Mozambico, le suore restano nonostante la furia islamista
- Ultimissime
- 09 Ago 2025

La decisione di rimanere per portare la vicinanza di Cristo agli ultimi degli ultimi. La scelta delle suore in Mozambico nonostante la violenza dei ribelli armati è coraggiosa e commovente.
Negli ultimi anni, la violenza islamista si è estesa anche nel nord del Mozambico.
Nella provincia di Cabo Delgado, gruppi come ISIS‑Mozambique – conosciuti localmente come al‑Shabaab o Ansar al‑Sunna – hanno seminato terrore a partire dal 2017, dilagando fino a colpire anche la regione di Nampula.
I ribelli contro tutte le fedi
Attacchi brutali, massacri e incendi, in particolare nella città di Palma, hanno spinto centinaia di migliaia di persone a fuggire dalle loro terre natali. Solo nell’ultimo anno, secondo il Dipartimento di Stato americano, oltre 670mila persone risultano sfollate e oltre 6mila sono morte in 8 anni.
Gli insorti hanno commesso varie atrocità prendendo di mira sia civili che istituzioni religiose. La violenza colpisce persone di tutte le fedi (musulmani compresi), ma le comunità cristiane sono le più bersagliate.
Le suore in Monzambico e la presenza di Cristo
Eppure, come recentemente ha dichiarato il patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, dopo aver visitato Gaza, «Cristo è lì, crocifisso nei feriti, sepolto sotto le macerie, presente in ogni gesto di misericordia, in ogni mano che consola, in ogni candela accesa nel buio».
Ecco, in Monzambico questa presenza di Cristo si rende concreta nelle suore cattoliche che, pur potendo andarsene, decidono di restare per offrire speranza e sostegno.
La Congregazione dell’Immacolata Concezione della diocesi di Lichinga è stata fondata in Mozambico nel 1948 e le religiose si adoperano in maniera eroica tra i profughi. Visitano i campi, accolgono donne e orfani, distribuiscono sostegno materiale e morale, supporto psicologico e pastorale.
Sono sopravvissute alla persecuzione religiosa durante il regime marxista-leninista a seguito dell’indipendenza, quando le chiese furono chiuse e i missionari espulsi. Oggi, le loro minacce più grandi sono i ribelli armati, la fame e la povertà dilaganti nei campi profughi.
Spesso hanno assistito a scene terribili: famiglie sfollate, o spose bambine in fuga dalla fame, che vivono in condizioni estreme.
La paura non prevale sulla testimonianza
La superiora, suor Ermelinda Singua, racconta che il timore c’è, eccome! «Ogni volta che devo percorrere strade isolate o attraversare la boscaglia, chiedo la protezione di Dio», dice. «Tutte abbiamo paura, questa è la verità».
Ma scelgono di restare nell’ora più buia per sostenere la speranza e portare la vicinanza di Cristo agli ultimi degli ultimi.
L’invito che rivolgiamo ai lettori è, se già non lo fanno, sostenere attivamente queste realtà attraverso la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre.








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