Ciò che tutti gli atei famosi hanno in comune

atei famosi

Tutti i grandi atei famosi cosa condividono? Il celebre psicologo americano Paul Vitz suggerisce che la loro difficoltosa relazione con la figura paterna fosse tutt’altro che una coincidenza. Per lui, l’ateismo nacque in loro come proiezione su Dio della delusione e del dolore.


 

Cosa accomuna pensatori come Nietzsche, Freud, Sartre, Camus, Schopenhauer, Voltaire, Feuerbach o H.G. Wells?

Oltre alla visione secolarizzata della realtà, c’è un dato sorprendente che emerge dalle loro biografie: tutti avevano avuto una relazione difficile o spezzata con il proprio padre.

A far luce su questo aspetto è stato lo psicologo Paul Vitz, docente emerito alla New York University, che ha dedicato anni a studiare i percorsi personali dei più noti esponenti dell’ateismo moderno.

Vitz è uno dei più importanti psicologi americani viventi e la sua carriera cambiò radicalmente a metà degli anni Settanta con la conversione dall’ateismo al cristianesimo e successivamente, nel 1979, al cattolicesimo.

 

Lo psicologo Paul Vitz e gli atei famosi

Grande esperto di Freud, nel 1988 scrisse un libro sull'”inconscio cristiano” del padre della psicoanalisi fornendo prove storiche e biografiche del profondo e duraturo coinvolgimento di Freud con il cristianesimo cattolico e della sua ambivalenza nei suoi confronti.

La sua attenzione si spostò poi a partire dagli anni ’90 all’importanza psicologica della figura del padre e questa indagine culminò nel suo Faith of the Fatherless: The Psychology of Atheism (1999), la cui seconda edizione è uscita nel 2013.

E’ a questo volume che ha fatto recentemente riferimento Lee Strobel, saggista statunitense, ospite nel podcast di Lila Rose.

 

Gli atei famosi e la figura paterna

Strobel ha citato la scoperta di Paul Vitz ricordando che i famosi atei della storia erano accomunati da padri morti in giovane età, assenti, divorziati, emotivamente freddi o addirittura ostili. In tutti i casi, la figura paterna era mancata o aveva rappresentato una fonte di dolore.

Una coincidenza? Un dettaglio trascurabile?

Non per Paul Vitz, per il quale quando il legame con il padre terreno è segnato dalla sofferenza, anche l’idea di un “Padre celeste” può risultare inaccettabile. Si finisce spesso per proiettare su Dio la delusione e la ferita lasciata da quel vuoto affettivo.

Difficilmente l’ateismo nasce da un ragionamento lucido e razionale e in questi casi è emerso da un rifiuto emotivo. Non è tanto “non credo che Dio esista”, quanto “non voglio che Dio esista”.

 

Lo scetticismo a volte è un rifugio

Strobel parla per la sua esperienza personale da ex ateo e convertito cristiano: «Le prove vengono ignorate, reinterpretate, ridicolizzate. Le stesse evidenze che per un credente risultano convincenti, per altri diventano insopportabili, proprio perché aprirebbero una porta che si è cercato con cura di tenere chiusa».

Lo stesso Strobel racconta di essere stato rifiutato dal padre, non voleva che lui nascesse: «Una volta mi disse: “Non ho abbastanza amore per te nemmeno da riempirmi il mignolo”. Parole che segnano. E per anni mi sono chiuso a Dio, perché dentro avevo una ferita non guarita».

Secondo l’intellettuale americano, molti atei costruiscono teorie complesse per spiegare un universo senza Dio. Ma spesso si tratta di difese interiori, di rifugi per non affrontare la possibilità che Dio esista davvero — e che chieda loro di aprirsi, fidarsi, lasciarsi amare.

Lo scetticismo perenne, quindi, può essere un rifugio. Un sistema costruito non tanto per cercare la verità, quanto per evitare un confronto interiore.

Autore

La Redazione

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