I sacerdoti più giovani sono più “ortodossi”, anche in Francia

sacerdoti giovani

Il futuro volto della Chiesa. In Francia e negli USA risultati simili: i sacerdoti più giovani sono più in linea con la tradizione e meno votati a riforme radicali.


 

Anche in Francia uno studio interessante sul pensiero dei sacerdoti.

E’ stato condotto da IFOP per conto dell’Observatoire français du catholicisme, in collaborazione con RCF‑Radio Notre‑Dame e Famille Chrétienne, e offre uno sguardo approfondito sulla vita e le opinioni dei sacerdoti francese

Il sondaggio, intitolato “Le sacerdoce aujourd’hui”, è stato inviato a 5.000 preti nel mese di ottobre 2025, e ha raccolto 766 risposte, pari a circa il 15% del campione (non particolarmente rappresentativo, purtroppo).

Gli intervistati avevano un’età compresa tra i 35 e i 64 anni e un’esperienza sacerdotale variabile dai 6 ai 26 anni.

 

La sorpresa sui sacerdoti più giovani

Su diversi temi è emerso un dato chiaro: la frattura tra le generazioni è profonda e attraversa tutti i temi centrali della vita ecclesiale.

Oltre a domande più sociologiche, gli intervistatori hanno chiesto infatti la posizione sulle controversie liturgiche che animano la Chiesa, in particolare sulla Messa in rito tridentino.

E’ interessante che il 60% dei sacerdoti di età compresa tra 25 e 34 anni consideri la pace liturgica una priorità, mentre solo il 31% dei sacerdoti di età superiore ai 75 anni desidera lo stesso.

Il divario è ancora più ampio quando si tratta di adesione alla morale tradizionale della Chiesa.

Un sorprendente 45% dei sacerdoti over 75 desidera che la morale sessuale e familiare “evolva”, mentre tra i sacerdoti di età compresa tra 35 e 49 anni la percentuale scende al 10% e tra quelli sotto i 35 anni ad appena il 7%.

Una situazione simile esiste per quanto riguarda il celibato sacerdotale e l’ordinazione femminile. Tra gli over 65, quasi il 30% è favorevole alla fine del celibato, ma solo il 4% tra gli under 50.

 

Felici ma più bisognosi del vescovo

Per quanto riguarda il rapporto con la gerarchia, un sacerdote su cinque non si sente sostenuto dal proprio vescovo e la metà confessa di essere ansioso per il proprio futuro o per i possibili incarichi che potrebbe ricevere.

A questo proposito, quasi il 60% vorrebbe migliorare il rapporto con il vescovo e, in particolare, che il proprio vescovo fosse più solidale.

Alla domanda su cosa significhi oggi essere sacerdote, il 75% ha risposto che desidera semplicemente “svolgere il proprio ministero” secondo la visione tradizionale di celebrare, insegnare e guidare. Il 65% considera prioritaria la presenza dei sacerdoti nell’educazione cattolica, mentre il 55% chiede iniziative concrete per favorire nuove vocazioni.

I media francesi si sono prettamente concentrati sul risultato chiave del sondaggio per cui una larghissima maggioranza di sacerdoti si dichiara “felice” in quanto «testimoni privilegiati delle meraviglie che Dio opera nei cuori» (53%) e «sentire di essere al proprio posto, di lavorare al servizio delle opere del Signore» (45%).

Alcune delle priorità maggiori dei sacerdoti francesi sono quelle di circondarsi di laici affidabili e indipendenti che li sostengano (77%) e avvicinare sempre di più i propri parrocchiani a Cristo (62%).

 

Risultati simili negli USA

Tornando alle domande che più sottolineano un divario generazionale, ricordiamo che poche settimane fa rendevamo noto un ampio sondaggio in parte simile realizzato sui preti statunitensi circa le opinioni teologiche.

Anche in esso emergeva, in maniera anche più netta, un evidente contrasto tra le generazioni dei sacerdoti.

Oltre il 70% dei sacerdoti ordinati prima del 1975 si descriveva infatti come teologicamente progressista, mentre lo faceva solo l’8% tra quelli ordinati dal 2010 in avanti.

Al contrario, la stragrande maggioranza dei giovani sacerdoti si descriveva come “ortodosso” o “molto ortodosso”.

 

Pur mantenendo le doverose distanze dall’ingenuità progressista del pensare che i giovani abbiano sempre ragione a prescindere (è quasi sempre vero il contrario), riteniamo questi due sondaggi un’eccezione alla regola.

In due parti del mondo diverse e in maniera indipendente, emerge un disegno coerente del futuro volto della Chiesa.

