Bangladesh, i vescovi rifiutano lo stipendio statale: “Restiamo liberi”

vescovi bangladesh

Una scelta di libertà e indipendenza da parte dei vescovi del Bangladesh. Le altre religioni hanno invece accolto il sussidio economico.


 

Quale ente rinuncerebbe mai a un sussidio economico offerto dal governo?

Lo ha appena fatto la Conferenza Episcopale del Bangladesh (CBCB), respingendo lo stipendio statale riservato ai ministri di culto.

Una scelta che rivendica con forza un principio centrale della tradizione cattolica: l’indipendenza della Chiesa dallo Stato.

 

Il rifiuto dei vescovi al sussidio statale

In Bangladesh vi sono 119 parrocchie cattoliche e 52 sottoparrocchie, al servizio di una comunità di circa 400.000 fedeli. Tra questi 233 sacerdoti diocesani e 176 sacerdoti missionari.

Il provvedimento governativo, annunciato il 14 marzo dal nuovo esecutivo guidato dal primo ministro Tarique Rahman, prevedeva per la prima volta nella storia del Paese un assegno mensile per i leader religiosi di tutte le confessioni.

In un Paese di circa 180 milioni di abitanti, dove i cristiani rappresentano una piccola minoranza, l’iniziativa è stata presentata come un riconoscimento del ruolo sociale dei religiosi.

Una decisione virtuosa e generosa per uno Stato non cristiano ma, nonostante ciò, i vescovi del Bangladesh hanno ha declinato gentilmente l’offerta.

 

Chi paga lo stipendio dei vescovi?

L’arcivescovo di Dhaka, Bejoy D’Cruze, ha spiegato che i sacerdoti cattolici scelgono liberamente di dedicare la propria vita al servizio spirituale, sostenuti esclusivamente dalle offerte dei fedeli.

Questo è un punto frequentemente frainteso: la Santa Sede non paga uno stipendio ai vescovi delle diocesi nel mondo, ognuno è generalmente sostenuto dalle offerte dei fedeli (la forma più comune) e dai fondi della diocesi (donazioni, patrimoni, attività).

Il Vaticano paga direttamente solo i funzionari della Curia romana, i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano e alcuni incarichi specifici.


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Una scelta di libertà e indipendenza

Questo modello non è solo economico ma ecclesiale: rafforza il legame tra comunità locale e pastori e custodisce la dimensione di gratuità del ministero.

Ma soprattutto, ha ribadito l’arcivescovo del Bangladesh, la motivazione del rifiuto al sussidio statale riguarda la libertà.

Accettare finanziamenti statali espone la Chiesa a pressioni politiche o a forme di controllo incompatibili con la sua missione. Alcuni vescovi avevano già messo in guardia su questo rischio, evidenziando il rischio di uno strumento di influenza sulla vita ecclesiale.

In effetti, la Conferenza episcopale ha ribadito che la Chiesa «non vuole perdere la propria libertà» e che deve restare responsabile davanti ai fedeli, non allo Stato. Questo principio, radicato anche nel diritto canonico, riflette una visione precisa del rapporto tra autorità civile e religiosa: cooperazione sì, subordinazione no.

I vescovi hanno però proposto una via alternativa: destinare eventuali fondi pubblici a progetti sociali, come l’educazione dei poveri, l’assistenza sanitaria, il sostegno agli anziani o la costruzione di infrastrutture comunitarie.

In questo modo, lo Stato può contribuire al bene comune senza interferire direttamente nella vita interna della Chiesa.

 

Le altre religioni prenderanno il sussidio

Le altre religioni e confessioni, invece, non si sono fatte molti scrupoli e hanno accettato l’offerta da parte del primo ministro Rahman.

Le moschee riceveranno circa 82 dollari al mese (41$ per l’Imam, 25$ per il Muezzin e 16$ per il Khadem), le chiese cristiane non cattoliche prenderanno 66$ (41$ per il pastore e 25$ per gli assistenti). Stessa cifra per i templi buddisti (41$ per il monaco capo e 25$ per il monaco assistente).

Autore

La Redazione

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