Quando nascere è un torto: dal caso Bryan all’eugenetica liberale
- Giorgia Brambilla
- 05 Set 2025

Bryan nacque senza gambe, il tribunale condanna il ginecologo a pagare 350mila euro alla famiglia per “torto da procreazione”. Una nuova eugenetica di stampo liberale.

di
Giorgia Brambilla*
*Docente di Etica sociale presso l’Università LUMSA di Roma
Nel 2015, a Parma, nasce Bryan, senza gambe dalle ginocchia in giù.
I suoi genitori chiedono il risarcimento del danno al ginecologo che dalle ecografie in gravidanza non si era accorto della malformazione, impedendo alla madre di abortire.
Pochi giorni fa il Tribunale di Parma ha accolto le istanze dei legali della famiglia parmense, stabilendo che il ginecologo deve pagare alla famiglia circa 350 mila euro.
Come nasce l’idea del “torto da procreazione”
I cosiddetti “torti da procreazione” riguardano i casi chiamati “wrongful birth” e “wrongful life”.
Entrambi imputano a una medical malpractice la causa diretta di una nascita che, se le informazioni fossero state corrette, non sarebbe intervenuta, in quanto evitata con l’aborto.
La differenza risiede nei soggetti attivi dell’azione, che nel primo caso sono i genitori e nel secondo è il figlio stesso che fa causa ai genitori per averlo fatto nascere con una menomazione. La motivazione di questa posizione risiede nella visione secondo cui la nascita rappresenti per il genitore un beneficio che deve essere garantito.
A dare il via a questo nuovo orientamento è stata la Corte d’appello californiana con il caso “Curleder versus Bio-Science Laboratory”. La Corte, negli anni ‘80, decretò il risarcimento alla famiglia da parte della struttura sanitaria, affermando che la coppia non fosse stata adeguatamente informata circa il loro essere portatori della gangliosidosi di Tay-Sachs.
Inoltre, sostenne, in un obiter dicitum, che esiste un dovere dei genitori di evitare la nascita di bambini handicappati e che, quindi, la procreazione consapevole di un bambino handicappato è un atto di negligenza.
Si ricordi anche il caso Perruche, giovane afflitto sin dal primo anno di vita da irreversibili disfunzioni, in seguito all’infezione di Rosolia, cui fu esposta la madre durante la gravidanza. La famiglia nel 2000 richiese un risarcimento a fronte del “diritto a non nascere” negato al proprio figlio.
Nell’accogliere la domanda, la Corte di Cassazione cercò di stabilire un nesso di causalità diretta tra le menomazioni sofferte dal ragazzo e l’errore medico che avrebbe impedito alla madre di scegliere il ricorso all’aborto terapeutico. Tra l’altro, il Consiglio di Stato francese si era già trovato, nel febbraio del 1997, a decidere del caso di Mathieu Quarez, a cui un ospedale pubblico mancò di diagnosticare in gravidanza la sindrome di Down.
Esiste davvero il “diritto di non nascere”?
In Italia, la Corte di Cassazione nel 2004 si è chiesta se nel nostro ordinamento esista il diritto di non nascere se con la nascita si ha poi una wrongful life1Corte di Cassazione, Diritto di non nascere, in “Ginecologia e Ostetricia forense”, 2/2004.
«Sostenere che il concepito abbia un diritto a non nascere, sia pure in determinate situazioni di malformazione», scrive la Corte, «significa affermare l’esistenza di un principio di eugenesi o di eutanasia prenatale, che è in contrasto con i principi di solidarietà […] nonché con i principi di indisponibilità del proprio corpo[…]».
Va poi osservato, continua il testo, «che se esistesse detto diritto a non nascere, se non sano, se ne dovrebbe ritenere l’esistenza, indipendentemente dal pericolo per la salute della madre, derivante dalle malformazioni fetali, e si porrebbe l’ulteriore problema, in assenza di normativa in tal senso, di quale sarebbe il livello di handicap per legittimare l’esercizio di quel diritto, e, poi, di chi dovrebbe ritenere che detto livello è legittimante della non nascita».
Infatti, conclude la Cassazione, «anche se non vi fosse detto pericolo per la salute della gestante, ogni qual volta vi fosse la previsione di malformazioni o anomalie del feto, la gestante, per non ledere questo presunto diritto di ‘non nascere se non sani’ avrebbe l’obbligo di richiedere l’aborto, altrimenti si esporrebbe ad una responsabilità (almeno patrimoniale) nei confronti del nascituro, una volta nato. Quella che è una legge per la tutela sociale della maternità e che attribuisce alla gestante un diritto personalissimo, in presenza di determinate circostanze, finirebbe per imporre alla stessa l’obbligo dell’aborto».
La bioetica laicista e l’eugenetica
In effetti, la Bioetica di stampo laicista arriva a sostenere proprio questo.
