Attacco alla Sindone, un’icona oltre il dibattito sull’autenticità

sindone autenticita zaccone

Ospitiamo una riflessione distensiva del prof. Zaccone, direttore del CISS, sul recente dibattito riguardo all’autenticità della Sindone. Un punto di vista “distaccato” che aiuta a riflettere tutti.


 

di Gian Maria Zaccone*
*Direttore del Centro Internazionale di Studi sulla Sindone (CISS)

 

Gentile Direttore,

la ringrazio per avere chiesto una mia riflessione in relazione alla Sindone ed alle recenti notizie che hanno affollato lo scorso mese di agosto.

Non desidero entrare troppo nel merito dei fatti specifici, già affrontati anche su questo sito.

Mi limito ad una breve osservazione sulla recente pubblicità data alla rilettura di un testo trecentesco, già per altro pubblicato da oltre settant’anni, in quanto, quale storico, non ritengo di avere competenza su temi di carattere scientifico, quali quelli che agitarono i media all’inizio di agosto.

 

Il testo medievale era noto e non apporta novità

Il reperimento di una nuova fonte è sempre per lo storico motivo di interesse e per lo scopritore anche di giustificato orgoglio e, dunque, comprendo il legittimo desiderio di condividere la propria ricerca.

Per quanto invece riguarda la portata del contenuto della scoperta – qui e comunque – occorre sia valutata nel complesso e nel contesto delle fonti note.

Nel nostro caso, ritengo che il testo in questione, pur anticipando le affermazioni del vescovo di Troyes Pierre d’Arcis – personaggio per il quale ho già più volte manifestato la più ampia comprensione – datate intorno al 1390, ed in qualche modo raccogliendo voci che avvalorerebbero il passo del suo scritto nel quale fa riferimento alle negative conclusione di una indagine sulla Sindone ordinata da un suo predecessore – ancor oggi ignote nella loro forma originale –, non porti alcun sostanziale contributo alla soluzione della questione sull’origine del Lenzuolo.

Dimostra al più, ma era già noto, quale in effetti abbia potuto essere la reazione di una classe più avvertita e con precisa responsabilità pastorale nei confronti di un oggetto senza un retroterra, né scritturale, né culturale e tantomeno iconografico.

Disponiamo di un’ampia letteratura che testimonia in quei secoli analoghe reazioni a culti e devozioni senza supporto, nonché provvedimenti autoritativi conciliari:

«Poiché dal fatto che alcuni espongono le reliquie dei santi per venderle, si è spesso presa occasione per detrarre la religione cristiana, perché ciò non avvenga in futuro, col presente decreto stabiliamo che le reliquie antiche da ora in poi non siano messe in mostra fuori del reliquiario, né siano poste in vendita. Quelle nuove nessuno si azzardi a venerarle, prima che siano state approvate dall’autorità del Romano pontefice. Per l’avvenire i prelati non permettano che chi va nelle loro chiese per venerare le reliquie sia ingannato con discorsi fantastici o falsi documenti, come si usa fare in moltissimi luoghi per lucro»1Lateran. IV, can. 62, 1215.

Avrebbe sicuramente ottenuto più successo un telo al limite macchiato di sangue, piuttosto che recante un’immagine, anche se tale presenza avrebbe aperto altre questioni di carattere teologico ed in ogni caso sarebbe ricaduto sotto le disposizioni menzionate.

Dunque, le reazioni di cui qui si discetta sono in linea con le cautele giuridiche vigenti e non ci si attende potessero essere diverse.

Mi permetto di sottolineare come questo tema sia stato da me più volte affermato in testi e articoli, ribadendo la necessità che le notizie che i documenti ci tramandano vengano valutate e collocate nel contesto storico in cui esse nascono.

Come giustamente ha recentemente rimarcato, ripercorrendo quanto già espresso nel suo notevole studio su Gerusalemme, proprio su questa vicenda Antonio Musarra.

Pur dichiarando la sua inclinazione a ritenere la Sindone un manufatto medievale, dimostra come si possano tenere separati il proprio sentire dal mestiere di ricercatore. In questo senso, il testo ritrovato dimostra con evidenza come le questioni legate alla comparsa di questo insolito e per l’epoca inconcepibile oggetto, avessero varcato gli stessi confini del piccolo villaggio di Lirey, confermando un culto ed un interesse diffuso.

