Il Papa “risponde” al Nobel: «Senza fede in Dio, non c’è salvezza»
- Ultimissime
- 20 Ott 2025

László Krasznahorkai, recente Nobel per la Letteratura, ammette da laico il bisogno di salvezza. Leone XIV sembra rispondergli: “Una terra senza fede significa creature senza salvezza”.
Un immaginario dialogo sottotraccia sulla salvezza tra il Papa e il Nobel László Krasznahorkai.
Ieri in piazza San Pietro, davanti a decine di migliaia di fedeli, Papa Leone XIV ha proclamato santi sette uomini e donne, affermando senza equivoco o reticenza che «senza fede in Dio non c’è salvezza».
Lo ha fatto commentando l’interrogativo di Gesù sulla fede e la sua sparizione dal mondo. «Che cosa accadrebbe?», si è domandato il Papa.
Ascoltando l’omelia di Leone XIV ci è venuta in mente l’intervista a László Krasznahorkai, nuovo Premio Nobel per la letteratura, in cui pur a partire da un paradigma secolarizzato riconosce l’aspirazione alla salvezza dell’umanità e la lucida constatazione che «non siamo in grado di salvarci da soli».
Ovviamente il Papa non aveva in mente le parole di Krasznahorkai durante l’omelia, tuttavia è possibile immaginarla come una possibile risposta a una riflessione molto onesta e veritiera.
Il nobel Krasznahorkai: «Non siamo in grado di salvarci»
Di origine ungherese, László Krasznahorkai è considerato il maggior scrittore ungherese vivente e uno dei più importanti al mondo.
I suoi romanzi, tra cui “Avanti va il mondo” (Bompiani 2024) e “Satantango” (Bompiani 2016), sono stati valorizzati anche da “Vatican News” per la ricerca etica e spirituale dentro il disordine del mondo, in cui si interroga il destino dell’uomo, la fine del mondo e la possibilità del bene.
Pur non scrivendo romanzi religiosi, i suoi personaggi vivono sempre davanti al mistero dell’esistenza.
Ciò emerge anche nell’intervista al “Corriere” di qualche giorno fa quando si parla dell’attesa di un salvatore.
«Cos’altro potremmo fare? Noi non siamo in grado di salvarci», commenta Krasznahorkai.
«Da molto, ma molto, ma davvero moltissimo tempo non aspettiamo più dei profeti», prosegue, «perché ciò di cui abbiamo bisogno sono i falsi profeti. Abbiamo bisogno che ci mentano dicendo che abbiamo motivo di sperare. Di questo abbiamo bisogno».
Si tratta del concetto biblico dei falsi idoli, quelli verso cui l’uomo si inginocchia continuamente sperando nella salvezza, nella felicità. Il successo, il denaro, il sesso, la riconoscimento sociale.
Invece, commenta Krasznahorkai, «lo sappiamo benissimo di non avere alcun motivo di speranza». E conclude con un inno laico: «Preghiamo Dio e temiamo il Male. Non ci lasciamo mai alle spalle l’infanzia. Oltre tutto, da adulti, non siamo altro che bambini malvagi, depravati, miserabili, perdenti, o amaramente vittoriosi».
Pur avendo negato la fede come infantile, il Nobel per la letteratura non nega l’esigenza dentro sé, pur vana, di essere salvati.
Viene alla mente quel passo evangelico in cui Giovanni scrive a proposito di Gesù Cristo: «Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,10-11).
Leone XIV: «Senza Dio non c’è salvezza»
Ed è qui che si innesta l’omelia di ieri di Leone XIV, che riprende invece la relazione con Dio come l’unico fenomeno che «salva dal nulla tutto ciò che nel tempo finisce». E aggiunge: «Una terra senza fede sarebbe popolata da figli che vivono senza Padre, cioè da creature senza salvezza».
Senza Dio, dice Leone XIV, «il cielo e la terra resterebbero come prima, ma non ci sarebbe più nel nostro cuore la speranza. Il nostro desiderio di vita precipiterebbe nel nulla. Senza fede in Dio, non possiamo sperare nella salvezza».
«Le parole del Signore», conclude il Papa, «sono annuncio gioioso di salvezza» che «è il dono della vita eterna che riceviamo dal Padre, mediante il Figlio, con la forza dello Spirito Santo».
Una convergenza sorprendente
Chissà se László Krasznahorkai avrà ascoltato o riflettuto seriamente su queste parole di Leone XIV.
Due figure agli antipodi ma con una convergenza inaspettata: da un lato, un Papa che riafferma la fede come unico varco di salvezza, dall’altro uno scrittore che, pur negando Dio, riconosce che l’uomo non basta a se stesso e che quindi attende una risposta, un profeta.
Tra la disperazione lucida del romanziere ungherese e la certezza del Pontefice si apre uno spazio comune: il riconoscimento che la salvezza, lungi dall’essere un’invenzione per deboli, è il grido più umano e ragionevole che ci sia.








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