Slovenia, i cittadini sconfiggono il suicidio assistito

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Bocciato il referendum sul suicidio assistito in Slovenia e la legge viene fermata per un anno. Un piccolo excursus sulle deboli argomentazioni a favore della dolce morte.


 

Il popolo ha detto “no” al suicidio di Stato.

Ieri in Slovenia un referendum popolare ha respinto una legge che avrebbe legalizzato il suicidio assistito per persone adulte in fase terminale.

 

La Slovenia ha respinto il suicidio assistito

Il 53% dei votanti, contro il il 47%, ha affossato un testo approvato dal Parlamento sloveno il 24 luglio scorso.

Un gruppo civico, appoggiato dall’opposizione e dalla Chiesa cattolica, ha raccolto in poco tempo oltre 40.000 firme richiedendo un voto popolare. La legge è stata quindi sospesa per almeno un anno, dopo di che il Parlamento potrà votare un nuovo testo.

Secondo i promotori della legge, servivano comunque garanzie rigorose per poter accedere al suicidio di Stato: era richiesto il parere di due medici, un periodo di riflessione ed erano categoricamente escludi coloro il cui dolore deriva da malattie mentali, limitandosi a pazienti con patologie fisiche terminali.

 

Deboli ragioni a favore del suicidio assistito

In occasione del nostro articolo relativo al suicidio assistito delle gemelle Kessler, sul profilo LinkedIn di un nostro collaboratore si è acceso un vivace dibattito.

I confronti sono stati interessanti anche se abbiamo constatato la scarsità di argomentazioni ragionevoli a favore della legge sul suicidio di Stato.

 

Gli slogan sulla libertà e autodeterminazione

La gran parte degli intervenuti (tra cui un noto magistrato) ha riproposto slogan inneggianti alla libertà e all’essere liberi di morire come ci pare e piace.

Questi tentativi presuppongono un concetto di autodeterminazione radicale inesistente in qualunque ordinamento giuridico, come abbiamo dimostrato nel punto 2) del nostro dossier sulle 10 ragione laiche contro il suicidio assistito.

Stelio Mangiameli, ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Teramo, esplicita chiaramente ad esempio che «la Costituzione non parla di “autodeterminazione”» e che l’ordinamento riconosce il diritto di rifiutare trattamenti sanitari (art. 32 Cost.) «ma non riconosce un diritto positivo di morire o di essere aiutati a morire».

 

“A te cosa toglie questa legge”?

Un altro argomento frequentemente abusato dai favorevoli a una legge sul suicidio assistito è quello di rivolgere ai contrari questa domanda retorica: “Cosa toglie a te se uno vuole porre fine alla sua vita? Se sei in disaccordo con la legge basta che non la applichi su te stesso”.

Si tratta di un tentativo di farla sembrare una questione puramente privata, ma non lo è. Una legge sul suicidio assistito non riguarda solo il singolo individuo, bensì il contesto sociale, culturale, medico e giuridico in cui tutti viviamo.

Oltre al fatto di pretendere che lo Stato e varie figure professionali diventino complici del proprio suicidio, una tale legge cambia il valore attribuito alla vita di tutti. Favorevoli e contrari. Quando lo Stato approva, allora normalizza, crea costume e questo ha conseguenze concrete.

Innanzitutto si avvalla l’idea che non tutte le vite sono sempre “degne” di essere vissute. Oggi lo si prevede per i malati terminali, domani per chi soffre psicologicamente e dopodomani, per chi è semplicemente fragile. Paesi come Canada e Belgio mostrano chiaramente questa deriva.

Una tale cultura diventa poi anche un ricatto per anziani, disabili, depressi, poveri o soli, che possono interiorizzare l’idea: “Lo Stato mi offre la morte. Forse è quello che dovrei fare per non essere più un peso sugli altri”. Quando la società “offre” la morte come risposta, la libertà individuale diventa facilmente pressione indiretta.

Leggi e costumi influenzano come pensiamo e come giudichiamo. Anche se chi è contrario non userà il suicidio assistito, dovrà vivere comunque in un Paese in cui suo padre anziano o sua madre malata si sentirebbero “in dovere” di non gravare sulla famiglia scegliendo l’eutanasia.

Infine, se il criterio per approvare una legge è che non “danneggi gli altri” allora perché impedire, ad esempio, che l’incesto tra adulti e la poligamia consenziente acquisiscano un riconoscimento statale equivalente al matrimonio?

 

Insomma, al di là di facili slogan, emozionanti e confezionati per colpire la pancia, le ragioni a favore della morte assistita risultano deboli e traballanti.

Evidentemente in Slovenia i cittadini lo hanno capito. Vediamo fino a quando la ragione vincerà sulla retorica della “dolce morte”.

 


🔴 Consulta il dossier:

Eutanasia, 10 ragioni laiche contro il suicidio assistito

 

Autore

La Redazione

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3 commenti a Slovenia, i cittadini sconfiggono il suicidio assistito

  • G.B. ha detto:

    Tra un anno il Parlamento potrà votare un nuovo testo. Ma se la maggioranza dei cittadini si è espressa contro, il Parlamento non dovrebbe prenderne atto e astenersi dal riproporre una legge che il popolo non vuole?

    • Jack ha risposto a G.B.:

      Non lo so, ma effettivamente è come dici tu. Troveranno il modo di annullare la volontà popolare vedrai

    • Massimiliano ha risposto a G.B.:

      Infatti. Gia’ lo fecero quando un referendum popolare (va detto, con partecipazione non molto grande ma comunque avente valore legale) aveva bocciato il “matrimonio gay” approvato dal Parlamento. Ma, in seguito, trovarono il modo di renderlo comunque legge e quando fu proposto un nuovo referendum, che avrebbe probabilmente avuto lo stesso esito del precedente, si disse “non abusiamo di un continuo ricorso allo strumento referendario!”

      Vedremo come andrà a finire con questo, ma non nutro molte speranze.