Ma, tuttavia, non offre elementi chiarificatori – che sarebbero i benvenuti – circa le modalità della supposta indagine compiuta, né l’impianto su cui si sarebbe basato il riconoscimento di una falsificazione, né i mezzi con cui si svolse l’indagine e gli strumenti utilizzati.

Certamente allora, come anche più avanti, l’omissione scritturistica della notizia di un telo contenente un’impronta era per l’esegesi dell’epoca dirimente.

 

Un’icona al di là dell’autenticità

Detto questo mi permetto di rispondere ad alcune sue interessanti sollecitazioni.

Mi sento in effetti totalmente libero nelle mie riflessioni, in quanto, come storico ed in particolare storico della Pietà, non provo alcun particolare trasporto per la questione della cosiddetta “autenticità”, che per altro mi affascina intellettualmente, poiché la ritengo poco pertinente alla questione che, come ricercatore, mi interessa.

Ci troviamo storicamente di fronte ad un oggetto insolito, che, per il credente, la Provvidenza ha posto sulla strada degli uomini, perché in essa e con essa si confrontino attraverso gli occhi del corpo e dello spirito, per cogliere quel legame, questo sì autentico, con la narrazione evangelica, quale specchio del Vangelo, come la definì san Giovanni Paolo II.

Il riflesso dunque della Parola, della Verità: non la Verità. È questa la base per cui si può definire la Sindone con il termine Icona – autorevolmente adottato da Benedetto XVI -, definizione di una realtà che si discosta nettamente dal più semplice concetto di imago.

Confondendo i due termini e la loro portata e significanza teologica ci si allontana di molto dalla comprensione della Sindone nella sua sostanziale realtà di immagine, termine in questo caso utilizzato nel senso comune.

Non essendoci qui spazio per approfondire tale tema, mi permetto di rinviare agli ineludibili Le porte regali di Folrenskij e L’icona di Cristo di Schönborn.

 

La libertà della Chiesa rispetto alla Sindone

Se, come insegna da sempre la Chiesa, l’onore nei confronti dell’icona non va alla rappresentazione ma al rappresentato, perché non riconoscere il ruolo che la Sindone riveste ed ha rivestito nella storia?

Se milioni di persone si sono inchinate di fronte a quell’immagine, attraverso di essa hanno meditato sull’incarnazione, morte e resurrezione di Cristo, o anche solo sulla devastazione dell’odio e della sopraffazione; l’hanno raffigurata e diffusa, certo non spinti da una costrizione; hanno invocato colui che in essa è raffigurato nei momenti di difficoltà come le guerre e le pestilenze.

Se la Chiesa tiene giustamente in conto tutto questo, maturando nel tempo quella che oggi chiamiamo “pastorale” intorno alla Sindone, chi siamo noi per giudicare, parafrasando una nota affermazione di papa Francesco?

Ricordiamo sempre l’acuta impostazione metodologica alla base dello studio Furta Sacra di P. J. Geary:

«Le reliquie… sono di per sé oggetti passivi e neutri. E quindi non di primaria importanza per gli storici. Sono gli individui che entrano in relazione con questi oggetti caricandoli di valori e coinvolgendoli nella propria vita a divenire soggetti dell’indagine. Uno studioso che si concentra sulle cose piuttosto che sulle persone non farà altro che aggiungere un ennesimo lavoro alla già considerevole mole di trattati comparsi a partire dal Medioevo, i quali condannano in maniera più o meno perentoria il culto delle reliquie quale barbara superstizione».

Occorre anche sottolineare che molte volte la condanna non era rivolta all’uso, quanto all’abuso.

Io non difendo la Sindone, perché non ne ha bisogno.

Come disse con grande saggezza l’agnostico scienziato Yves Delage, nel 1902:

«Quanto all’identificazione della persona con Cristo, io credo tutto ben considerato che ci sono ragioni più forti per ammetterla che per rigettarla, e fino a prova contraria, l’ammetto come fondata. Ma riconosco volentieri che vi è una componente soggettiva di valutazione, che il coefficiente che dà valore alle diverse argomentazioni contiene qualcosa di arbitrario, e che altri possono giudicare diversamente. Sfortunatamente io non vedo cosa potrà mai chiudere la questione in un senso o nell’altro».

