Danimarca, i test di competenza genitoriale: echi di eugenetica
- Giorgia Brambilla
- 20 Set 2025

L’eugenetica, un tempo promossa dai grandi scienziati, sopravvive oggi nelle legislature di alcuni Paesi. Il test di competenza genitoriale in Danimarca è un esempio emblematico.

di
Giorgia Brambilla*
*Docente di Etica sociale presso l’Università LUMSA di Roma
In Danimarca a una donna è stata tolta la figlia perché non ha superato il test di “competenza genitoriale”, noto come FKU (a cui per legge non avrebbe dovuto nemmeno essere sottoposta).
A novembre dell’anno scorso, aveva suscitato scalpore il caso di un’altra donna, Keira Alexandra Kronvold, separata dapprima dai suoi due figli e poi, successivamente anche dalla terza.
Nel suo fascicolo venne detto che il suo retroterra culturale groenlandese le avrebbe reso difficile educare la terza figlia alle “aspettative sociali e ai codici che sono necessari nella società danese”.
Quando era in voga l’eugenetica
Questa messa a giudizio dei genitori, da parte di una qualsivoglia autorità preposta, ricorda tanto certe legislazioni eugenetiche del passato, in particolare quelle attuate in Paesi spesso eretti a modello di liberalità.
Negli Stati Uniti, ad esempio, nel corso della prima decade del XX secolo, presero piede una serie di riforme di ordine pubblico con il beneplacito degli scienziati.
In molti Stati, si prese come modello la “Wisconsin Idea”, avanzata dal governatore Robert La Follette che, con il sussidio di esperti universitari, aveva programmato tutta una serie di interventi riguardanti le tasse, l’agricoltura e anche la salute pubblica. Per approfondire il progetto, furono ingaggiati degli eugenisti da istituti di igiene mentale, prevalentemente psicologi o biologi.
In particolare, la fonte di riferimento era il “Charles Davenport’s Eugenics Record Office”, con le sue molteplici pubblicazioni e indagini effettuate sul campo. Insieme, questi esperti, costituirono prima delle commissioni, poi una vera e propria lobby impegnata a promulgare leggi eugenetiche, soprattutto laddove vi fossero amministrazioni riformiste e, di solito, in assenza di un’opposizione che potesse tener loro testa1R.J.Vecoli, Sterilization: a progressive measure?, in “Wisconsin Magazine of History”, 43/1960.
“Tre generazioni di imbecilli”
Il caso forse più emblematico è forse quello di Carrie Buck.
Alla madre era stato riconosciuto un ritardo mentale e, poiché lei aspettava a sua volta una bambina, fu sottoposta al test di Binet sul quoziente intellettivo, da cui emerse che la sua “età mentale” si era fermata a nove anni, così da convincere la Corte che andasse sterilizzata.
Si dichiarò che la sterilizzazione eugenetica rientrava nei compiti dello Stato e che non si configurava affatto come pratica punitiva o crudele. L’opinione della Corte fu scritta dal giudice Oliver Wendell Holmes, che, entusiasta del ruolo sociale dell’eugenetica, s’industriò addirittura per trovare un collegamento tra questa e l’amore per la patria. Fu proprio Holmes a pronunciare la frase ormai celebre sul caso Buck: “Tre generazioni di imbecilli sono sufficienti”2P.A.Lombardo, Three Generations, No Imbeciles: Eugenics, The Supreme Court, and Buck v. Bell, Johns Hopkins University 2008.
Il programma eugenetico, ideato da Margaret Sanger e pubblicato per la prima volta nel 1932 sulle pagine della “Birth Control Review”3M. Sanger, “A plan for peace”, in “Birth Control Review”, 4/1932 offre un valido esempio per comprendere che una mentalità che svilisce l’identità e la dignità della persona, mescolando visioni malthusiane, collettiviste ed eugenetiche possa essere “svecchiata” e adattata ai giorni nostri.
In un passaggio, si legge, infatti, la necessità di «mantenere chiuse le porte dell’immigrazione a certi estranei le cui condizioni sono degeneranti per la resistenza della razza, come malati di mente, idioti, ‘morons’ (imbecilli)» e di «dare la possibilità a certi gruppi disgenici della nostra popolazione di scegliere tra la segregazione e la sterilizzazione».
Il moderno test di competenza genitoriale
È chiaro che, se in passato la strategia eugenetica aveva lo scopo di impedire la “propagazione” di mali sociali evitando la riproduzione dei “non adatti”, dopo l’abrogazione nel 1976 dell’ultima legge sulla sterilizzazione in Svezia, tale immunizzazione della società avviene oggi in modo apparentemente asettico, tramite test che “misurano” la competenza genitoriale puntando al fatidico “miglior interesse” del minore.
