Cos’ha fatto la Chiesa per la musica? Risponde Riccardo Muti

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Il contributo enorme della Chiesa alla storia della musica. Ne parla il maestro Riccardo Muti, neo vincitore del Premio Ratzinger 2025.


 

Il vincitore del Premio Ratzinger 2025 è il maestro Riccardo Muti.

Tra i più importanti direttori d’orchestra viventi, ha avuto il merito di dare concretezza all’eredità classica e sacra, elevando la musica a linguaggio di bellezza, trascendenza e spiritualità. Benedetto XVI, d’altra parte, ne era un estimatore convinto.

In un’intervista di ieri, Muti ha brevemente risposto alla domanda su cosa ha fatto la Chiesa per la musica.

 

Riccardo Muti: “Bisogna credere per dirigere Mozart

Oltre a dichiararsi credente ma “non baciapile”, ha sostenuto di credere che «esista un creatore e che esista un’energia spirituale nell’universo».

Ancora più interessante è la sua osservazione sul non avere senso «dirigere una Messa da requiem, Cherubini Mozart Verdi, senza credere che l’invocazione “libera me de morte” abbia un significato molto profondo».

«Devi credere in questi testi», ha aggiunto il maestro, «che indicano l’eternità dell’energia spirituale che Dante chiama Amore, con la A maiuscola: l’Amor che move il sole e l’altre stelle».

 

Muti e il ruolo della Chiesa nella musica

Alla domanda su cos’ha fatto la Chiesa per la musica, Riccardo Muti risponde spiegando che «la Chiesa ha dato un contributo enorme alla letteratura musicale per secoli» e, d’altra parte, «tutti i grandi musicisti hanno composto musica sacra».

Da sempre, ha aggiunto, c’è uno stretto legame tra la musica e il cristianesimo tanto che «i martiri cristiani andavano incontro alla morte cantando» e lo stesso Sant’Agostino diceva che «”cantare amantis est”: fare musica è proprio di coloro che amano, di coloro che sanno amare, che credono nell’amore».

 

L’invenzione della polifonia

Si potrebbe poi completare la risposta di Muti ricordando che romani e greci suonavano musica monofonica: un’unica linea musicale suonata da tutti gli strumenti o voci.

Furono i compositori ecclesiastici nelle cattedrali nel Medioevo, come quelli della scuola della Notre Dame de Paris, ad inventare la polifonia, il suono simultaneo di due o più linee musicali. Una rivoluzione assoluta da cui nacque l’armonia.

Sempre nel Medioevo furono perfezionati gli strumenti che avevano bisogno di sfruttare appieno l’armonia, tra cui organo, clavicordo, clavicembalo, violino e contrabbasso.

Una delle prime forme di polifonia sviluppata venne chiamata Organum. Consisteva in due voci: il canto gregoriano come prima voce (noto anche come “Cantus Firmus”, canto fisso) e la “Vox Organalis” come seconda voce.

 

L’invenzione della notazione musicale

Oltre alla polifonia e all’armonia, la Chiesa sviluppò la notazione musicale.

Pur essendo già presente in maniera rudimentale nell’antica Grecia, nel VII secolo fu sviluppata e resa popolare una forma innovativa di notazione musicale tramite il sistema dei neumi, segni grafici posti sopra il testo liturgico che indicavano l’andamento melodico del canto sacro.

Nei successivi 200 anni questo si trasformò in un sistema completo, che rese la musica più leggibile e diffuse melodie sempre più complesse. I musicisti, infatti, potevano eseguire la musica correttamente senza dover per forza conoscere il brano.

 

I preti ed il pentagramma

Il pentagramma usato ancora oggi da tutti i musicisti del mondo, fu inventato dal monaco benedettino Guido d’Arezzo.

Mentre la più antica trascrizione polifonica completa fu composta da Guillaume de Machaut, grande compositore, poeta e sacerdote.

Dai trattati medievali dei religiosi Johannes Cotto e Francone di Colonia, fino ai teorici rinascimentali come Gioseffo Zarlino, si comprende come la quasi totalità della teoria musicale nacque in ambito ecclesiastico.

Tutti gli strumenti concettuali usati oggi da compositori e musicologi derivano da lì.

 

Altri contributi essenziali

La Chiesa ebbe poi, da subito, un ruolo di primo piano nell’Europa occidentale e centrale sulla musica, divenendo per secoli il più grande mecenate. Oltre a impiegare un gran numero di musicisti di talento, fin dall’Alto Medioevo fornì il primo repertorio codificato d’Europa: il canto gregoriano.

Furono stabilite scale, modi, formule melodiche, regole esecutive e perfino un’estetica del canto che influenzarono ogni compositore fino al Novecento.

Mentre la musica profana era episodica e usata come divertimento occasionale, la Chiesa garantì spazi fissi (cattedrali, abbazie), esecutori stabili (monaci, cappelle musicali) e una committenza continua. Questo permise alla musica di crescere come disciplina.

Da qui nacque, nei monasteri, anche la formazione sistematica dei musicisti: teoria, solfeggio, educazione vocale e strumentale. Prima dei conservatori, c’erano le scholae cantorum, veri antenati delle accademie moderne. La prima fu fondata da papa Silvestro I nel IV secolo.

Infine, grazie ai monaci medievali (gli scriptoria), migliaia di manoscritti musicali furono copiati e trasmessi e, senza di essi, il 90% del repertorio antico sarebbe andato perduto.

 

Ora si comprende meglio il contesto storico del Premio Ratzinger al maestro Riccardo Muti, non solo un riconoscimento alla sua straordinaria carriera ma anche un tributo a quel filo che lega la storia della musica occidentale alla fede cristiana.

Autore

La Redazione

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