Milena Gabanelli si inchina alla cultura woke

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Una critica documentata alla propaganda di Milena Gabanelli a favore della cultura woke, tra errori logici, parzialità politica e manipolazione dei dati.


 

Il recente articolo di Milena Gabanelli sulla “cultura woke” è carente di dati, ma abbondante di retorica e presupposizioni.

In gergo giornalistico si chiama “marchetta” o, più elegantemente, un tipico pezzo di opinione politicizzata.

Gabanelli, giornalista d’inchiesta, si è distinta per la capacità di misurare, confrontare, fotografare la realtà con numeri e grafici. Stavolta però ha scelto la scorciatoia facile: prendere per buone notizie e frasi raccolte sul web con il solo obbiettivo di distruggere quello che considera un tema di destra. Risultato? Un’operazione propagandistica.

Ma entriamo nei contenuti, come siamo abituati a fare, concentrandoci su due aspetti.

 

Gabanelli: se la destra critica il woke allora è buono

Primo problema: l’argomento “se lo dice Trump allora è sbagliato”.

E’ un debilitante errore logico (detto anche argomentum ad hominem circostanziale) e un tentativo maldestro di de-potenziare quello che dice il proprio avversario politico: “Se Trump critica il woke, allora il woke è un bene”.

Così, la culture woke diventa per Gabanelli semplice «propaganda di destra», che la considera una minaccia alla libertà di espressione a causa del politicamente corretto, del linguaggio forzatamente inclusivo, e delle intolleranti politiche di inclusione sociale.

Gabanelli avrebbe fatto meglio a chiamare il suo collega e amico de “Il Corriere” Federico Rampini -non proprio uno di destra- per farsi spiegare davvero cosa sia la cultura woke, da lui definita «la schiavitù conformista del politicamente corretto», una sorta di «veteromarxismo tornato di moda» e applicato alle cause iper-progressiste.

Oppure bastava chiedere al sociologo Luca Ricolfi, editorialista di “Repubblica”, che spiega l’ideologia woke come la «grande cappa che aleggia sopra di noi, un opprimente clima, fatto di censura e intimidazione, che sovrasta ogni nostra parola e pensiero, con imposizioni e divieti più o meno velati su che cosa è bene dire e pensare».

Tra l’altro Gabanelli dovrebbe spiegare come può attribuire la cultura woke a “propaganda di destra” se, come lei stessa cita, la filosofa statunitense Susan Neiman ha scritto un intero libro (Left Is Not Woke, Polity 2023) spiegando che è un fenomeno reale, è realmente minaccioso e intollerante ma non rappresenta la sinistra e sarebbe piuttosto un fenomeno nato e attribuibile agli ambienti di destra.

Condividiamo il commento di Daniele Capezzone nella sua rassegna stampa, quando afferma: «Gabanelli ti fa tutto uno spiegone che dovrebbe essere neutro, ma poi se guardi bene il problema non è il woke ma è l’anti-woke. Dovevano essere due pagine per spiegare i problemi del woke, sono invece due pagine per dire che la destra è cattiva e anti-woke».

 

La lettura parziale dei dati per propaganda

Secondo problema: la manipolazione dei dati.

Gabanelli (l’articolo è firmato anche da Paolo Giordano) lavora spesso con dati micro e macro, trasformando statistiche in grafici eloquenti.

Tranne che sull’argomento woke dove i dati vengono letti parzialmente, a favore della narrativa precostituita.

L’esempio più palese è quando la giornalista, come si usa fare in ogni propaganda che si rispetta, tira dalla propria parte la gioventù sostenendo che «il woke è inoltre una cultura che appartiene soprattutto ai giovani», deducendolo da una ricerca del 2022 secondo cui le persone nella fascia 18-29 anni «erano significativamente più favorevoli all’insegnamento della “teoria critica della razza” rispetto agli over 50».

Il dato è vero, peccato abbia sorvolato sul fatto che il 46% di quella fascia è indifferente al tema e il 17% si oppone all’idea che ogni aspetto della società vada visto sotto la lente dell’oppressivo razzismo occidentale. Quindi, la vera conclusione da trarre, è che solo la minoranza dei giovani sostiene la Critical Race Theory.

La conferma della volontà distorsiva dei dati arriva poco dopo, quando Gabanelli aggiunge che «fra la Gen Z, il 36% si dichiara a favore della partecipazione delle atlete trans in competizioni femminili».

Viene mostrato anche un grafico in cui si legge che i giovani non considerano la cultura woke un pericolo.

E’ un gioco di furbizia evitare di sottolineare che lo stesso dato implica che il 64% dei giovani -quindi la netta maggioranza- è contrario ai trans nello sport femminile (o comunque non favorevole).

gabanelli woke

Al di là di questo, prima o poi qualche progressista spiegherà perché il giudizio dei “giovani” avrebbe necessariamente più peso di quello degli adulti o degli anziani.

Il culmine dell’imprecisione Gabanelli lo raggiunge quando ha il coraggio di citare «la scoperta di fosse comuni dove sono state seppellite le popolazioni native» in Canada.

E’ la prova che non si è minimamente documentata o aggiornata prima di scrivere il testo, avrebbe saputo che dopo anni di ricerche e 216 milioni investiti, il Canada ha concluso le indagini sulle fantomatiche fosse comuni senza aver trovato alcuna prova o alcuna traccia.

La giornalista è riuscita a infilare perfino quella che è stata definita «la più grande bufala d’odio di tutti i tempi».

 

Un pezzo confezionato appositamente per chi vuole confermare l’idea che il woke sia buono solo perché avversato dalla destra. Un giochino dialettico che evita di affondare nel merito e si rifugia nelle appartenenze politiche.

Autore

La Redazione

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2 commenti a Milena Gabanelli si inchina alla cultura woke

  • Giacomo ha detto:

    È davvero triste che in Italia ancora si difenda l’ideologia woke,ci si umili e ci si metta la faccia in nome di un ideologia moribonda che tra qualche anno non si ricorderà più nessuno,qualcuno ricorda ancora il movimento BLM?Tra qualche anno lo stesso succederà per l’ideologia woke e queste figure spariranno nell’ombra senza nemmeno avere l’onestà di dire:”Ci siamo sbagliati,eravamo dalla parte sbagliata della storia”(come sempre).No,figuriamoci,per loro verità,vita e rispetto della dignità umana sono fascismo,retaggio di “secoli bui”,meglio una cultura ideologica che si fonda sulle favole,atea e nichilista che sta portando il mondo all’autodistruzione,questo si,è progresso,vero cari democratici,”progressisti” e vari partiti di sinistra?

    • Panthom ha risposto a Giacomo:

      Esatto Giacomo, aggiungo anche la teoria gender che tra qualche decennio ci vergogneremo di avere sostenuto e usato per le mutilazioni genitali di giovani affetti da disforia di genere