John Harris, professore di Bioetica all’Università di Manchester, all’interno del suo libro2Wonderwoman e Superman. Manipolazione genetica e futuro, nel paragrafo intitolato “Il delitto di avere figli”, a proposito dei danni da procreazione sostiene che una madre o un medico che scegliesse deliberatamente di lasciar giungere alla nascita feti menomati non solo arrecherebbe un danno agli individui menomati e anche all’intera società, introducendo sofferenze evitabili.
In un recente articolo3“Procreative Beneficence: why we should select the best children”, Julian Savulescu, professore di Etica all‟Università di Oxford, riporta alcune tesi per motivare la ragionevolezza, se non addirittura l’obbligo “morale”, di dare alla luce il miglior figlio possibile, secondo il principio della “procreative beneficence”.
Siamo evidentemente di fronte all’applicazione di una nuova eugenetica di stampo liberale, in cui, paradossalmente, il “mantra” del poter essere se stessi liberamente, così tanto professato dal liberalismo, sembra essere in pericolo, come mostra la critica di Jürgen Habermas4“Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale”.
L’impiego di queste tecniche, infatti, ricercando condizioni genetiche o morfologiche non guaribili, non avendo come fine la cura del feto, ma l’eventuale aborto, provoca un cambiamento nel significato più alto della pratica medica, in quanto la diagnosi non è più per la cura, ma per l’eliminazione.
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1 commenti a Quando nascere è un torto: dal caso Bryan all’eugenetica liberale
La vicenda del piccolo Bryan, nato a Parma nel 2015 senza gambe e oggetto oggi di una sentenza che condanna il ginecologo a risarcire i genitori perché “impediti” ad abortirlo, è molto più di un episodio di cronaca giudiziaria: è la spia di una malattia filosofica e culturale profonda, che si chiama positivismo giuridico, figlio diretto del relativismo etico.
Il paradosso è lampante: la vita del bambino non è riconosciuta come bene in sé, ma come danno, come “errore” che la scienza avrebbe dovuto eliminare prima della nascita. È la stessa logica che consente di dichiarare un diritto a dire che il sì è no e il no è sì, perché non è più la realtà ad essere misura del nostro pensiero, ma è il nostro pensiero – la nostra volontà – a farsi misura della realtà. Lo diceva Protagora, lo ha codificato Hegel, lo ha consacrato la Corte Suprema americana nella sentenza Planned Parenthood v. Casey del 1992: non è la ragione a riflettere il reale, ma è il reale che si piega al volere dell’uomo.
Ma questo capovolgimento ha un prezzo: la verità non è più ciò che è, ma ciò che io decido che sia. Ciò che nega la realtà è menzogna, e la menzogna, dice Cristo, appartiene al padre della menzogna, il diavolo. Con Nietzsche la ragione viene accantonata in favore della pura volontà: non esiste il bene e il male in sé, sono io a deciderli. È il trionfo della volontà di potenza, il vizio più vicino all’orgoglio.
Ogni progresso tecnico – dal nucleare alla pillola abortiva – è aperto a un duplice uso: può curare e sostenere l’uomo, oppure distruggerlo. Non è la tecnica a decidere, ma l’orientamento della volontà. Il problema è dunque etico, non scientifico. E qui sta la frattura della modernità: l’autorità, che educa con il dialogo e la libertà, è stata sostituita dal potere, che si impone con la forza. Dal Sessantotto in poi, con la rivoluzione sessuale, preparata dal bolscevismo e dalla scuola di Francoforte – che ha filtrato il primo della pagliuzza della economia politica, per lasciar passare la fune del capitalismo, della società opulenta – ed enfatizzato l’aspetto antropologico, l’egalitarismo, si è decretata l’esecuzione capitale dell’autorità e la vittoria della forza.
In Occidente, gli eredi liberali di Nietzsche, della destra hegeliana hanno saldato alleanze occulte tra potere politico, digitale ed economico, dove capitali immensi dettano le regole alla politica. In Oriente, gli eredi di Marx e della sinistra hegeliana hanno costruito regimi che, sotto la maschera della lotta contro la malattia e la povertà, anestetizzano le coscienze e riducono la libertà.
Il caso di Parma non è un’anomalia: è il frutto maturo di questa deriva. Lì dove si perde il fondamento della verità, dove la vita non è più bene in sé ma funzione di un calcolo, il diritto smette di essere garanzia di giustizia e diventa strumento di potere. È il trionfo della postmodernità, in cui discutiamo ancora i colori delle tende, mentre la dinamite ha già fatto crollare le fondamenta della civiltà, una civiltà in cui per la prima volta sono al potere in oriente e occidente puri relativisti morali, anche se invocano come specchietto per le allodole i principi confuciani (“Sostieni il Grande Principio e il mondo ti seguirà”) gli uni, e la “beneficenza” gli altri.