La vita extraterrestre non sminuisce la singolarità umana

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Se scoprissimo la vita extraterrestre sarebbe l’ennesima umiliazione per l’umanità? Così la pensano i riduzionisti ricordando Copernico, Darwin e il comune codice genetico con gli animali: una lettura forzata ed errata del progresso scientifico.


 

Gli scienziati metteranno presto un’altra pietra miliare sopra l’autostima umana.

A scriverlo è il divulgatore scientifico Matt Ridley e il riferimento è la scoperta di forme di vita extraterrestri.

In poche righe, Ridley condensa tutto il credo riduzionista di cui spesso ci occupiamo:

«Quando la vita extraterrestre verrà finalmente scoperta sarà un quinto “momento copernicano”: gli scienziati metteranno un’altra pietra miliare nell’autostima umana. Hanno dimostrato che è la Terra a orbitare attorno al Sole, non viceversa (Nicolò Copernico, 1543); che siamo solo un’altra specie animale (Charles Darwin, 1859); che utilizziamo lo stesso codice genetico di un cavolo (Francis Crick, 1953); che, lungi dall’essere creature sofisticate, abbiamo lo stesso numero di geni, anzi per lo più gli stessi geni, di un topo (Progetto Genoma Umano, 2003)».

L’idea che ogni avanzamento scientifico abbia lo scopo di “umiliare” l’uomo è una lettura davvero forzata della storia della scienza.

 

Copernico e la detronizzazione dell’umanità?

Quando il canonico cattolico Copernico dimostrò che la Terra non è al centro dell’universo, non negò l’unicità della condizione umana: semplicemente ridisegnò la stazionaria posizione fisica creduta all’epoca.

Spostarsi dal centro geometrico non equivale a perdere significato: nessuna legge dell’universo afferma che ciò che è al centro è più importante e, certamente, i promotori dell’eliocentrismo non ebbero mai il problema di Dio: da Copernico a Galileo e -in ambito ecclesiale-, dal grande sponsor di Copernico, il vescovo Tiedemann Giese di Culm al card. Nikolaus von Schonberg, fino all’ammirazione da parte di Papa Clemente VII.

Quello eliocentrico era per loro un sistema che ritenevano nobilitasse ancor di più l’uomo. Tra l’altro, a ben vedere, è il contesto moderno della cosmologia ad aver “riportato” al centro la Terra, dimostrando le sue caratteristiche straordinariamente rare.

 

La genetica e la biologia riducono l’eccezionalità umana?

Darwin, a sua volta, ha mostrato che condividiamo un’origine biologica comune con altri esseri viventi, senza per questo annullare la differenza qualitativa che ci caratterizza. Siamo capaci di arte, scienza, moralità, linguaggio simbolico, religione e coscienza di sé ed è sempre la scienza a dirci che c’è un salto irriducibile, misterioso e inspiegabile con tutto ciò che ci circonda.

Quanto al codice genetico comune, non è una prova dell’insignificanza umana, ma dell’eleganza e dell’economia della vita.

Il fatto che la vita condivida un linguaggio molecolare universale non ci rende uguali ai cavoli: è il modo in cui quel codice si esprime che conta, come scrivevamo di recente. La Divina Commedia e l’articolo di Ridley condividono le stesse lettere dell’alfabeto ma la prima è un capolavoro e il secondo è una provocazione di basso livello.

Infine, nemmeno il numero di geni è proporzionale alla complessità ontologica.

Dire che “abbiamo lo stesso numero di geni di un topo” è come equiparare un romanzo ad un manuale di istruzioni solo perché hanno lo stesso numero di lettere. La quantità non racconta nulla della complessità, del significato, né della struttura gerarchica dell’informazione contenuta. L’uomo non è speciale perché ha più geni, piuttosto perché solo in lui quei geni contribuiscono a dare origine a una creatura capace di scrivere romanzi, amare, comporre sinfonie, cercare Dio.

 

Leone XIV, la vita extraterrestre e la singolarità umana

Ben venga se un giorno trovassimo forme di vita intelligenti aliene, come già scritto in passato rafforzerebbe l’idea che l’intelligenza è un aspetto significativo dell’universo e conformerebbe che il Creatore non è un Dio dalle vedute ristrette.

Quel giorno si rifletterà sulla potenza delle nostre menti, che hanno creato strumenti tanto sofisticati da permetterci di proiettare la nostra comprensione ad anni luce di distanza.

Nei giorni scorsi Leone XIV si è recato in visita alla Specola Vaticana presso l’Osservatorio di Castel Gandolfo, si è poi riferito al telescopio spaziale di James Webb spiegando che grazie a questo strumento «per la prima volta siamo in grado di scrutare nel profondo nell’atmosfera degli esopianeti, dove potrebbe svilupparsi la vita, e studiare le nebulose, dove si formano i sistemi planetari stessi».

D’altra parte, l’ex direttore della Specola, il gesuita padre José Gabriel Funes, parlò sull’Osservatore Romano degli extraterrestri come “fratello” e “sorella” nella creazione di Dio, citando il pensiero di San Francesco.

Se dunque, in futuro, troveremo un segno di vita altrove – che sia un microbo o una civiltà intelligente – dovremmo guardare questo evento non certo con la paura o la disillusione dell’egemonia perduta, ma con l’orgoglio di aver raggiunto un tale livello di coscienza da saperlo cercare e interpretare. La nostra unicità non ne uscirebbe provata, ma rafforzata.

Autore

La Redazione

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