«”Dio è morto” iniziò la mia vocazione», parola di badessa

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La vocazione, come riconoscerla e in che rapporto è con la libertà. Al Meeting c’è Madre Maria Francesca Righi, badessa di Valserena, che svela l’input arrivato da Guccini e dal brano “Dio è morto”.


 

Una badessa cistercense rivela che l’inizio del suo cammino nella fede fu iniziato dal brano “Dio è morto”.

E’ anche questo il Meeting per l’amicizia tra i Popoli 2025, in corso in questi giorni a Rimini, da tempo diventato ormai il più grande evento culturale dell’anno.

Lo stiamo seguendo con interesse e il primo degli incontri che presentiamo è quello con protagonista Madre Maria Francesca Righi, badessa cistercense del monastero di Valserena, intervenuta in dialogo con don Paolo Prosperi, missionario della Fraternità San Carlo di Roma.

Il tema è quello della vocazione, del come nasce, del come si percepisce e quali sono i criteri per riconoscerla.

 

Basta dire che “non ci sono vocazioni”

La prima risposta è già spiazzante: «Io sono stufa di ascoltare la frase “non ci sono vocazioni”. Che storia è questa? Che significa che non c’è vocazione? Ogni persona che esiste nel mondo è una vocazione».

Lo stesso dicasi per la definizione sintetica e asciutta di vocazione: «Vocazione significa che c’è Uno, che chiama e c’è una responsabilità, una risposta che bisogna vivere». Stop.

Per madre Righi la vocazione è la condizione stessa di ogni esistenza: «Ogni persona che esiste nel mondo è una vocazione. Se sono, è perché sono voluto. Non sono frutto della casualità né di un progetto tecnico, ma di un disegno sapiente».

La prima chiamata la si percepisce con «la meraviglia di essere al mondo. Se sono, è perché sono stato amato».

Da qui emerge un corollario interessante, perché la vocazione dice chi siamo, ma anche chi non siamo: «Sei figlio amato, voluto, destinato al compimento, ma non sei il centro del mondo, non sei la misura di tutte le cose. Sei grande perché sei un’immagine di Dio, ma non sei Dio».

 

“Dio è morto” di Guccini: «Io ho iniziato qui»

E poi ecco il passaggio più curioso, quando madre Francesca Maria racconta la sua esperienza e i suoi anni giovanili, «prima di incontrare il Signore e di lasciarmi coinvolgere nella avventura della fede».

All’epoca cantava Francesco Guccini e il suo drammatico “Dio è morto”. Un brano, dice la badessa, che «dava la misura della distanza che c’era tra me e ciò che mi sentivo chiamata a vivere».

Siamo negli anni Sessanta e Guccini gridava la crisi e il vuoto esistenziale di una generazione: «Ho visto la gente della mia età andare per strade che non conducono a nulla». Il cantautore racconta sempre la sorpresa della censura subita dal brano alla radio, tutte tranne Radio Vaticana.

Ad un certo punto Guccini canta, però: «Ma credo che questa generazione sia preparata per un mondo nuovo, una rivolta senza armi». Ecco, commenta madre Francesa Maria Righi, «io ho iniziato qui».

 

Come capire la propria vocazione

Alla domanda su come capire la propria vocazione, la badessa spiega che tutto va compreso all’interno di un cammino dove avviene una serie di discernimenti.

Un percorso di ostacoli e obiezioni, ovviamente, ed è tutto normale.

«La prima cosa stupida che si dice è: “Faccio fatica, perciò non ho vocazione”. Scusate la parola, ma è una stupidaggine», sbotta la badessa. Le «incomprensioni e le delusioni sono il momento per verificare la scelta fatta, imparando a conoscersi e a conoscere, dando il nome vero alle cose che viviamo. E, per ultimo, la perseveranza finale».

Il grande tema per capire la propria vocazione è tenere aperta costantemente la domanda: non è “cosa voglio io?”, ma “cosa vuoi tu da me e per me, Signore?”. È un processo continuo di ascolto, «guidato dallo Spirito di Dio».

Da ciò inizia il percorso, cioè il confronto «se la proposta che mi è fatta, l’incontro che ho fatto, la parola che ho ricevuto entrano in consonanza con le domande, anche inespresse, e con i desideri più profondi della mia coscienza», spiega la badessa. Si parte da qui.

 

I voti religiosi danno libertà, non la tolgono

La terza domanda rivolta a Madre Maria Francesca Righi è un nodo delicato: come parlare oggi di vocazione in un contesto che identifica i voti religiosi con una gabbia, una perdita di libertà?

La badessa risponde netta, ancora una volta: «Il voto non significa che non posso più scegliere, ma che prometto di continuare a scegliere per tutta la vita il bene che mi ha scelto». Nessuna morte della libertà, quindi, ma un suo compimento.

La vera emergenza, riflette nel finale, non è l’assenza di vocazioni, bensì la mancanza di padri e madri capaci di generare. «Come trasmettere il senso di essere voluti se non si ha coscienza di essere figli?». Da qui la solitudine e lo smarrimento di tanti giovani e adulti.

La via d’uscita passa nuovamente dalla riscoperta della coscienza filiale: sapere di essere figli amati permette di diventare costruttori, recuperando tradizione e missione.

 

Un incontro ricco e denso di significato.

Una testimonianza, quella di Madre Maria Francesca Righi, che sorprende per la sua profonda radicalità. Nettamente all’opposto dell’appiattimento discorsivo a cui si è abituato parte del mondo ecclesiastico.

Autore

La Redazione

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