La Germania vieta il linguaggio woke: stop asterischi e schwa

linguaggio woke inclusivo

La decisione di mettere al bando il linguaggio woke-inclusivo arriva dal ministro della Cultura, Wolfram Weimer. Pochi mesi fa altri piccoli segnali di un vero cambio di mentalità.


 

Basta asterischi e schwa anche in Germania.

La decisione è stata presa dal ministro tedesco della Cultura, Wolfram Weimer, che ha vietato l’uso del linguaggio inclusivo-woke nelle comunicazioni ufficiali del suo ministero.

 

Il ministro della cultura vieta il linguaggio woke

La norma impone ai circa 470 dipendenti del ministero, con sedi a Berlino e Bonn, di abbandonare formule come gli asterischi, le maiuscole interne, lo schwa o i doppi punti, adottando invece il tedesco normativo, secondo le indicazioni del Consiglio di Ortografia tedesco.

Un ritorno ad un modello di comunicazione che privilegia chiarezza e unità, nella convinzione che il linguaggio debba unire piuttosto che dividere.

Weimer, che ha definito il linguaggio woke-inclusivo come una forzatura che non rispecchia il modo naturale di parlare della maggioranza, estende il suo invito anche a musei, fondazioni e media pubblici, sottolineando una “responsabilità condivisa” nel mantenere un codice comunicativo accessibile a tutti i cittadini.

Una posizione che si inserisce in un quadro più ampio, già tracciato da alcuni Länder come Baviera e Sassonia, che negli ultimi anni hanno proibito l’uso di tali segni di genere negli ambiti scolastici e amministrativi.

 

Germania, segni continui di un cambio di mentalità

Poche settimane fa, sempre in Germania, era stato l’attuale ministro per l’Istruzione e la famiglia, Karin Prien, a mettere al bando per i propri funzionari gli asterischi di genere, comunemente utilizzate nel linguaggio (fintamente) inclusivo introdotto dalla woke culture.

In Germania cominciano a sommarsi gli indizi di un reale cambio di direzione ideologica.

Si considerino infatti la decisione del cancelliere Friedrich Merz di vietare la bandiera LGBT+ sulla facciata del Parlamento e la rinuncia della giurista Frauke Brosius‑Gersdorf di correre per la carica di giudice della Corte Costituzionale a causa delle grosse polemiche suscitate dalla sua visione etica fortemente progressista.

In contemporanea, in questi giorni la Federazione dei sindacati tedeschi in Baviera (il DGB Bayern), ha chiesto che il 15 agosto, festa di Maria Assunta, diventi un giorno festivo valido per tutto lo Stato, e non solo per le aree a maggioranza cattolica.

Autore

La Redazione

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5 commenti a La Germania vieta il linguaggio woke: stop asterischi e schwa

  • Francesco Pieri ha detto:

    Pttimo

  • Jack ha detto:

    Una boccata d’ossigeno!

  • Luca Boschetto ha detto:

    Sinceramente, a me sembra che opporsi al linguaggio inclusivo sia in contraddizione con il cuore del messaggio cristiano: l’amore incondizionato verso ogni persona, senza distinzioni; la scelta di stare vicino a chi è ai margini; il riconoscimento della dignità di tutti. Cristo non ha mai escluso, nemmeno simbolicamente: accoglieva, ascoltava, dava voce a chi non ne aveva.

    Per questo, rifiutare strumenti linguistici che cercano di includere rischia di trasformare la fede in barriera anziché in ponte, e di allontanarsi proprio da quell’apertura radicale che il Vangelo propone.

    • Panthom ha risposto a Luca Boschetto:

      Tutto bello Luca, tutto condivisibile. Non mi pare però che Gesù Cristo abbia mai detto:

      “Amat* tutt*, come vorreste che tutt* amassero voi stessə.”
      “Beat* lə pacificatorə, perché saranno chiamatə figlə di Dio.”

      Giusto? Evitiamo di essere eccessivamente ingenui che di inclusivo, questo linguaggio, non ha assolutamente nulla

      • francescolucaspigno@gmail.com ha risposto a Panthom:

        Amare le persone non significa essere d’accorso con tutte le mode del momento. Se a me metti un asterisco e mi chiami professor* anziché professore, o dottor* anziché dottore, non mi stai discriminano per non discriminare un altro?i hanno sempre chiamato così e vogliono che continuino a chiamarmi così, e che non cambino il mio nome o titolo per fare piacere a qualcun’altro. Punto. Come sempre, il paradosso dei paradossi: includere escludendo.