Autore

La Redazione

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7 commenti a I sacerdoti più giovani sono più “ortodossi”, anche in Francia

  • Francesco ha detto:

    Capiamo bene che vuol dire “ambire alla pace liturgica” però. Perché sappiamo benissimo che per i tradizionisti arrabbiati questa pace equivale nella supremazia del rito tridentino e nella negazione del CVII (e tanta basta per renderli sostanzialmente fuori dalla comunione della Chiesa, per quanto mi riguarda).

    Se “pace liturgica” equivale ad accettare che il rito ordinario e normale della Chiesa è quello attuale, però chi lo desidera può celebrare anche secondo il vecchio rito senza che si creino fazioni o cose del genere, allora è davvero pace ed è la cosa più sana che possa capitare (ma di fatto è già così per norma, sono loro che continuano a considerarsi vittime del Concilio). Se invece vogliamo portare avanti il mito dei “tridentini beati e felici” mi dispiace, ma questa non si chiama pace, si chiama negazione della realtà.

    Quanto all’ortodossia teologica, menomale!

    • Katy ha risposto a Francesco:

      Credo si tratti proprio dell’ipotesi di quanto dici, pace liturgica vuol dire accettare che il rito tridentino sia straordinario e il novus ordo quello ordinario. Senza più discussioni, né da una parte né dall’altra.

      • Francesco ha risposto a Katy:

        Speriamo… purche il vetus ordo non venga usato come arma di divisione, penso sia la soluzione migliore.

    • Sebastiano ha risposto a Francesco:

      “chi lo desidera può celebrare anche secondo il vecchio rito”
      Mi pare che, soprattutto dopo Traditionis Custodes, questa strada sia piuttosto in salita (per non dire palesemente osteggiata). E forse la questione è più profonda, se si medita sulla raffigurazione – ormai consueta – di “tradizionalisti arrabbiati”: immagine plastica che dice molto di certo atteggiamento verso queste persone. Perché mai dovrebbero essere per forza “arrabbbiati”? non possono essere semplicemente fedeli che reputano il rito tridentino (che non conosco neppure e non ho mai visto) più adatto per adorare Dio? O devono essere per forza cospiratori?
      Quanto all’essere a favore o contro il CVII, è da decenni che sento parlare di “spirito del concilio” (fra l’altro uno dei pochi a non essere “dogmatico”) ma ancora oggi, dopo vagonate di documenti, ci sono dispute su quale sia stato veramente. Io, a dire il vero, ho idea di averci capito ben poco. E credo di essere in numerosissima compagnia.

      • Otto ha risposto a Sebastiano:

        Perché mai dovrebbero essere per forza “arrabbbiati

        Perché è l’esperienza comune, almeno è l’immagine che offrono di se stessi sui social anche perché nella realtà non ne conosco nemmeno uno o una.

  • Francesco ha detto:

    Dopo Traditionis Custodes semplicemente chiedi al vescovo e se il vescovo lo ritiene opportuno, puoi celebrare. E non vedo cosa ci sia di male. Il pastore di ogni comunità è il vescovo, sta a lui la decisione anche su queste cose.

    L’immagine dei tradizionalisti arrabbiati non riguarda certamente tutti ma, purtroppo, in certi casi corrisponde a realtà. Dopo anni di bussole quotidiane, radio “signorie vostre” e siti dallo squisito nome latineggiante pronti a infangare chiunque nel nome di questa benedetta Tradizione (di cui non comprendono il significato, perché la Sacra Tradizione è ben altro dal semplice “celebriamo con il rito tridentino”) il problema c’è e con il dialogo e la ragionevolezza va risolto. Ho anche ribadito che la pace liturgica intesa come accettazione dall’ordinario e della forma straordinaria sarebbe la cosa più utile… purché appunto la forma straordinaria non diventi uno strumento di divisione.

  • Sebastiano ha detto:

    Ah, ecco. Dunque non è “chi lo desidera”, ma chi è visto di buon occhio dal vescovo. Ovvero: la forma liturgica dipende da lui. Cosa un po’ strana.
    Quanto a “infangare”, gli epiteti di “indietristi”, “ammuffiti”, “amanti di pizzi e merletti”, “latinisti” e via discorrendo se li hanno beccati gli altri. E non mi pare bella cosa. Sarebbe bello sì, che ogni comunità potesse celebrare con il rito che ritiene più opportuno per glorificare l’Onnipotente, ma mi pare che non sia questa l’intenzione, quanto piuttosto di silenziare l’altro (il che vale per entrambe le parti) invece di capirne le ragioni.
    Il tutto mentre si vedono scempiaggini di ogni genere e tipo durante le messe, in base alla supposta “creatività” del celebrante (ma questo non sarebbe motivo di divisione, e neppure di correzione, pur visti gli eccessi spaventosi).
    Ripeto: non ho mai partecipato a una messa con rito tridentino, ma ho il dubbio che ci sia un motivo se le loro messe sembrano affollate e partecipate e le nostre sempre più deserte e annoiate.