Ma è davvero possibile misurare la capacità di un genitore di prendersi cura di suo figlio? In base a criteri stabiliti come, da chi e in virtù di quale impostazione? Come si può garantire l’assoluta neutralità ed assenza di pregiudizi di chi somministra il test?
Qualsiasi “misuratore”, infatti, si pensi ad esempio a quello che si usa in ambito clinico per valutare la qualità della vita, ha dei limiti strutturali. Finché si valutano parametri oggettivi, come le condizioni economiche, ad esempio, può essere utile. Ma la genitorialità è fatta di complesse componenti soggettive, che nessun test e nessuna IA può giudicare validamente.
Questo ci porta a scorgere tra le righe di queste procedure, allora, una mentalità ben diversa; una “biopolitica”, intesa come politicizzazione della vita, che si fa carico del controllo di ambiti come la procreazione e la genitorialità, in modo tale che l’essere e il benessere dei cittadini vengano posti nelle mani del potere politico, che si concepisce loro “sovrano”.
La vita diviene così un campo di controllo e di intervento del potere, aprendo la strada e scenari oserei dire distopici.
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5 commenti a Danimarca, i test di competenza genitoriale: echi di eugenetica
Casomai fosse utile per eventuali approfondimenti del tema, segnalo che nel 2024 è stato pubblicato in italiano un romanzo distopico islandese (sempre cioè di area scandinava), “Il marchio”, della scrittrice Frida Isberg, che descrive una realtà distopica cui, seppur diversa, l’articolo fa inquietantemente pensare (per maggiori dettagli: https://lanavediteseo.eu/portfolio/il-marchio/).
L’analisi della biopolitica di Giorgia è come sempre eccellente e tocca il cuore del problema: non ci troviamo più di fronte a uno Stato neutrale, ma a uno che abbraccia e istituzionalizza attivamente la logica dell’anti-vita. Ciò che un tempo appariva come tolleranza del male è diventato l’imposizione del male stesso.
Lo Stato moderno nacque nel XVII secolo dalla disperazione dell’uomo “nudo” nello stato di natura (Hobbes, Bodin): abbastanza disperato da affidare la pace non a un Defensor pacis, ma a un Creator pacis, un creatore di diritti, il Leviatano. La presunta neutralità dello Stato liberal-democratico, lo stato di diritto, costituzionale attuale ha in realtà profondamente ereditato questa logica hobbesiana: legge, procedura e legalità erano concepite come indifferenti al contenuto morale. Ma la neutralità tra giustizia e ingiustizia è essa stessa il seme della tirannia, poiché consente a qualsiasi maggioranza di chiamare la propria volontà “legge”.
Oggi anche quella fase è obsoleta. Lo Stato non finge più neutralità; proclama e impone principi contro la natura stessa. Diritti un tempo inimmaginabili – aborto, procreazione artificiale, eugenetica, “matrimonio per tutti”, transumanesimo, gender – diventano dogmi inderogabili di una fede laica. Il positivismo, spesso scambiato per neutralità, si rivela contro natura e in ultima analisi antireligioso. Come osservava Ratzinger, quando la ragione si stacca dalla rivelazione, non solo cessa di riconoscere un discorso sulla giustizia all’interno della natura, ma inizia a rimodellare la natura stessa.
Del Noce ammoniva che la religione cristiana contiene già la sua metafisica e che la ragione, se si stacca da essa, cade nel positivismo, nella forma più radicale di ateismo. Gli “scenari distopici” di Brambilla non sono una possibilità remota, ma il risultato logico e irreversibile di questa traiettoria: dalla neutralità all’istituzionalizzazione sistematica del male.
Del resto, non si tratta forse dello stesso paese che si vanta di aver azzerato le nascite di bambini affetti dalla sindrome di Down?
Ci sono paesi in cui, si dice, “la vita umana non ha valore”, intendendo in genere parti dell’America Latina vessate dalla criminalità.
Un paese che lo sancisce per legge è molto peggio (vedi anche il Canada)
Proprio così Giorgio. Ho letto l’inchiesta giornalistica di E.P. Calabro, in The Atlantic (settembre, 2025), dove ha partecipato a un intero “training” ufficiali di medici eutanasici canadesi. E’ davvero agghiacciante. L’ho fatto presente con una lettera testimonianza anche a un Manager di una Azienda sanitaria che ha di recente sdoganato l’eutanasia, ma non mi aspetto risultati dalla politica. Come dice Gesù a una mistica contemporanea, i politici sanno cos’è il bene e il male, ma per rimanere a galla devono mentire, per questo la loro situazione spirituale è tragica. Pilato non era uno stupido, era solo un cinico.
Articolo più che condivisibile