspidistra (Keep the Aspidistra Flying, del 1936) capovolge il valore di Apuleio e personifica non la “povertà”, ma il “denaro” (money).
Bibliografia e riferimenti testuali sono reperibili in:
G. Maselli, “Riflessi cristiani in Apuleio: un possibile antecedente della laus paupertatis (Apol. 18,2-6)”7in “Invigilata lucernis” 31, 2009, pp. 119-129
G. Maselli, “Riflessi cristiani in Apuleio (II): daemonium (Apol. 63,6) et alia (Flor. 9,32 e 33)”8in “Invigilata Lucernis” 33, 2011, pp. 181-186








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