Dunque si tratta di una scelta individuale e critica, che ognuno può operare solo con un percorso personale di approfondimento, senza gettare anatemi verso chi compie una scelta diversa dalla propria.

Io difendo invece la libertà e saggezza della Chiesa di proporre, e non imporre, la Sindone all’attenzione dei fedeli, di mantenersi ai margini della querelle scientifica.

Di conservare con onore quella che, come detto, ha rappresentato un punto di riferimento per tanti fedeli, quella che nella storia è stata da essi difesa nei momenti di maggiori crisi, spesso nate all’interno della Chiesa stessa, da posizioni in un certo modo elitarie e di sapore vagamente gnostico (penso in questo momento ad una ripetizione del modello a due piani descritto da Peter Brown), dove una élite di saggi ritiene di dover purificare il popolo dall’obnubilante ignoranza.

E questo nonostante i frequenti richiami della Chiesa al valore della pietà popolare, espressione, quando correttamente intesa e praticata, come nel nostro caso, della vera Pietà nel senso delineato da don Giuseppe De Luca. Certamente ognuno avrà la sua legittima opinione, ma non è lecito imporre la “nostra verità” sulla Sindone, qualunque essa sia.

 

Da cattolici di fronte alla Sindone

Soprattutto, come cattolici, cerchiamo di non sentirci troppo adulti e smaliziati.

Proviamo ad avvicinarci con la libertà, la fiducia e l’umiltà dei piccoli, riconoscendo che la Sindone rappresenta, al di là della questione della sua origine e prescindendo dalle proprie convinzioni su di essa, un oggetto di straordinaria potenza comunicativa ed evocativa, il cui innegabile rimando alla Passione di Cristo ne fa una realtà unica dal punto di vista religioso, con enormi potenzialità pastorali e spirituali, ma anche capace di suscitare l’interesse intellettuale degli studiosi di tante discipline.

Franco Cardini e Marina Montesano, nell’epilogo al loro studio “La Sindone di Torino oltre il pregiudizio”, oltre a ribadire il concetto di Geary («E’ il culto che rende sante agli occhi delle comunità le reliquie, non la loro obiettiva e intrinseca autenticità»), osservano che i motivi dell’opposizione tra fautori e negatori dell’autenticità «sono inconciliabili non in quanto opposti, bensì in quanto estranei. Continuare nella contesa è un dialogo tra sordi obiettivamente piuttosto patetico».

Credo opportuno che soprattutto i cattolici cessino di brandire la Sindone l’un contro l’altro armato, ma si sforzino, pur nella legittima convinzione personale derivata dai propri studi e conoscenze, di riconoscere nella Sindone una realtà che supera le sterili contese.

Vorrei concludere con un’affermazione di un autore a me particolarmente caro, monsignor Agassino Solaro di Moretta che nel 1627 scriveva:

«Io non voglio entrare ne’ miracoli in virtù della Sindone operati, perché non è questo il mio pensiero, né il fine preteso… Che se mancassero li morti corporalmente risuscitati, ch’io non lo so, né credo manchi tal gloria alla Sindone, [la questione della resurrezione del morto per autenticare una reliquia è un topos nella storia delle reliquie. Si pensi alle narrazioni dell’invenzione della vera croce, a cui sicuramente fa riferimento il Solaro in questo suo passo] tanto più sono li morti spiritualmente, che alla giornata risorgono alla vita della gratia per virtù della Sindone santa».

Mi sembra osservazione non da poco, che lascio alla riflessione dei lettori.

Autore

Gian Maria Zaccone

Notizie Correlate

1 commenti a Attacco alla Sindone, un’icona oltre il dibattito sull’autenticità

  • Antonio Guidi ha detto:

    Apprezzo sempre gli interventi del professore Zaccone e questo non fa eccezione. Non avrei citato però l’opinione di Cardini sulla “pateticità” del dibattito sulla Sindone tra autenticisti e non autenticisti. Non condivido questo giudizio e mi sembra che il confronto sia invece sempre salutare e proprio l’enorme dibattito dimostra che è un’icona che non passa certo inosservata.